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52 domande su Gesù (III)

Dalla domanda 11 alla domanda 15

Autore: Autori Vari

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11. San Giuseppe si sposò una seconda volta?
Secondo Matteo, quando la Madonna concepì verginalmente Gesù era sposata con Giuseppe, anche se non vivevano ancora insieme (Mt 1, 18). Prima dello sposalizio vero e proprio, tra gli ebrei si prevedeva un periodo di fidanzamento, ma con un impegno tanto forte e vincolante che i due promessi potevano essere già chiamati sposo e sposa e che il vincolo poteva essere sciolto solo mediante il ripudio. Dal testo dello stesso Matteo deduciamo la notizia che, dopo che l’angelo ebbe rivelato a Giuseppe che Maria aveva concepito per opera dello Spirito Santo (Mt 1, 20), i due si sposarono e andarono ad abitare insieme. I fatti successivi lo confermano: la fuga e il ritorno dall’Egitto e la sistemazione definitiva a Nazaret (Mt 2, 13-23), cosi come l’episodio del pellegrinaggio a Gerusalemme con Gesù adolescente che parla ai dottori nel tempio (Lc 2, 41-45). Inoltre san Luca, quando narra l’episodio dell’Annunciazione, presenta Maria come “una vergine, promessa sposa [questa la traduzione della CEI 2008, ma il termine greco è “sposata”- ndt] di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe”. Quindi, secondo Matteo e Luca, Giuseppe era lo sposo di Maria. Questa è la tradizione raccolta dai Vangeli e accettata unanimemente dalla Chiesa nei secoli.
Detto questo, le supposizioni che Giuseppe fosse alle sue seconde nozze o che, in qualità di vedovo e molto anziano non abbia veramente sposato Maria, ma che si si sia preso cura di lei come di una vergine “in custodia”, non sembrano avere alcun fondamento storico e nascono per spiegare che “i fratelli” di Gesù di cui si parla nei Vangeli sarebbero figli di un precedente matrimonio di Giuseppe.
I primi accenni a queste ipotesi si trovano nel cosiddetto “Protovangelo di Giacomo” del secondo secolo. Si racconta che Maria rimase nel tempio dai tre ai dodici anni, quando i sacerdoti scelsero per lei un custode. Riunirono tutti i vedovi del paese e dopo che in modo straordinario era volata fuori una colomba dal bastone di Giuseppe, gli affidarono la Madonna. Secondo questa leggenda quando l’angelo appare in sogno a Giuseppe non gli dice « non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1, 20), ma «Non temere per questa fanciulla. Quello, infatti, che è in lei proviene dallo Spirito Santo» (XIV, 2). Da questo apocrifo probabilmente dipende sant’Epifanio che sostiene che san Giuseppe aveva ottant’anni e sei figli (che avrebbero avuto tra i 40 e i 60 anni quando Gesù nacque e tra i 70 i 90 quando iniziò la sua predicazione e quindi è poco verosimile che fossero i suoi compagni di predicazione).
In altri apocrifi successivi, come lo Pseudo–Matteo, Il libro della Natività di Maria, La storia di Giuseppe il falegname, si sostiene che si sposarono, ma in genere Giuseppe è presentato come il custode di Maria. Nella pietà popolare e nell’iconografia, ha prevalso l’idea che Giuseppe fosse anziano quando sposò la Madonna.
In sintesi si può affermare che non ci sono dati storici che permettono di affermare che san Giuseppe fosse già stato sposato, che fosse rimasto vedovo e che fosse anziano.
Dai dati evangelici è invece plausibile pensare che fosse un uomo giovane e che si sia sposato solo una volta.

12. In che lingua parlava Gesù?
Nel I secolo nel territorio dove visse Gesù si utilizzavano quattro lingue: aramaico, ebraico, greco e latino.
