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52 domande su Gesù (IX)

Dalla domanda 41 alla domanda 45

Autore: Autori vari

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41. Cosa dicono i vangeli apocrifi?
Gli scritti apocrifi che proliferarono nella Chiesa a partire dal II secolo possono dividersi in tre categorie:
a) quelli che ci sono pervenuti tramite frammenti scritti su papiro e hanno una certa somiglianza con gli scritti canonici;
b) quelli che si sono conservati integri e hanno un carattere agiografico e tramandano racconti sulla vita di Gesù e della Santissima Vergine;
c) altri che, sotto il nome di un apostolo, si proponevano di diffondere dottrine che mescolavano la rivelazione cristiana con le filosofie gnostiche.
Tra i primi, che sono scarsi e aggiungono poco a ciò che già si conosceva, forse perché conosciamo poco il loro contenuto, ci sono da segnalare i frammenti del cosiddetto “Vangelo di Pietro” che narra la Passione.
Fra i secondi, il più antico è chiamato “Protovangelo di Giacomo” e narra la vita della Santissima Vergine, della sua permanenza nel tempio da quando aveva tre anni e di come fu designato San Giuseppe, che viene presentato come vedovo, per aver cura di lei. Quando essa compì i dodici anni, i sacerdoti del Tempio riunirono tutti i vedovi e per un prodigio dal bastone di Giuseppe spuntò una colomba, e così fu lui ad essere designato. Altri apocrifi successivi, come lo “Pseudo Matteo”, riportano lo stesso episodio con la variante che il bastone fiorì miracolosamente. Il Protovangelo si sofferma poi a raccontare la nascita di Gesù e come il santo patriarca cercò una levatrice che potesse verificare la verginità di Maria nel parto. Con uno stile simile, altri apocrifi come “la natività di Maria” si soffermano a raccontare la nascita della Vergine da Gioacchino e Anna, che erano già anziani. Lo “Pseudo Tommaso” narra l’infanzia di Gesù e i miracoli che faceva da bambino. La morte di San Giuseppe è il tema principale della “Storia di Giuseppe il falegname”. Negli apocrifi arabi della infanzia, molto posteriori, si fissa l’attenzione sui Re Magi, dei quali in un testo etiope ci dà anche i nomi che sono poi divenuti popolari. Nel “Libro del riposo” o lo “Pseudo Melitone” il tema principale è la morte e l’Assunzione della Santissima Vergine, che secondo questa pia tradizione, morì circondata dagli apostoli e il Signore ne trasportò il corpo in un carro celeste. Tutte queste leggende devote circolarono con profusione nel Medio Evo e servirono di ispirazione a molti artisti.
L’ultimo tipo di scritti, che più propriamente si possono chiamare apocrifi (nascosti) sono quelli che trasmettevano, all’interno di alcune sette, dottrine eretiche. Sono quelli più citati dai Santi Padri che li studiarono per confutarli e, con frequenza, li catalogarono con il nome di chi li aveva composti e che in genere erano i capi di queste sette: come per es. Marcione o Basilide. Altre volte vengono identificati con i destinatari come per es. il Vangelo degli Ebrei o degli Egizi. Altre volte gli stessi scrittori ecclesiastici accusano questi eretici di mettere le loro dottrine sotto il nome di qualche apostolo, preferibilmente Giacomo o Tommaso.
Le informazioni che già avevamo dagli antichi scrittori cristiani (S. Ireneo, S. Epifanio, ecc.) sono state confermate dal ritrovamento di circa quaranta opere gnostiche scritte su papiri, ritrovati a Nag Hammadi (Egitto) nel 1945. In queste opere, in genere, sono presentate rivelazioni segrete di Gesù di cui però non abbiamo nessuna garanzia. La base dottrinale è comune a tutte le sette gnostiche conosciute: il Dio Creatore è un dio inferiore e perverso (il Demiurgo); alla salvezza individuale si arriva mediante la consapevolezza della nostra natura divina.

