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Che sappiamo di Gesù di Nazaret?

Tratto da: 52 domande su Gesù (I)

Autore: Juan Chapa, Francisco Varo

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Quasi in ogni pagina del Vangelo ci imbattiamo in personaggi che si chiedono qualcosa su Gesù: da dove viene, come mai insegna con tanta autorità, da dove deriva il suo potere, perché fa miracoli, perché sembra opporsi alle tradizioni, perché le autorità lo respingono. Sono domande che si fecero allora e si sono continuate a fare lungo i secoli. A queste domande se ne sono aggiunte altre sul Gesù storico: che lingua parlava, che rapporto aveva con Qumran, è esistito davvero Ponzio Pilato?

Scrive san Matteo che: “entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva “Chi è costui?” (Mt 21, 10).
È la domanda che si facevano i testimoni delle opere di quel Maestro di Nazaret. Quasi in ogni pagina del Vangelo ci imbattiamo in personaggi che si chiedono qualcosa su di lui: da dove viene, come mai insegna con tanta autorità, da dove proviene il suo potere, perché fa miracoli, perché sembra opporsi alle tradizioni, perché le autorità lo respingono…
Sono domande che si fecero allora e si sono continuate a fare lungo i secoli.

Credenti e non credenti, cristiani che cercano di migliorare la propria fede e cacciatori di scuse per ridicolizzare la religione, persone che hanno bisogno di dati verificabili per avvicinarsi alla verità e persone che vengono assalite da dubbi non hanno rinunciato a cercare informazioni sull’esistenza e la personalità di Gesù di Nazaret: è esistito, si sa con certezza ciò che fece e disse, sono affidabili i vangeli e gli scritti cristiani per conoscere al realtà, si sono conservate informazioni autentiche su Gesù in scritti non cristiani, è possibile verificare in fonti letterarie antiche –indipendenti da fonti cristiane- la verosimilitudine di ciò che narrano i Vangeli, i testi scritti cristiani sono opere tendenziose che ci danno solo una versione di parte di chi vuole imporre le proprie idee con la forza?

Da duemila anni le domande sono rimaste sempre le stesse e le risposte hanno variato di poco. Tuttavia negli ultimi anni, alcune scoperte archeologiche non solo hanno suscitato l’interesse degli esperti ma hanno risvegliato la curiosità del grande pubblico, perché sembravano apportare nuovi dati che rendevano superate le risposte tradizionali.
I ritrovamenti dei papiri e delle pergamene delle grotte di Qumram (nel deserto di Giuda), le collezione di codici trovati a Nag Hamamdi o in altre località dell’Egitto, testi cristiani riletti alla luce di questi ritrovamenti, hanno fornito informazioni dirette o indirette su gruppi marginali giudei e cristiani molto antichi – alcuni contemporanei di Gesù – e posto questioni che finora erano difficili da immaginare.
Se alle notizie dei nuovi rinvenimenti (che in alcuni casi non erano tali, ma solo falsificazioni) aggiungiamo le interpretazioni erronee della figura di Gesù, degli apostoli o di Maria Maddalena che compaiono talvolta sui mass media, o in alcuni libri, diventa importante affrontare queste questioni.

A causa del successo di queste interpretazioni e l’accettazione acritica di informazioni pseudo-scientifiche, si è creato un ambiente di sfiducia verso tutto ciò che è eredità del passato. In tale clima culturale la demarcazione tra la finzione letteraria e la realtà sfuma e prendono corpo tesi che vanno contro la verità storica.
Quindi è sentita l’esigenza di poter disporre dei dati storici necessari per dare risposte corrette ed esaurienti:

1. Che sappiamo di Gesù di Nazaret?

I dati storici in nostro possesso su Gesù di Nazaret, rispetto ad altri personaggi suoi contemporanei, sono superiori e di migliore qualità. Oltre alle notizie sulla sua esistenza e sulla sua attività che conosciamo da fonti storiche non cristiane, disponiamo di tutto ciò che i testimoni della sua vita e della sua morte ci hanno comunicato. Sono tradizioni – tra le quali spiccano i quattro vangeli – orali e scritte sulla sua persona, trasmesse alla comunità di fede viva che egli stabilì e che permane ancora oggi. Tale comunità è la Chiesa.