Quella ufficiale e allo stesso tempo la meno impiegata era il latino. La usavano quasi esclusivamente i funzionari romani per conversare tra loro, e la conoscevano alcune persone colte. Non sembra probabile che Gesù abbia studiato latino e che lo abbia usato nella vita quotidiana o nella predicazione.
Per quanto riguarda il greco, non sarebbe invece sorprendente che Gesù se ne sia servito qualche volta, perché molti contadini e artigiani di Galilea conoscevano questa lingua, almeno i rudimenti necessari per una semplice attività commerciale o per comunicare con gli abitanti delle città, che erano in maggioranza persone di cultura ellenica. Questa lingua si utilizzava anche in Giudea: si calcola che parlassero in greco dall’otto al quindici per cento degli abitanti di Gerusalemme. Malgrado tutto, non si sa se Gesù abbia impiegato il greco qualche volta e non lo si può dedurre con certezza da nessun testo, ma non si può nemmeno escluderlo. È probabile, per esempio, che Gesù abbia parlato con Pilato in questa lingua.
Le ripetute allusioni dei vangeli alla predicazione di Gesù nelle sinagoghe e alle sue conversazioni con i farisei sui testi della Scrittura portano a considerare come molto probabile che egli conoscesse e impiegasse la lingua ebraica.
Tuttavia, benché Gesù conoscesse e usasse a volte l’ebraico, è ragionevole pensare che nella conversazione ordinaria e nella predicazione utilizzasse normalmente l’aramaico, che era la lingua d’uso quotidiano fra i giudei di Galilea. Di fatto, in alcune occasioni il testo greco dei vangeli include, riportate nell’originale aramaico, alcune parole o espressioni sulla bocca di Gesù: talita qum (Mc 5,41), corbàn (Mc, 7,11), effetha (Mc, 7,34), geenna (Mc, 9,43), abbà (mc 14,35), Eloi, Eloi, lema sabactani? (Mc 15,34), o dei suoi interlocutori: rabbuni (Mc 10,51).
Gli studi sulle fonti linguistiche dei vangeli portano a concludere che le parole qui raccolte siano state pronunciate originariamente in una lingua semitica: ebraico o, più probabilmente, aramaico.
Inoltre, pure la peculiare struttura del greco usato nei vangeli rivela una matrice sintattica aramaica. Ciò si può dedurre anche dal fatto che alcune parole attribuite dai vangeli a Gesù acquistano una speciale forza espressiva tradotte all’aramaico, e che ci sono parole che vengono utilizzate con una carica semantica diversa dal greco, derivata da un uso semitizzante. Infine, in alcune occasioni, traducendo i vangeli in una lingua semitica si percepiscono alcuni giochi di parole che nell’originale greco restano nascosti.

13. Gesù era celibe, sposato o vedovo?
Dai dati che ci offrono i quattro Vangeli canonici, sappiamo che Gesù era un artigiano di Nazaret (Mc 6,3) e che quando aveva circa trenta anni iniziò il suo ministero pubblico (Lc 3,23). Sappiamo che accanto al gruppo dei discepoli c’erano anche alcune donne che lo accompagnavano (Lc 8,2-3) e altre con le quali aveva rapporti di amicizia (Lc 10, 38-42).
Anche se non viene mai specificato se fosse celibe, sposato o vedovo, gli evangelisti si riferiscono alla sua famiglia, a sua madre, ai “suoi fratelli e sorelle”, ma mai a “sua moglie”. Questo silenzio è eloquente. Gesù era conosciuto come il “figlio di Giuseppe” (Lc 3,23; 4,22; Gv 1,45; 6,42) e, quando gli abitanti di Nazaret si sorprendono per i suoi insegnamenti, esclamano: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?” (Mc 6,3).
In nessun testo si fa riferimento ad una moglie. La tradizione non ha mai fatto cenno ad un possibile matrimonio di Gesù. E lo ha fatto non perché considerasse la realtà del matrimonio denigrante per la figura di Gesù (che restituì il matrimonio alla dignità originale, cfr. Mt 19, 1-12) o incompatibile con la fede nella divinità di Cristo, ma semplicemente perché si è attenuta alla realtà storica.
