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52 domande su Gesù (IV)

Dalla domanda 16 alla domanda 20

Autore: Autori Vari

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16. Farisei, sadducei, esseni, zeloti, chi erano?
Nel mondo ebraico palestinese del I secolo della nostra era, mancando un magistero religioso comune e riconosciuto, ed essendo venuta meno l’unità politica, erano sorti gruppi che si differenziavano tra loro per il modo di interpretare le Scritture di Israele e sul giusto atteggiamento da tenere verso i dominatori stranieri.
Ai tempi di Gesù, i più apprezzati dalla maggioranza del popolo erano i farisei. Il loro nome, dall’ ebraico perushim, o dall’aramaico perishaia significa “separati”. Giudei osservanti, attribuivano la massima importanza a tutto quanto fosse collegato alla osservanza delle leggi di purezza rituale anche fuori del Tempio. Le norme per la purificazione, stabilite per il culto, diventarono per loro la regola di un ideale di vita anche per l’attività quotidiana, che veniva così ritualizzata e sacralizzata. Insieme alla Legge scritta (Torah o Pentateuco), raccoglievano e conservavano tutta una serie di tradizioni e di modi su come compiere le prescrizioni della Legge. Raccolte che acquistarono sempre più importanza fino ad essere accolte come una “Torah” orale, attribuita anche essa a Dio. Secondo le loro convinzioni, questa Torah orale fu donata insieme alla Torah scritta da Mosè sul Sinai, e pertanto entrambe avevano identica forza vincolante.
Per una parte dei farisei la dimensione politica aveva un’importanza decisiva ed era legata all’impegno per la indipendenza nazionale, poiché nessun potere straniero poteva sovrapporsi alla sovranità del Signore sul Popolo Eletto. Questo gruppo è conosciuto con il nome di zeloti, che probabilmente si dettero essi stessi alludendo al loro zelo per Dio e per il compimento della Legge. Sebbene fossero convinti che la salvezza la concede Dio, erano pure certi che il Signore facesse assegnamento anche sulla collaborazione umana per conseguire questa salvezza. Questa cooperazione si manifestò per prima cosa nell’ambito puramente religioso, nello zelo per il compimento stretto della Legge. Più tardi, a partire dagli anni Cinquanta del I secolo, nacque il convincimento che l’attività doveva manifestarsi anche in ambito militare, e perciò non si poteva rifiutare l’uso della violenza quando questa fosse stata necessaria per vincere, né si doveva aver paura di perdere la vita in combattimento, giacché era come un martirio per santificare il nome del Signore.
I sadducei, da parte loro, formavano un’oligarchia: erano persone dell’alta società, membri delle famiglie sacerdotali, colti, ricchi e aristocratici. Da loro provenivano, fin dall’inizio della occupazione romana, i sommi sacerdoti che, in quel frangente, erano i rappresentanti degli Ebrei davanti al potere imperiale. Interpretavano in modo molto sobrio la Torah, che per loro si limitava al solo Pentateuco, senza cadere nella casistica tipica dei farisei e non dando valore alle tradizioni che questi avevano raccolto nella “Torah orale”. A differenza dei farisei,non credevano nella sopravvivenza dopo la morte, né condividevano le loro speranze escatologiche. Non godevano della popolarità dei farisei, ma detenevano il potere religioso e politico, ragion per cui erano molto influenti. Al tempo di Gesù dominavano ancora il sinedrio, ma dopo la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C. non si sentì più parlare di loro.
Uno dei gruppi più studiati negli ultimi anni è quello degli esseni. Abbiamo ampia informazione su come vivevano e su quali erano le loro credenze dalle opere di Flavio Giuseppe e soprattutto dai documenti trovati a Qumràn, nel deserto di Giuda vicino al Mar Morto, dove sembra si siano installati alcuni di loro.
Una caratteristica specifica degli esseni consisteva nel rigetto del culto che si faceva nel Tempio di Gerusalemme, in quanto realizzato da una classe sacerdotale che aveva perso prestigio fin dall’epoca della dinastia asmonea. Di conseguenza gli esseni optarono per segregarsi da queste pratiche comuni con l’idea di conservare e restaurare la santità del popolo in un ambito più ridotto, quello della loro comunità. Il ritiro di molti di loro in zone desertiche si proponeva di precludere il pericolo di contaminazione nel contatto con altre persone. La rinuncia a mantenere relazioni economiche o ad accettare regali non derivava solo da un ideale di povertà, ma era un modo di evitare contaminazioni col mondo esteriore per salvaguardare la purezza rituale. Attuata la rottura con il Tempio e il culto ufficiale, la comunità essena prende coscienza di se stessa come tempio immateriale che prende il posto transitoriamente del Tempio di Gerusalemme, fintanto che in quel luogo si fosse continuato a realizzare un culto considerato indegno.

