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Beatitudini oggi: rilettura del messaggio evangelico

In un mondo lacerato da guerre e discordie la Chiesa e la vita consacrata sono chiamate a testimoniare lo spirito delle beatitudini

Autore: Pier Giordano Cabra

In un mondo lacerato da guerre e discordie la Chiesa e la vita consacrata sono chiamate a testimoniare lo spirito delle beatitudini. Ma prima bisogna contemplare, ascoltare, lasciarsi trasformare, se vogliamo scendere nel difficile quotidiano e affrontare la nostra missione con atteggiamenti rinnovati.

Introduzione

Oggi lo Spirito ci prende per mano e ci conduce sul monte della Trasfigurazione, per contemplare Gesù di Nazareth, l’uomo nuovo, immagine sfolgorante del Dio invisibile, il più bello tra i figli dell’uomo, l’uomo beato, l’uomo che ha proclamato e vissuto le beatitudini.
Il cammino delle beatitudini è il cammino della filocalia, dell’amore alla divina bellezza, della trasformazione che la divina bellezza opera, della trasfigurazione del nostro essere a somiglianza dell’essere di Cristo, cuore e stupore del creato.
Le beatitudini ricreano e ricostruiscono l’uomo, lo trasfigurano, lo introducono nel mondo divino, o, come dicono i nostri fratelli orientali, lo divinizzano.
Lo Spirito c’invita ad ascoltare una volta ancora le grandi. parole delle beatitudini con lo sguardo rivolto al volto trasfigurato e luminoso di Cristo: ascoltare le sue parole e contemplare il risultato di queste parole per diventare creature nuove e per rinnovare il piccolo e il grande mondo che ci circonda. Contemplare, ascoltare, lasciarsi trasformare, per scendere poi nel difficile quotidiano ad affrontare la nostra missione, con atteggiamenti rinnovati. Lo Spirito ci dice che se è assolutamente necessario salire sul monte, è necessario anche discendere per immergerei nella realtà opaca per trasfigurarla, per attraversare le oscure situazioni del nostro tempo con la luce delle beatitudini che ricreano continuamente “la faccia della terra”.
Lo Spirito dunque, dopo averci portati a contemplare il Cristo beato nella gloria ci sospinge a scendere nei meandri del nostro tempo per portare la gioia delle beatitudini dentro le sue amarezze, per trovare le nuove piste che Egli ci sta tracciando, per comprendere quello che egli ci vuoI dire nella confusa situazione del momento presente.
Inoltriamoci in alcune esemplificazioni, guardando la situazione concreta della vita consacrata, soprattutto quella dell’Occidente.

Beati i poveri in spirito

La VC sta attraversando, qui in Occidente, un periodo di povertà crescente, una povertà di personale e di nuove leve, di difficoltà a far fronte alle nuove esigenze, una povertà d’adeguamento di strutture, di leadership, d’immagine e di prestigio.
Il fatto che fa sentire più acuta questa povertà è la sensazione di non avere risposte a molte delle difficoltà. Un certo senso d’impotenza afferra di quando in quando il cuore di chi deve prendere delle decisioni, di fronte a situazioni sempre più complesse e spesso inafferrabili.
È una povertà non solo personale, ma anche collettiva, che fa guardare con incertezza al domani, che fa della VC una realtà che «non ha né bellezza né splendore», «davanti alla quale ci si copre il volto», quasi appartenesse a un’epoca ormai passata, arcaica.
E una povertà che talvolta la umilia: dai fasti dei decenni appena lasciati alle spalle, si è passati alle difficoltà attuali, che comportano inquietanti domande circa l’immediato futuro. Persino là dove, in un passato non lontano, la vita consacrata ha dato le migliori prove di sé, nel servizio agli ultimi, oggi è in difficoltà. Da operatrice di generoso servizio ai poveri, la vita consacrata spesso si sta facendo povera e bisognosa di servizio, trovandosi nelle condizioni di chiedere aiuto agli altri.
Appartiene alla povertà evangelica accettare questa forma di povertà: il passare dall’essere benefattori ad aver bisogno d’aiuto, il dover chiedere aiuto per sé e non solo per gli altri, esige molta umiltà, molta povertà di spirito. È una nuova stagione, nella quale si è chiamati a -passare dalla gioia di dare alla gioia di ricevere.
Questa situazione ci può aiutare a ritornare più realisticamente vicini a Cristo, al Cristo delle beatitudini, al Cristo storico, così come è apparso in mezzo a noi, umile e umiliato, povero e marginale, senza potere e vittima del potere.
Lo sguardo rivolto al mistero di Cristo ci fa comprendere che è attraverso il suo amore senza potere che Dio ha voluto salvare il mondo.
Gesù era un profeta senza prestigio presso le classi alte, senza appoggi politici: ma è attraverso questa povertà che egli ha potuto annunciare l’amore gratuito di Dio, e portare così al mondo la ricchezza di Dio.
Queste sono state le vie di Dio, manifestate nel mistero di Cristo.
È con la sua povertà che egli ci ha arricchito, afferma san Paolo.
E se il Signore volesse oggi spingerci a una contemplazione più profonda del mistero di Cristo, per meglio assimilarci a lui e meglio servire il nostro tempo? E se il Signore volesse che noi curassimo soprattutto la qualità evangelica della nostra vita? E se intendesse dirci che il sale non può diventare insipido, né il nostro segno essere opaco? E se fossimo chiamati ad arricchire il mondo attraverso la povertà dell’umiltà e dell’umiliazione, che deriva dal nostro arretramento su molti fronti? E se fosse giunto il momento di guardare con più attenzione alla forma di vita di Cristo, all’essere di Cristo prima che al suo dire e al suo fare? E se fossimo invitati a guardare e contemplare il mistero della nostra consacrazione come conformazione al Cristo che confessa davanti al mondo che solo Dio è la ricchezza, l’amore e la realizzazione dell’uomo? E ciò grazie ad una vita serena, pur in mezzo alle povertà presenti? E se fossimo sospinti a ripensare in senso nuovo la .constatazione di Pietro: «Ecco abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito»: «ecco ci stai spogliando di tutto, ma siamo sempre pronti a seguirti, come e dove tu vuoi?»
La situazione presente, infangata in alcuni luoghi da pesanti scandali creati attorno a consacrati, ci sta spogliando non soltanto di un riconosciuto prestigio, ma anche d’alcune nostre pretese di grandezza spirituale, rendendoci piccoli davanti agli uomini.
«Piccoli, non importanti, non dei superuomini: senza privilegio, senza diritto, senza possesso, senza superiorità. Piccoli e dolci perché anche noi siamo vittime del male e da esso, contaminati: abbiamo tutti la vocazione di perdonati, non di innocenti». Che fare se non tacere e pregare? Pregare per non entrare in tentazione, per crescere nell’abbandono in Dio.
Ma – può aggiungere qualche istituto particolarmente provato – non è in pericolo la nostra stessa sopravvivenza? Certamente. E ciò diventa ancor più doloroso, anzi drammatico. D’altra parte, non possono valere anche per la vita delle nostre care e sudate istituzioni le parole del Signore: «Chi non odia la sua propria vita non può essere mio discepolo?».
Una possibile declinazione della beatitudine della povertà, per l’oggi.