Se avesse voluto celare aspetti che potevano risultare compromettenti per la fede della Chiesa, perché avrebbe dovuto tramandare l’episodio del battesimo di Gesù per mano di Giovanni Battista, che amministrava un battesimo per la remissione dei peccati? Se la Chiesa primitiva avesse voluto nascondere il matrimonio di Gesù, perché non ha nascosto la presenza di donne ben determinate fra le persone che erano in stretti rapporti con lui?
Anche se mancano elementi storici, recentemente sono stati avanzati argomenti a sostegno del fatto che Gesù si sia sposato. A favore di tale tesi ci sarebbe la pratica e la dottrina comune dei rabbini del secolo I della nostra era: il celibato era inconcepibile fra i rabbini dell’epoca e se Gesù fu un rabbino doveva essere sposato. In realtà, anche in ambito rabbinico ci sono delle eccezioni, come Rabbi Simeon ben Azzai, che, accusato per la scelta del celibato, diceva: “La mia anima è innamorata della Torà. Altri possono portare avanti il mondo” (Talmud di Babilonia, b. Yeb. 63 b). Altri affermano ancora che Gesù, come qualsiasi giudeo pio, si sarebbe sposato a vent’anni e poi, all’inizio della sua missione, avrebbe abbandonato moglie e figli.
A queste teorie si può rispondere in due modi:
1) Esistono prove che nel giudaismo del I secolo si vivesse il celibato. Flavio Giuseppe (Guerra Giudaica 2.8.2 e 120-21; Antichità giudaiche 18.1.5 e 18-20), e Plinio il Vecchio (Naturalis Historia 5.73, 1-3) ci informano che tra gli esseni (setta ebraica della Palestina, diffusa tra il II sec. a.C. e il 70 d.C.) si viveva il celibato, e sappiamo con sicurezza che alcuni esseni della comunità di Qumran, sul Mar Morto, erano celibi. Filone (De vita contemplativa) riporta che i “terapeuti”, un gruppo di asceti egiziani, vivevano il celibato. Inoltre, nella tradizione di Israele, alcuni personaggi famosi, come Geremia, avevano vissuto il celibato. Mosè stesso, secondo la tradizione rabbinica, visse l’astinenza sessuale per mantenere il suo stretto rapporto con Dio. Neppure Giovanni Battista si sposò. Pertanto, pur essendo il celibato poco comune, non era qualcosa di inaudito.
2) Anche se nessuno avesse vissuto il celibato in Israele, non potremmo dedurne necessariamente che Gesù fosse sposato. I dati, come si è detto, mostrano che volle rimanere celibe e sono molte le ragioni che rendono plausibile e conveniente questa opzione, proprio perché l’essere celibe sottolinea la singolarità di Gesù in relazione al giudaismo del suo tempo ed è più in accordo con la sua missione. Senza sminuire il matrimonio ed esigere il celibato ai suoi seguaci, con questa scelta Gesù pone al di sopra di ogni altra cosa la causa del Regno di Dio (cf. Mt 19,12) e l’amore a Dio che lui incarna. In ogni caso in nessuno scritto sia canonico che apocrifo si afferma che Gesù sia stato sposato.

14. Gesù era discepolo di San Giovanni Battista?
Dato che la relazione fra Giovanni Battista e Gesù fu così diretta e intensa, viene da chiedersi se fra di loro ci fosse un rapporto maestro-discepolo. Per una risposta adeguata a questa domanda è necessario soffermarsi su tre aspetti che vengono dibattuti fra gli studiosi: i discepoli di Giovanni, la rilevanza del battesimo di Gesù nel Giordano e le lodi al Battista.