17. Cosa sono i manoscritti di Qumràn?
Nell’anno 1947 nel Wadi Qumràn vicino al Mar Morto, furono rinvenuti in alcune grotte, undici in totale, delle giare che contenevano un gran numero di documenti scritti, in ebraico, aramaico e greco. Si sa che furono redatti fra il II secolo a.C. e l’anno 70 d.C., in cui ebbe luogo la distruzione di Gerusalemme.
Oltre ai pochi che si sono conservati in modo integro, ne sono stati ricomposti circa altri 800, dalle varie migliaia di frammenti ritrovati. Ci sono parti di tutti i libri dell’Antico Testamento, eccetto Ester, di molti libri giudaici non canonici già conosciuti e anche di altri fino allora sconosciuti; si sono trovati sono anche scritti originali del gruppo di esseni che si era ritirato nel deserto.
I documenti più importanti sono senza dubbio i testi della Bibbia. Fino alla scoperta dei testi di Qumràn, i manoscritti in ebraico più antichi che si possedevano erano dei secoli IX-X d.C. per cui si poteva sospettare che si fossero operati tagli, aggiunte o che fossero state modificate parole o frasi scomode degli originali. Con le nuove scoperte si è verificato che i testi trovati coincidono con quelli medioevali, sebbene siano precedenti di quasi mille anni, e che le poche varianti che presentano coincidono in gran parte con varianti già testimoniate dalla versione greca chiamata dei Settanta e dal Pentateuco samaritano. Altri documenti hanno contribuito a dimostrare che c’era un modo di interpretare la Scrittura (e le norme legali) differente da quanto facevano i sadducei o i farisei.
Nei ritrovamenti di Qumràn non c’è nessun testo del Nuovo Testamento né alcuno scritto cristiano. Alcuni anni fa è stato oggetto di discussione tra gli studiosi se alcune parole scritte in greco su due piccoli frammenti di papiro lì ritrovati potessero appartenere al Nuovo Testamento (in particolare al Vangelo di Marco), ma la maggioranza degli esegeti si è espressa in modo negativo su questo possibile collegamento. Al di fuori di questo caso controverso, in quelle grotte non furono rinvenuti reperti attribuibili a nessuna possibile fonte cristiana canonica o gnostica.
Non sembra nemmeno che si possano rilevare influenze degli scritti rinvenuti a Qumran sull’insieme dei libri che compongono il Nuovo Testamento. Oggi gli specialisti sono d’accordo che questo gruppo non influì per nulla sulle origini del cristianesimo, giacché era esclusivista, minoritario, e appartato dalla società, mentre Gesù e i primi cristiani vissero immersi nella società del loro tempo, giudaica ed ellenistica, e dialogarono con i loro contemporanei. Questi documenti sono serviti soprattutto per chiarire alcuni termini o espressioni abituali in quell’epoca.
Nella prima metà degli anni novanta del XX secolo, si diffusero due miti che con il tempo si sono completamente dissolti. Uno, che i manoscritti contenessero dottrine che contraddicevano o il giudaismo o il cristianesimo e che, di conseguenza, il Gran Rabbinato e il Vaticano si sarebbero messi d’accordo per impedirne la pubblicazione. Ora che sono stati pubblicati tutti i documenti, è risultata evidente la falsità di quelle notizie e si è preso atto che le difficoltà di pubblicazione non erano frutto dell’ennesimo complotto del Vaticano, ma erano di ordine tecnico e organizzativo.
Il secondo mito legato a Qumran è più sottile, data la sua apparente scientificità: la prof. Barbara Thiering di Sydney e il prof. Robert Eisenman della State University di California hanno sostenuto in vari libri che, confrontando i documenti qumranici con il Nuovo Testamento, si arriva alla conclusione che entrambi furono scritti in codice, e quindi non dicono quello appare, ma che bisogna scoprirne il significato segreto. I due autori azzardarono l’ipotesi che il Maestro di Giustizia, fondatore del gruppo di Qumràn, sia stato Giovanni Battista e il suo “oppositore” Gesù (secondo B. Thiering), o che il Maestro di Giustizia sia stato Giacomo e il suo “oppositore” Paolo. Questi due studiosi hanno basato le loro tesi sul fatto che nei documenti originali della setta che abitò Qumran e li depositò nelle grotte in cui furono rinvenuti, vengono designati personaggi con termini il cui significato ci sfugge, come il Maestro di Giustizia, il Sacerdote empio, il Bugiardo, il Leone furioso, i cercatori di interpretazioni facili, i figli della luce e i figli delle tenebre, la casa della abominazione, ecc. Attualmente nessuno specialista condivide tali affermazioni. Se non conosciamo il significato di questa terminologia non è perché contenga dottrine esoteriche, ma perché ci mancano informazioni. È evidente che, per i contemporanei dei qumraniti, queste espressioni risultavano familiari e che i documenti del Mar Morto, sebbene contengano dottrine e norme differenti da quelle osservate dal giudaismo ufficiale, non hanno nessun codice segreto né nascondono teorie inconfessabili. Nel loro insieme i manoscritti di Qumran sono una fonte inestimabile di dati sull’ambiente religioso e sociale del I secolo d.C., così variegato, in cui nacque il cristianesimo.

