Beati voi! Perchè magari con Dio la vita non diventa più facile, ma torna sempre ad essere possibile.
Omelia della IV Domenica del Tempo Ordinario Anno A - (Mt 5,1-12)
Autore: Don Flavio Maganuco
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sof 2,3; 3,12-13 Sal 145 1Cor 1,26-31 Mt 5,1-12
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».
BEATI VOI!
perchè magari con Dio la vita non diventa più facile, ma torna sempre ad essere possibile.
Quando leggo o ascolto il brano del Vangelo delle Beatitudini, inevitabilmente questo mi tocca nel profondo.
È il primo “pezzo” di Vangelo che da bambino ho imparato a memoria dopo il Padre Nostro, il brano che ha accompagnato la mia ordinazione presbiterale,
è un passo a cui sono molto legato.
Quante omelie ci ho ricamato sopra, ma ogni volta che devo pensarne una nuova, involontariamente trovo quasi sempre un nuovo passaggio da cui partire.
E in questa occasione particolare,
anche alla luce delle altre letture che accompagnano il Vangelo di questa domenica, c’è un aspetto che ha richiamato la mia attenzione.
Notate bene: prima di parlare ai suoi discepoli, Gesù si siede,
come facevano i maestri di quel tempo prima di parlare ai loro discepoli;
prima ancora sale sul monte; il luogo da cui parla l’inviato da Dio,
come Mosè che dona la legge al popolo eletto
– e in effetti tutto il discorso della montagna è “la nuova legge” che Dio ci consegna – , ma prima ancora Gesù, guarda; guarda e vede le folle, così come sono:
con le loro attese, le loro ferite, le loro stanchezze e paure.
E solo dopo sale sul monte, si siede, e comincia a insegnare. Questo ci dice qualcosa di molto semplice e molto profondo:
Per Dio la vita viene prima dei discorsi sulla vita.
Gesù non inizia il suo discorso prendendo a modello un uomo “ideale”, ma inizia a partire dalla condizione di uomini e donne concreti che ha davanti.
Il suo insegnamento nasce da uno sguardo che si posa sulla realtà,
non dalle teorie, dai principi o dai progetti.
E se ci pensiamo bene,
questo è in fondo lo sguardo che Dio ha sempre avuto sull’uomo.
Lo abbiamo ascoltato nelle altre letture:
anche lì Dio parla a un popolo che innanzitutto riconosce povero, invitandolo alla giustizia e all’umiltà;
promette di prendersi cura di chi è piegato dalla vita,
di chi ha fame, di chi è malato, di chi è solo,
perché è un Dio che non passa oltre davanti alla fatica.
Anche san Paolo infine cosa ci dice?
Che Dio non sceglie chi ha le qualità necessarie per portare avanti i suoi progetti,
ma vede e chiama gli ultimi, a partire dalla loro povertà, e li rende capaci,
un modo di fare che lascia sempre confuso chi non capisce con quale cuore Dio ragiona.
Quando allora Gesù proclama le Beatitudini,
non sta inaugurando un pensiero alternativo o un’utopia spirituale.
Sta dando voce a questo sguardo antico, fedele, ostinato:
uno sguardo che si posa dove la vita sembra più esposta, più vulnerabile.
E che cosa cambia nelle nostre vite quando Dio ci guarda così?
Lui ci chiama Beati, ma se non stiamo attenti c’è il rischio
che possiamo avvertire questa chiamata solo come una consolazione gentile; una parola che sì, scalda il cuore, ma che non incide nella realtà,
che non la sposta di un millimetro.
Papa Leone, in una recente udienza, ha detto una cosa molto bella a tal proposito:
«Nulla di ciò che siamo è estraneo a Dio; […]
Dio non entra nella nostra vita quando tutto è risolto,
ma proprio mentre le cose sono ancora aperte, irrisolte, faticose.»
e poi continua dicendo che Dio “attende pazientemente”
il momento in cui ricambieremo il suo sguardo,
“per vedere il suo volto amico, capace di trasformare
la delusione in attesa fiduciosa, la tristezza in gratitudine, la rassegnazione in speranza”.
Insomma:
La sua vicinanza non elimina automaticamente i problemi; però cambia il modo in cui una persona sta dentro ciò che vive.
Può succedere, ad esempio, a quel giovane che si sente indietro rispetto agli altri e piano piano, grazie a questo sguardo di Dio,
smette di considerarsi un errore, riscoprendo che la sua vita ha valore anche così.
O può succedere a quel genitore che continua a fare la sua parte,
magari nel silenzio e nella stanchezza,
e lo sguardo di Dio lo invita a credere che la fedeltà quotidiana non è tempo perso.
O ancora, può succedere a quell’anziano che non può più fare ciò che faceva un tempo,
ma, sentendosi visto da Dio, comprende che non è da accantonare perché “poco utile”,
ma sentendosi amato, capisce che la sua presenza è preziosa proprio perché può continuare a parlare di questo amore, in modi diversi e nuovi.
Le situazioni magari restano spesso le stesse. La fatica non sparisce. Le domande non ricevono tutte una risposta immediata.
Eppure qualcosa si muove. La persona non è più sola dentro quello che vive. Questo, lentamente, può fare la differenza.
Questo è il senso più vero delle Beatitudini: non è che la vita viene semplificata; è che diventa abitabile.
Non viene alleggerita, come magari vorremmo tutti; ma viene resa attraversabile.
Gesù vede le folle e insegna partendo da lì.
Ci dice che Dio non aspetta condizioni ideali per farsi presente. Ci incontra nella vita così com’è.
E noi? Siamo disposti a lasciarci guardare da Dio così come siamo?
Siamo stati – giustamente – educati a mostrarci sempre “presentabili” agli altri,
capelli ben fatti (per chi ancora ce li ha), vestiti puliti e adeguati ai vari momenti;
È una tentazione sempre più crescente nel discepolo che avanza nel cammino,
quella di voler fare questa cosa anche con Dio, dimenticandoci da dove ci ha chiamati.
Continuiamo invece a lasciarci guardare da Dio a partire dalle nostre povertà;
perché quando permettiamo a Dio di continuare a guardarci cosìo, anche ciò che pesa può diventare cammino.
E la vita, senza diventare più facile, torna finalmente ad essere possibile.