I dati che si trovano nei vangeli apocrifi e in altri scritti extrabiblici non aggiungono nulla di sostanziale a ciò che ci offrono i vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni: ma lo confermano.
Fino al periodo dell’Illuminismo, credenti e non credenti erano convinti che tutto ciò che potevamo sapere su Gesù era contenuto nei quattro Vangeli. Ma, dal momento che si tratta di testi scritti da chi professava la fede in Cristo, alcuni storici del XIX secolo hanno messo in dubbio l’oggettività di quelle informazioni. Per quegli studiosi i racconti evangelici erano poco credibili in quanto non contenevano ciò che Gesù disse e fece, ma ciò che credevano i suoi seguaci alcuni anni dopo la sua morte. Di conseguenza, nei decenni successivi a tali studi e fino a metà del secolo XX, si è dubitato della veridicità dei vangeli e si è arrivati ad affermare che di Gesù “non possiamo sapere quasi nulla” (R. Bultmann, Jesus, Deutsche Bibliothek, Berlin 1926, p.12).

Oggi, con il progresso della scienza storica e dell’archeologia e con la nostra migliore e più profonda conoscenza delle fonti antiche, si può affermare, con le parole di un noto specialista del mondo giudaico del I secolo dopo Cristo, che non può certo essere accusato di conservatorismo: “possiamo sapere molto di Gesù” (E.P. Sanders, Jesus and Judaism, Fortress Press, London-Philadelphia, 1985, p.2). Questo stesso autore offre, a mo’ di esempio, un elenco di affermazioni che sono fuori discussione dal punto di vista storico (precisando che un elenco completo di ciò che si sa su Gesù sarebbe molto più lungo).
1) Gesù nacque intorno all’anno 4 a.C., poco prima della morte di Erode il Grande.

2) Trascorse la sua infanzia e i primi anni dell’età adulta a Nazaret, in Galilea.
3) Fu battezzato da Giovanni Battista.
4) Scelse quelli che sarebbero stati i suoi discepoli.
5) Predicò nei villaggi e nelle campagne della Galilea.
6) Annunziò il “Regno di Dio”.
7) Intorno all’anno 30 si recò a Gerusalemme in occasione della Pasqua.
8) Provocò un certo scompiglio nella zona del tempio.
9) Celebrò un’ultima cena con i suoi discepoli.
10) Fu catturato e interrogato dalle autorità giudaiche, in particolare dal Sommo Sacerdote.
11) Fu giustiziato per ordine del prefetto romano, Ponzio Pilato.
Sanders aggiunge inoltre una breve lista di fatti altrettanto sicuri, come conseguenza della vita di Gesù:
1) All’inizio i suoi discepoli fuggirono.
2) Lo videro (gli storici discutono in che senso) dopo la sua morte.
3) In conseguenza di ciò, credettero che sarebbe tornato per instaurare il suo Regno.
4) Costituirono una comunità nell’attesa del suo ritorno e cercarono i convincere altri che Gesù era il Messia di Dio. (E.P. Sanders, Gesù, la verità storica, Milano, Mondadori, 1995).

Dunque, lo sviluppo della ricerca storica permette di stabilire come certi almeno questi fatti, il che non è poco per un personaggio vissuto venti secoli fa. Non vi sono evidenze di tipo razionale che attestino con maggiore sicurezza l’esistenza di personaggi noti, come per es. Socrate o Pericle, rispetto a quelle che ci offrono le prove dell’esistenza di Gesù. Inoltre i dati oggettivi criticamente verificabili relativi a questi personaggi storici in genere sono sempre molto minori. Partendo da questa base minima su cui gli storici sono d’accordo, si possono considerare degni di fede anche altri dati contenuti nei Vangeli. L’applicazione dei criteri di storicità permette di stabilire il grado di coerenza e probabilità delle affermazioni evangeliche e che ciò che è contenuto in questi racconti è sostanzialmente sicuro.