1. I discepoli di Giovanni. Se ne fa cenno con frequenza nei Vangeli (Mc 2, 18; Mt, 11, 2) e sappiamo che alcuni di essi si unirono poi a Gesù (Gv 1,35-37). Non si trattava di compagni occasionali: condividevano la sua stessa vita (Mc 2,18) e le sue stesse idee (Gv 3,22). Flavio Giuseppe distingue due categorie di discepoli, alcuni che ascoltavano con piacere il suo insegnamento sulla virtù, sulla giustizia, ecc., e si facevano battezzare; altri che “si riunivano attorno a lui perché si esaltavano molto al sentirlo parlare” (Antichità giudaiche 18,116-117). Il quarto vangelo riferisce che alcuni discepoli di Giovanni mostrarono una certa gelosia per l’attività di Gesù (Gv 3,25-27), dal che si può dedurre che non lo consideravano come uno di loro.
2. Il battesimo di Gesù. Gli specialisti non dubitano della storicità del fatto, fra le altre cose perché la sua inclusione nei vangeli creava alcune difficoltà: innanzitutto, la possibile interpretazione dell’evento come dimostrazione della superiorità del Battista nei confronti del battezzato; in secondo luogo, trattandosi di un battesimo di penitenza, si sarebbe potuto pensare che Gesù avesse coscienza di essere peccatore. I sinottici lasciano chiaro nei loro racconti che Giovanni riconosce la sua sottomissione, inizialmente infatti oppone resistenza a battezzare Gesù (Mt 3,13-17). Poi la voce dal cielo rivela la dignità divina di Gesù (Mc 1,8-11) e il quarto vangelo, che non racconta l’episodio, riferisce però che il Battista testimonia di aver visto posarsi la colomba sopra Gesù (Gv 1,29-34) e della propria condizione d’inferiorità (Gv 3,30). Da quanto detto sopra si deduce che essere stato battezzato da Giovanni non significa essere diventato suo discepolo.
3. Le lodi di Gesù. Ci sono due frasi in cui Gesù manifesta la stima per il Battista, ma che non sottintendono che fosse suo seguace. Una la riportano sia Matteo (Mt 11,11) che Luca (7,28): “fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni”. L’altra è in Marco (9,12-13) e applica al Battista la profezia di Ml 3,23-24: “prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa (…) Io però vi dico che Elia è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui”.
Non c’è dubbio che la persona di Giovanni, il battesimo (cfr. Mt 21,13-27) e il suo messaggio furono molto presenti nella vita di Gesù. Tuttavia egli seguì un cammino totalmente differente da quello del Battista: nella sua condotta, dato che percorse tutto il paese, anche la capitale Gerusalemme, e insegnò nel Tempio; nel suo messaggio, giacché predicò il regno di salvezza universale; per ciò che insegnò ai suoi discepoli, che istruì nel comandamento dell’amore al di sopra delle norme legali e anche delle pratiche ascetiche. Ma ciò che lo distingue di più da Giovanni, è che Gesù apre l’orizzonte della salvezza a tutti gli uomini di tutte le razze e di tutti i tempi.
Riassumendo, pur nell’ipotesi poco probabile e per niente provata del fatto che Gesù abbia trascorso un certo tempo insieme ai discepoli del Battista, non si può affermare che ne abbia ricevuto un influsso decisivo. Gesù, piuttosto che suo discepolo, fu il Messia e il Salvatore annunciato dall’ultimo e più grande dei profeti, Giovanni il Battista.

15. Che influenza ebbe San Giovanni Battista su Gesù?
La figura di Giovanni Battista occupa un posto importante nel Nuovo Testamento e in particolare nei 4 vangeli. Fin dall’inizio fu tenuta in gran conto nella tradizione cristiana più antica ed è calata profondamente nella pietà popolare. La Chiesa celebra la festa della sua nascita con particolare solennità da tempi molto remoti.
Negli ultimi anni è tornata al centro dell’attenzione di studiosi del Nuovo Testamento e delle origini del cristianesimo, che si interrogano in particolare, dal punto di vista della critica storica, sul tipo di rapporto che vi fu fra Giovanni Battista e Gesù di Nazaret.