18. Che atteggiamento aveva Gesù di fronte alle pratiche penitenziali?
Come in altre religioni, le pratiche penitenziali erano abituali anche nel popolo di Israele. L’orazione, l’elemosina, il digiuno, la cenere sopra il capo, il sacco: veste di un tessuto rozzo e ruvido indossato direttamente sulla pelle (detto anche cilicio: cfr. per es. 2 Sam 3,31; Ez, 7, 18; Mt, 11, 21; ecc.), erano alcuni dei molti modi con cui gli israeliti manifestavano il loro desiderio di cambiar vita e convertirsi a Dio (cfr. Tb 12,8; Is 58,5; Gl 2,12-13; Dn 9,3 ecc.).
Gesù, come unanimemente attestano gli storici e gli studiosi della Scrittura, mise al centro della sua predicazione l’annuncio del Regno di Dio e chiedeva anche la conversione come parte essenziale dell’annuncio: “Il tempo si è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). La conversione (poenitentia in latino, metanoia in greco) alla quale Gesù chiama, consiste in un cambiamento profondo del cuore e ci esorta a dare frutti degni di penitenza (Mt 3,8), a cambiare la vita in modo coerente con questo mutamento interiore. Ciò vuol dire che convertirsi è qualcosa di autentico ed efficace solo se si traduce in atti e gesti. Gesù volle mostrare con la sua vita che Regno di Dio e penitenza non si possono separare. Praticò il digiuno (Mt 4,2), rinunciò alla comodità di un luogo stabile dove riposare (Mt 8,20), passò notti intere in orazione (Lc 6,12) e, soprattutto, donò volontariamente la sua vita sulla croce.
I primi discepoli di Gesù, seguendo i suoi insegnamenti, capirono che seguire Cristo implica imitare i suoi atteggiamenti. San Luca è l’evangelista che maggiormente sottolinea che il cristiano deve vivere come visse Cristo e prendere la propria croce ogni giorno, come Gesù aveva chiesto ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.” (Lc 9,23). In questo modo, i primi cristiani continuarono a utilizzare il tempio per pregare (Atti 3,1) e continuarono a praticare le opere di penitenza, come per esempio il digiuno (Atti 13,2-3), tenendo però presenti gli insegnamenti di Gesù riguardo al modo di compierle: “quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.” (Mt 6,16-18).
Successivamente, alla luce del valore della morte di Cristo sulla croce, per la quale gli uomini sono redenti dai loro peccati, i cristiani capirono che le pratiche penitenziali – soprattutto il digiuno, l’orazione e l’elemosina – e qualsiasi sofferenza non solo si ordinavano alla conversione ma potevano associarsi alla morte di Gesù come mezzo per partecipare al sacrificio di Cristo e corredimere con lui. Così si trova negli scritti di Paolo: “do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24) e così si continua a vivere nella Chiesa.
19. Quali orientamenti politici aveva Gesù?
Gesù fu accusato davanti alle autorità romane di promuovere una rivolta politica (cf Lc 23,2). Il procuratore Pilato ricevette pressioni per condannarlo a morte per questo motivo: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare” (Gv 19,12). Per questo, nel titulus crucis dove si indicava il motivo della condanna era scritto: “Gesù Nazareno, re dei Giudei“.
Prendendo come pretesto la predicazione di Gesù sul Regno di Dio, un regno di giustizia, amore e pace, i suoi accusatori lo presentarono come un avversario politico che avrebbe potuto creare problemi a Roma. Ma Gesù non partecipò al dibattito pubblico, né si schierò per nessuno dei gruppi o tendenze in cui si dividevano le opinioni e l’azione politica delle popolazioni che allora vivevano in Galilea o Giudea.