Questi dati suggeriscono di pensare che era lui il Messia che doveva venire per reggere il suo popolo come un nuovo Davide e forse ancora di più: che Gesù è il Figlio di Dio fatto uomo. Per accogliere questo suggerimento abbiamo bisogno di un aiuto divino, gratuito, che fornisce una luce nuova alla nostra intelligenza e la rende capace di cogliere in tutta la sua profondità la realtà in cui vive. Si tratta di una luce che non altera la realtà, ma permette di percepirla in tutte le sue sfumature effettive, molte delle quali sfuggono allo sguardo comune. È la luce della fede.

2. Vi sono fonti antiche, non cristiane, su Gesù?

Se cercassimo sull’Enciclopedia Britannica, o su un qualsiasi manuale di Storia per i licei in uso nelle nostre scuole, qualche notizia su Padre Pio o Madre Teresa di Calcutta, rimarremmo molto delusi, perché non sono nemmeno citati, eppure si tratta di persone reali, molto attive, che hanno goduto di una grande popolarità in vita. Può darsi che la loro fama crescerà nel tempo e verranno ricordati nei secoli anche nelle enciclopedie e nei manuali di Storia, ma agli occhi dei contemporanei dotti e potenti, non hanno meritato particolare attenzione.
Lo stesso trattamento ebbero Gesù e i suoi primi seguaci: a chi poteva interessare che un giudeo fosse stato crocifisso a Gerusalemme per motivi che solo pochi potevano capire sul momento? Quindi i riferimenti a Gesù in documenti scritti dell’epoca, oltre alle fonti cristiane, sono pochi, come è logico aspettarsi, ma non per questo privi di importanza. Questi primi riferimenti si trovano in alcuni storici ellenisti e romani che vissero nella seconda metà del I secolo o nella prima metà del II secolo, relativamente vicini ai fatti che erano accaduti in Palestina e che avevano avuto per protagonista Gesù e i suoi primi discepoli. Altri riferimenti provengono da ambienti ebraici.
Il testo più antico dove si menziona Gesù, anche se in modo implicito, fu scritto da un filosofo stoico originario di Samosata in Siria, chiamato Mara bar Sarapion, verso l’anno 73. Si riferisce a Gesù come “saggio re” dei giudei, e dice che promulgò “nuove leggi”, forse alludendo alle antitesi del Discorso della montagna (cfr. Mt 5, 21-48), e che a nulla valse ai giudei dargli la morte.

Il riferimento esplicito più antico e celebre a Gesù è quello dello storico ebreo Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche XVIII, 63-64) alla fine del primo secolo; è noto come “Testimonium Flavianum”. Questo passo, riportato da tutti i manoscritti greci dell’opera di Giuseppe Flavio, arriva a suggerire che Gesù potrebbe essere il Messia; perciò molti autori sono dell’opinione che si tratti di un’interpolazione dei copisti medievali. Oggi alcuni studiosi ritengono che le parole originarie di Giuseppe dovessero essere molto simili a quelle conservate da una versione araba di questo testo, citato da Agapio, vescovo di Gerapoli, nel secolo X; non vi figurano le presunte interpolazioni. Il testo arabo dice: “A quel tempo, un uomo saggio chiamato Gesù ebbe una buona condotta ed aveva fama di uomo virtuoso. Ebbe molti discepoli tra i giudei e altri popoli. Pilato lo condannò ad essere crocifisso e a morire. Quelli che erano stati suoi discepoli continuarono ad esserlo e raccontarono che era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, ed era vivo e per questo poteva essere il Messia di cui i profeti avevano narrato cose meravigliose”.