42. Chi sono gli gnostici?
Il nome di “gnostico” viene dalla parola greca “gnosis” che significa conoscenza; gnostico è pertanto colui che acquista una conoscenza speciale e vive secondo questa. Il termine “gnosis” non ha pertanto di per sé senso negativo. Alcuni Santi Padri come Clemente di Alessandria e Sant’Ireneo parlano della gnosi nel senso della conoscenza di Gesù Cristo ottenuta dalla fede : “la vera gnosi – scrive Sant’Ireneo – è la dottrina degli Apostoli”(AdvHaer IV 33).
Il termine “gnostico” acquistò senso negativo quando fu applicato dagli stessi Padri a alcuni eretici che ebbero notevole rilievo fra il II e IV secolo. Il primo a designarli così fu Sant’Ireneo che vede la loro origine nella eresia di Simone il samaritano (Atti 8,9-24), e dice che i suoi seguaci si propagarono ad Alessandria, Asia Minore e Roma dando luogo a “una moltitudine di gnostici che emergono dal suolo come se si trattasse di funghi” (AdvHaer, I.29.1). Da loro, continua dicendo Sant’Ireneo, derivano i valentiniani che sono quelli che lui combatte direttamente. Spiega tale abbondanza e diversità di sette dicendo che “la maggioranza dei loro fautori – in realtà, vogliono essere maestri; se ne vanno dalla setta che abbracciarono e tramano un insegnamento a partire da un’altra dottrina, e poi a partire da questa ne sorge un’altra, poi tutti insistono nell’essere originali e nell’aver trovato da se stessi le dottrine che di fatto si limitarono a mettere insieme” (AdvHaer. I.28.1).
Da queste informazioni di Ireneo e di altri Padri che dovettero confrontarsi quelle eresie (specialmente Sant’Ippolito di Roma e Sant’Epifanio di Salamina), si deduce che fu tale la quantità di gruppuscoli (simoniani, nicolaiti, ofiti, naasseni, seziani, perati, basilidiani, carpocraziani, valentiniani, marcosiani) e di maestri (Simone, Cerinto, Basilide, Carpocrate, Cerdone, Valentino, Tolomeo, Teodoto, Heracleo, Bardesano…), che caddero sotto la designazione di “gnostici”, che solo in maniera molto generica li si possono raggruppare sotto un’unica denominazione. Dalle opere scoperte nei papiri ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi (alto Egitto), circa una quarantina, si ricava la stessa impressione: ogni opera contiene il proprio orientamento dottrinale senza avere nulla in comune con le altre.
Tra tutti questi autori e scritti, quelli conosciuti meglio sono gli gnostici valentiniani, che furono quelli che esercitarono la maggiore influenza. Agivano all’interno della Chiesa “come una belva rannicchiata”, dice Sant’Ireneo. Utilizzavano le stesse Sacre Scritture, però le interpretavano in senso contrario. Il Dio vero, secondo loro, non era il Creatore del Mondo, ma era l’Inconoscibile o l’Abisso; fra gli esseri del mondo celeste (eoni) distinguevano diversi Cristi; insegnavano che la salvezza si ottiene per la comprensione di se stessi come scintilla divina racchiusa nella materia; che la redenzione di Cristo consiste nell’aprirci gli occhi a questa conoscenza e che solo gli uomini spirituali (pneumatikoi) sono destinati alla salvezza. Il carattere elitario della setta e il disprezzo del mondo creato erano gli elementi principali della mentalità di quegli eretici, i più significativi rappresentati degli “gnostici”.