Questo non vuol dire che Gesù si disinteressasse delle questioni rilevanti nella vita sociale del suo tempo. La sua attenzione verso i malati, i poveri e i bisognosi non passarono inavvertiti. Predicò la giustizia e, soprattutto, l’amore al prossimo senza distinzioni.
Quando entra in Gerusalemme per partecipare alla festa di Pasqua, la moltitudine lo acclamò come Messia gridando al suo passaggio : “Osanna al figlio di David! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!” (Mt 21,9). Tuttavia Gesù non corrispose alle aspettative politiche con le quali il popolo si immaginava il messia: non era un condottiero che avrebbe cambiato con le armi la situazione in cui si trovavano, e nemmeno un capo rivoluzionario che incitasse alla sollevazione contro il potere romano.
Il messianismo di Gesù si capisce solo alla luce del poema del Servo di JHWH di cui Isaia aveva profetizzato (Is 52,13-53,12), che si offre alla morte per la redenzione di molti. Così intesero con chiarezza i primi cristiani, mossi dallo Spirito Santo, nel riflettere su quello che era successo: “A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.” (1Pt 2,21-25).
In alcune recenti biografie di Gesù si fa notare, nel valutare il suo atteggiamento rispetto alla politica del momento, la varietà presente fra gli uomini che scelse come Apostoli. Simone, chiamato Zelota (cfr. Lc 6,15), come indica il suo soprannome, probabilmente era un nazionalista radicale, impegnato nella lotta per la indipendenza del popolo di fronte al potere straniero. Alcuni esperti ritengono che il soprannome di Giuda Iscariota (iskariot) possa essere la trascrizione popolare greca della parola latina sicarius, e questo lo indicherebbe come un simpatizzante del gruppo più estremista e violento del nazionalismo giudaico. Matteo invece era esattore di imposte per l’autorità romana, “un pubblicano”, cioè un collaborazionista con il regime politico stabilito da Roma. Altri nomi, come Filippo, denoterebbero un’assimilazione con la cultura ellenistica, molto diffusa e radicata in Galilea.
Si tratta di conclusioni non del tutto certe; l’assimilazione di alcuni nomi con atteggiamenti politici che acquistarono rilievo solo alcune decadi dopo può essere un po’ forzata; comunque queste ipotesi illustrano bene il fatto che nel gruppo dei Dodici c’erano persone molto diverse, ognuna con le proprie opinioni e posizioni, ma tutte chiamate a un compito, quello assegnato da Gesù, che superava ogni affiliazione politica e condizione sociale.

20. Quali furono i rapporti di Gesù con l’Impero Romano?
Nel complesso panorama sociale e politico, molto spesso in rivolta, in cui visse Gesù è degno di nota il fatto che Egli non manifestò, almeno direttamente, un’aperta avversione allo stato romano, pur non accettandolo acriticamente.
Un episodio rilevante è quello narrato nei tre vangeli sinottici, in cui alcuni farisei, messisi per l’occasione d’accordo con alcuni erodiani, gli tendono un tranello con una domanda capziosa: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?” (Mt 22, 16-17). La reazione di Gesù è ben nota: “Conoscendo Gesù la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22, 18-21).
La risposta di Gesù supera l’orizzonte umano dei suoi interlocutori. È al di sopra del sì e del no che volevano ottenere. La questione era molto insidiosa, perché tentava di ridurre l’atteggiamento religioso e trascendente di Gesù ad una posizione politica. La domanda, nel contesto in cui era stata formulata, quasi lo obbligava a esporsi o come collaborazionista del regime occupante della Palestina, o come rivoluzionario.
Di fronte a questa provocazione, Gesù non confonde il regno di Dio con lo Stato. Da una parte riconosce le competenze dello stato nell’organizzazione di quanto giova al bene comune, come è la raccolta delle imposte. Però la sovranità dello stato non è assoluta. Nel mondo romano di allora, dove si tributava culto divino all’imperatore, Gesù non gli riconosce questa sfera di competenza: ci sono cose che non debbono essere date a Cesare ma a Dio. L’istituzione civile e quella religiosa, secondo gli insegnamenti di Gesù, non debbono confondersi né intromettersi in questioni che non sono di loro pertinenza, ma armonizzarsi, rispettando ognuna la sfera dell’altra.
La vita di molti tra i primi cristiani, cittadini normali che lavorarono insieme ai propri concittadini nella costruzione della società in cui vivevano, ma che seppero offrire una testimonianza fino al martirio, quando leggi ingiuste pretendevano di obbligarli a non rispettare quello che è di Dio, sono la migliore esegesi di queste parole di Gesù.