Tra gli scrittori romani del II secolo (Plinio il Giovane, Epistula ad Traianum Imperatorem cum eiusdem Responsis liber X, 96; Tacito, Annales, 44; Svetonio, Vita Claudii, 25, 4) vi sono vari riferimenti alla figura di Gesù e alle attività dei suoi discepoli.
Nelle fonti ebraiche, in particolare nel Talmud, vi sono allusioni alla persona di Gesù e a ciò che si diceva di lui che permettono di confermare alcuni aspetti storici da parte di una fonte al di sopra di ogni sospetto di manipolazione da parte cristiana.

Un ricercatore ebreo, Joseph Klausner, sintetizza così alcune delle conclusioni che si possono dedurre dai detti talmudici su Gesù: “Vi sono detti affidabili sul fatto che il suo nome era Yeshua (Yeshu) di Nazaret, che “esercitò la magia” (cioè fece miracoli, detto come era abituale in quei tempi) e la seduzione, e che portava Israele per cattive strade; che si burlò delle parole dei sapienti e che commentò la Scrittura nello stesso modo dei farisei; che ebbe cinque discepoli; che disse che non era venuto per abrogare la Legge o per aggiungere qualcosa; che fu appeso ad un legno (crocifisso) come falso profeta e seduttore, alla vigilia della Pasqua (che cadeva di sabato); e che i suoi discepoli curavano malattie nel suo nome” (J. Klausner, Jesús de Nazaret, p. 44). La sintesi che fa, anche se richiederebbe precisazioni sul piano storico, è sufficientemente espressiva di ciò che si può dedurre da queste fonti, che non è tutto, ma neppure è poco.

Confrontando questi dati con quelle provenienti dagli autori romani è possibile affermare con certezza storica che Gesù è esistito, come pure conoscere alcuni dati importanti della sua vita.

​3. Situazione attuale della ricerca storica su Gesù

Da quando nel secolo XIX si cominciarono ad applicare i moderni metodi della scienza storica ai testi evangelici, la ricerca sulla figura storica di Gesù è passata per diverse tappe. Superati i pregiudizi razionalisti degli inizi della ricerca e i metodi ipercritici che dominarono buona parte del secolo XX, la situazione attuale è molto più positiva e aperta e lo scetticismo prevalente a metà del secolo scorso è stato superato.
Oggi conosciamo molto meglio il contesto storico e letterario in cui visse Gesù e in cui i vangeli furono scritti. La maggiore familiarità con la letteratura intertestamentaria, vale a dire con le opere del mondo ebraico contemporanee a Gesù e agli evangelisti (commentari ai libri biblici, traduzioni in aramaico, i testi di Qumram, la letteratura rabbinica, ecc.), hanno permesso di illustrare, verificare e comprendere con maggiore profondità i racconti evangelici e l’immagine di Gesù nel giudaismo del suo tempo.

Altre fonti provenienti dal mondo grecoromano hanno fornito migliori conoscenze sulle influenze di carattere ellenistico nella Galilea in cui visse Gesù e, pertanto, sul contatto di questa regione della Palestina con i modelli culturali del mondo greco. Inoltre, le testimonianze degli scritti apocrifi, con ogni probabilità successivi ai vangeli canonici, e altri testi cristiani e giudaici del II secolo sono serviti per analizzare le tradizioni alle quali risalgono questi libri e quindi per contestualizzare meglio le affermazioni contenute nei vangeli. Hanno dato il loro apporto alla ricerca sulla figura di Gesù anche le nuove e recenti scoperte archeologiche, fra le quali sono particolarmente interessanti quelle provenienti dagli scavi che si stanno facendo in Galilea, utilissime per conoscere questa regione della Palestina, che nel I secolo era fortemente ellenizzata.
Infine, l’impiego di nuovi metodi esegetici (di tipo letterario, canonico, ecc.) ha consentito una maggiore comprensione delle fonti, cosa che ha contribuito a superare i limiti e la rigidità del metodo storico impiegato in epoche precedenti.