43. Che cosa è la Biblioteca di Nag Hammadi?
È la collezione di tredici codici di papiro con copertine di cuoio che furono casualmente scoperti nel 1945 nell’alto Egitto, vicino all’antico villaggio di Quenoboskion, a circa dieci chilometri dalla moderna città di Nag Hammadi. Si conservano nel Museo Copto de Il Cairo, e si sogliono designare con le sigle NHC (Nag Hammadi Codices). Alla stessa collezione si abbinano altri tre codici già conosciuti dal secolo XVIII che si trovano a Londra (Codex Askewianus, normalmente conosciuto come Pistis Sophia), Oxford (Codex Brucianus) e Berlino (Codex Berolinensis). Questi tre codici, sebbene realizzati in tempi successivi, procedono dalla stessa zona.
Per codice s’intende uno scritto con formato simile agli attuali libri. A differenza del rotolo consentiva di scrivere sulle due facciate e di rilegare gli scritti anche in formati tascabili.
I NHC furono confezionati all’incirca nell’anno 330 e sotterrati alla fine del secolo IV o a principio del V, forse per non essere distrutti da qualche autorità ecclesiastica. Questi codici contengono una cinquantina di opere scritte in copto – la lingua egizia scritta con caratteri greci -, che sono traduzioni, a volte non molto affidabili, dal greco. Quasi tutte le opere sono di carattere eretico e riflettono le diverse tendenze gnostiche che, in generale, furono studiate e confutate dai Padri della Chiesa, in particolare da Sant’Ireneo, Sant’Ippolito di Roma e Sant’Epifanio. Il principale contributo di questi codici è l’accesso diretto ai testi gnostici e si può verificare che, effettivamente, gli autori ecclesiastici contemporanei conoscevano bene ciò che confutarono.
Dal punto di vista letterario sono rappresentati i generi più diversi: trattati teologici e filosofici, apocalissi, vangeli, orazioni, atti degli apostoli, lettere, ecc. A volte i titoli non sono originali, ma sono stati aggiunti dagli editori tenendo conto del contenuto. Rispetto alle opere che sono classificate come “Vangelo” risultano assomigliare assai poco ai vangeli canonici, giacché non presentano una narrazione della vita del Signore, ma le rivelazioni segrete che Gesù avrebbe fatto ai suoi discepoli. Così per es. il vangelo di Tommaso riporta centoquattordici detti di Gesù, uno dietro all’altro, senza altro contesto narrativo che alcune domande che a volte gli fanno i discepoli; e il “Vangelo di Maria (Maddalena)” narra la rivelazione che Cristo glorioso le fa sulla ascensione dell’anima.
Dal punto di vista delle dottrine contenute, i codici contengono in generale opere gnostiche nate in un contesto cristiano; sebbene in alcune, come l’ “Apocrifo di Giovanni” – una delle più importanti giacché si trova in quattro codici -, gli elementi cristiani sembrano secondari rispetto al mito gnostico che costituisce il suo nucleo. In questo mito si interpretano al rovescio i primi capitoli della Genesi presentando il Dio creatore o Demiurgo come un dio inferiore e perverso che ha creato la materia. Ci sono anche opere gnostiche non cristiane che raccolgono una gnosi greco-pagana sviluppata attorno alla figura di Hermes Trismegisto, considerato il grande rivelatore della conoscenza (“Discorso dell’otto e del nove”). Questo tipo di gnosi si conosceva in parte già prima dei ritrovamenti. In NHC VI si raccoglie addirittura un frammento de “La Republica” di Platone.
Nonostante la grande varietà di generi letterari e di contenuti dei libri di questa Biblioteca,il tratto comune è che si tratta di opere più adatte per la speculazione religiosa-filosofica e che sono estranee ai testi utilizzati nelle antiche comunità cristiane.

44. Di cosa tratta il Vangelo di Filippo?
Si tratta di uno scritto contenuto nel Codex II della collezione di Codici copti di Nag-Hammadi (NHC), ora nel Museo del Cairo. Non ha niente a che vedere con un “Vangelo di Filippo” citato da San Epifanio, che dice fosse utilizzato da alcuni eretici d’Egitto, o con quello che altri scrittori ecclesiastici fanno risalire ai manichei.
Lo scritto di Nag Hammadi (NHC II 51,29-86,19) riporta alla fine il titolo “Vangelo secondo Filippo”, sebbene in realtà non è un vangelo – non è una narrazione della vita di Gesù -, e il testo non si presenta come di Filippo. Tale titolo è una aggiunta posteriore alla redazione originale, sulla base del fatto che nello scritto si attribuisce a questo apostolo il detto che Giuseppe il Falegname fece la croce dagli stessi alberi che lui aveva piantato.
L’opera contiene un centinaio di pensieri più o meno sviluppati senza che abbiano un collegamento coerente fra di loro. In diciassette casi si presentano come detti del Signore, di cui nove procedono dai vangeli canonici e gli altri sono originali. La maggior parte delle volte si tratta di paragrafi estratti da fonti anteriori di carattere omiletico o catechetico. Riflettono una dottrina gnostica peculiare, anche se in parte simile a quella di altri eretici gnostici come i valentiniani. I punti essenziali sono:
a) La comprensione del mondo celeste (Pleroma) formato da coppie (il Padre e Sofia superiore, Cristo e lo Spirito Santo – inteso questo ultimo come femminile-, e il Salvatore e Sofia inferiore da cui procede il mondo materiale);
b) la distinzione di vari “Cristo”, fra cui Gesù nella sua apparizione terrena;
c) la concezione della salvezza come l’unione, già in questo mondo, dell’anima (elemento femminile dell’uomo) con l’angelo procedente dal Pleroma (elemento maschile);
d) la distinzione fra uomini spirituali (pneumatici) che raggiungono questa unione, e gli psichici ed ilici o materiali ai quali l’unione è inaccessibile.
Fra i punti che più hanno attratto l’attenzione su questo vangelo è ciò che in esso si legge su Gesù e la Maddalena. Questa è presentata come la “compagna” di Cristo (36) e si dice che “il Signore la baciò … (il testo è danneggiato) ripetute volte” perché la amava più che tutti i discepoli (59). Queste espressioni, che a prima vista potrebbero sembrare erotiche, si impiegano per simbolizzare che la Maddalena aveva acquistato la perfezione propria degli gnostici ed era arrivata alla luce perché glielo aveva concesso Cristo. Succede qualcosa di simile quando si parla in questo testo della “camera nuziale” come un sacramento – o letteralmente mistero – che diventa il culmine del Battesimo, dell’Unzione, dell’Eucarestia e della Redenzione. L’immagine del matrimonio è impiegata come simbolo della unione tra l’anima e il suo angelo. Nel vangelo di Filippo tale sacramento rappresenta l’acquisizione della unità originaria dell’uomo già in questo mondo e che culminerà nel mondo celeste che, per l’autore, è la propria e vera “camera nuziale”.