Su Giovanni Battista abbiamo notizie sia da fonti cristiane e che da fonti profane. Le cristiane sono i quattro vangeli canonici e quello apocrifo di Tommaso. La fonte profana più rilevante è Flavio Giuseppe, che dedicò un ampio capitolo del suo libro Le Antichità giudaiche (18,116-119) a descrivere il martirio del Battista da parte di Erode nella fortezza di Macheronte, in Perea. Per valutare le eventuali influenze di Giovanni su Gesù può essere utile soffermarsi su quanto si sa della vita, della condotta e del messaggio di entrambi.
1. Nascita e morte. Giovanni Battista è contemporaneo di Gesù, anche se sicuramente cominciò prima l’attività pubblica. Anche se era di famiglia sacerdotale (Lc 1), non ne esercitò mai le funzioni. E per lo stile di vita e la permanenza lontana dal Tempio, si suppone che sia stato spiritualmente molto distante dall’ambiente sacerdotale gerosolimitano. Visse per un periodo nel deserto della Giudea (Lc 1,80), ma non sembra che abbia avuto contatti con il gruppo di Qumran, dato che non fu così radicale, come questa setta, nel compimento delle norme legali (halakhot). Morì condannato da Erode Antipa (Flavio Giuseppe, Ant. 18, 118; Mc 6, 17-29). Gesù, invece visse dalla prima infanzia in Galilea e si incontrò con il Battista solamente quando fu battezzato da lui nel Giordano. Fu informato della morte del Battista e ne elogiò sempre la figura, il messaggio e la missione profetica.
2. Comportamento. Della vita e condotta di Giovanni, Giuseppe Flavio segnala che era “buona persona” e che molti “accorrevano a lui e si infiammavano ascoltandolo”. Gli evangelisti ci forniscono altri dati: nominano il posto dove svolse la vita pubblica, (la Giudea, lungo le rive del Giordano), la sua condotta austera nel vestire e nel mangiare, l’autorità nei confronti dei suoi discepoli e la sua funzione di precursore, quando indicò Gesù di Nazaret come vero Messia. Gesù, invece, esteriormente non si distinse dai suoi concittadini, non si fermò a predicare solo in un luogo determinato, partecipò a pranzi di famiglia, si vestiva come gli altri, e sebbene condannasse l’interpretazione letterale della legge che facevano i farisei, compì tutte le norme legali e frequentò il Tempio con assiduità.
3. Messaggio e battesimo. Giovanni Battista, secondo Flavio Giuseppe, “esortava i giudei a praticare la virtù, la giustizia gli uni con gli altri e la pietà verso Dio, e poi a ricevere il battesimo”. I vangeli aggiungono che il suo messaggio era di penitenza, escatologico e messianico: esortava alla conversione e insegnava che il giudizio di Dio è imminente: verrà uno “più forte di me”(…) che “battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Mt 3,11). Il battesimo che praticava era secondo Flavio Giuseppe “un bagno del corpo” e segno di limpidezza dell’anima mediante la giustizia. Per gli evangelisti era “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (Mc 1,4). Gesù non rigetta il messaggio del Battista, anzi prende lo spunto da questo (Mc 1,15) per annunciare il Regno e la salvezza universale, e si identifica con il Messia che Giovanni annunciava, aprendo l’orizzonte escatologico. E, soprattutto, fa del proprio battesimo la fonte di salvezza (Mc 16,16) e la porta, attraverso la quale entriamo a partecipare dei doni affidati ai discepoli.
Riassumendo, se fra Giovanni e Gesù ci furono molti punti di contatto, è incontestabile, in base ai dati conosciuti fino ad ora, che Gesù di Nazaret superò lo schema veterotestamentario del Battista (conversione, rigore etico, speranza messianica) e aprì l’orizzonte infinito di salvezza (Regno di Dio, redenzione universale, rivelazione definitiva).