La nostra conoscenza storica di Gesù è, pertanto, via via sempre più solida. I vangeli, in conclusione, sono degni di credibilità e, con gli occhi di uno storico imparziale, si può scoprire in essi un grande insieme di gesti, di parole, di azioni di Gesù in cui egli manifestò la singolarità della sua persona e della sua missione.

​4. Gesù nacque a Betlemme o a Nazaret?

San Matteo dice che Gesù nacque a “Betlemme di Giuda al tempo del Re Erode” (cfr. Mt 2, 1; 2,5.6.8.16) e così san Luca (Lc 2,4.15). Nel quarto vangelo c’è un riferimento indiretto, nel contesto di una discussione a proposito dell’identità di Gesù: “All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Questi è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Questi è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?» (Gv 7, 40-42).
Impiegando l’ironia, procedimento adoperato anche in altre occasioni (cfr. Gv 3,12; 4,12; 6,42; 9, 40-41) il quarto evangelista prova che Gesù è il Messia e che nacque a Betlemme, proprio utilizzando le affermazioni dei suoi oppositori.
Per più di 1900 anni, questo fu un dato di conoscenza mai messo in discussione. Invece qualche studioso, nel XIX secolo, sottolineando che in tutto il Nuovo Testamento Gesù è conosciuto come il “Nazareno” (colui che è o proviene da Nazaret), attribuivano ad un’invenzione di Matteo e Luca il riferimento a Betlemme, con l’intenzione di rivestirne la figura di una delle caratteristiche del futuro Messia: essere discendente di Davide e nascere a Betlemme. Tale argomentazione in sé non prova nulla: nel primo secolo si dicevano tante cose sul futuro Messia, che non si ritrovano in Gesù, e non sembra che nascere a Betlemme fosse considerata una prova decisiva. Piuttosto vale il ragionamento inverso: gli evangelisti che sapevano che Gesù era cresciuto a Nazaret, e che era nato a Betlemme, scoprono nei testi dell’Antico Testamento che queste erano circostanze attribuite al Messia che sarebbe venuto.

Tutte le testimonianze della tradizione confermano i dati evangelici. Giustino, nato in Palestina intorno all’anno 100 d.C., afferma che Gesù nacque in una grotta vicino a Betlemme (Dialogo con Trifone 78), Origene lo conferma (Contro Celso 1, 51). I vangeli apocrifi riferiscono lo stesso dato (Protovangelo di Giacomo 20; Vangelo arabo dell’infanzia 2 ; Pseudo-Matteo 13).
Si può quindi affermare, secondo il parere comune degli studiosi, che al momento attuale non esistono motivi significativi per una posizione diversa da ciò che dicono i Vangeli e che ci è stato tramandato: Gesù nacque a Betlemme di Giuda al tempo del re Erode.

Quanto al luogo determinato in cui Gesù nacque a Betlemme, Luca riferisce che Maria, dopo aver dato alla luce suo figlio, “lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”(Lc 2,7). La “mangiatoia” è segno che nel luogo dove nacque Gesù si custodiva del bestiame. Luca aggiunge che il bambino nella mangiatoia sarà il segnale dato ai pastori per riconoscere che in quel luogo è nato il Salvatore (Lc 2,12.16). La parola greca che l’evangelista impiega è katàlyma: l’abitazione spaziosa delle case, che poteva servire da salone o camera di ospiti. Nel Nuovo Testamento questo termine si utilizza altre due volte (Lc 22,11 e Mc 14,14) per indicare la sala dove Gesù celebrò l’ultima cena con i suoi discepoli. Probabilmente, l’evangelista voleva evidenziare con le sue parole che il luogo non permetteva di preservare l’intimità dell’avvenimento.

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