45. Che dice il “Vangelo di Maria (Maddalena)”?
Quello che viene identificato come “Vangelo di Maria” è un testo gnostico scritto originariamente in greco, che ci è arrivato attraverso due frammenti in papiro del secolo III, trovati a Oxirrinco (Egitto) (P.Ryl.III 463 e P. Oxy. L 3525), e una traduzione in copto del secolo V (P. Berol. 8502). Questi testi furono pubblicati fra l’anno 1938 e il 1983. È possibile che l’opera originaria sia stata composta nel secolo II. In essa si presenta Maria, probabilmente la Maddalena (nome che nel testo non viene citato), come fonte di una rivelazione segreta per la sua stretta relazione col Salvatore.
Nei frammenti del testo che ci sono giunti, viene riportato il dialogo tra Cristo risuscitato e i discepoli che gli pongono domande. Dopo aver risposto, li invia a predicare il vangelo del Regno ai gentili e se ne va. I discepoli rimangono tristi, ritenendosi incapaci di compiere tale missione. Allora Maria li incoraggia a portarla a compimento. Pietro le chiede di comunicare anche a loro quelle parole del Salvatore che loro non hanno sentito, perchè sanno che lui “la amava più delle altre donne”. Maria riferisce la sua visione, piena di temi gnostici: in un mondo che va verso la sua dissoluzione, l’anima incontra gravi difficoltà per scoprire la sua vera natura spirituale nella salita verso il luogo del suo eterno riposo. Quando termina il suo racconto, Andrea e Pietro non le credono. Pietro le rinfaccia che il Salvatore l’avrebbe preferita agli apostoli e Maria si mette a piangere. Levi la difende (“Tu, Pietro, sempre così impetuoso”) e accusa Pietro di mettersi contro la “donna” (probabilmente, Maria, più che la donna in generale) come facevano gli avversari. Li incoraggia ad accettare che il Salvatore abbia preferito lei, a rivestirsi dell’uomo perfetto e ad avviarsi a predicare il vangelo, cosa che finalmente fanno.
Fino a qui la testimonianza dei frammenti, che, come si vede, è piuttosto scarna. Alcuni autori hanno voluto vedere nella opposizione degli apostoli a Maria (in qualche modo presente anche nel Vangelo di Tommaso, nella Pistis Sophia e nel Vangelo greco degli Egiziani) un riflesso delle controversie esistenti nella Chiesa del secolo II. Indicherebbe che la Chiesa ufficiale era contro le rivelazioni esoteriche e la supremazia della donna. Ma se si tiene conto del carattere gnostico di questi testi, sembra molto più plausibile che questi “vangeli” non riflettano la situazione della Chiesa, ma la particolare posizione di questi gruppi nei suoi confronti. Quello che afferma un gruppo settario non può prendersi come norma generale di una situazione, ne può farsi della eccezione una regola.