Nel mondo occidentale, la beatitudine della povertà della vita consacrata, potrebbe essere declinata in alcune di queste forme esemplificative:

Beati voi se non vi lasciate scoraggiare dalla situazione del momento presente, ma date anzi un esempio di serenità a chi vi avvicina.
Beati voi se non vi amareggiate, né amareggiate gli altri, quando dovete chiudere alcune vostre opere o siete costretti a passarle in mano ad altri.
Beati voi Se manifestate al popolo di Dio che «non abbiamo quaggiù una permanente abitazione», ma «aspiriamo alla futura» e che quindi considerate anche le vostre realizzazioni delle realtà utili, ma provvisorie e precarie, destinate a durare fino a quando il Signore vorrà.
Beati voi se non siete aggressivi verso questo mondo che vi comprende poco, ma nel quale siete chiamati a vivere: piuttosto pregate incessantemente per i figli di Dio,
distratti e spesso distrutti.
Beati voi se manifestate la vostra incrollabile fiducia nel Signore della storia con la vostra gioia, che scaturisce dalla coscienza di partecipare al mistero pasquale di morte e di risurrezione.
Beati voi quando sapete condividere i vostri carismi con gli altri, in uno scambio arricchente di doni, guardando al bene del popolo di Dio come supremo criterio di azione. Beati voi quando, nelle sconfitte storiche del momento presente, riuscite a dire: «Grazie Signore, perché abbiamo Te come nostra ricchezza e nostro appoggio. E tu sei il nostro vero rifugio e conforto».

E nelle circostanze più tradizionali, delle varie parti del mondo:

Beati voi quando non vi lasciate incantare dal luccichio del mondo ricco e soddisfatto, ma avete occhi e mani per vedere e soccorrere i poveri, specie i nuovi poveri, a cui nessuno o pochi badano.
Beati voi quando non ponete la vostra fiducia nel denaro o nelle realizzazioni costose per fare avanzare il Regno di Dio, ma coltivate lo spirito di povertà usando il denaro secondo le priorità evangeliche.
Beati voi quando gestite opere efficienti e ammirate di servizio ai poveri, e non vi sentite per questo dei benefattori.
Beati voi quando avete occhi per vedere la povertà dell’uomo sazio, la sua aridità, la sua insoddisfazione, e non siete tranquilli fino a quando non trovate qualche via di accesso al suo cuore.
Beati voi quando vi preoccupate di scuotere l’indifferenza della massa cristiana, carente dell’amore di Dio, povera dei beni promessi da Cristo, chiusa nei suoi orizzonti terrestri.
Beati voi quando vi sentirete impotenti di fronte alle sfide di un mondo sicuro di sé, ma per questo non lasciate cadere le braccia, moltiplicando anzi la preghiera perché il Signore abbia pietà del suo popolo e mandi nuovi profeti e nuovi apostoli.

Beati gli afflitti

La più acuta afflizione del cristiano è il vedere che Dio non è amato.
Colui che ha riflettuto anche per poco su quanto Dio ami e desideri essere riamato, colui che ha fatto, anche una sola volta, l’esperienza di questo amore, non può non fare proprio il programma degli uomini e delle donne di Dio: amarti e farti amare.
Il vero cruccio della persona consacrata è il costatare che colui al quale ha dato il proprio cuore e la propria vita, sembra essere preso poco sul serio; Non pochi dei nostri contemporanei. danno la chiara impressione di vivere senza pensare a lui e spesso e volentieri senza di lui. Il sentimento di essere di fronte ad un’apostasia silenziosa da colui che è venuto per portare la buona novella; da colui che è la gioia nel mondo, non può che riempire d’afflizione.
C’è anche la sofferenza delle poche vocazioni, per le quali si prega, ma senza un riscontro confortante. A volte sentiamo tutto il peso della logorante nostra infecondità. C’è il pericolo di cadere nella tristezza e nella sfiducia del rassegnato «ormai c’è poco da fare».
Se andiamo a Nazareth, dove sono state coltivate le beatitudini, incontriamo la santa Famiglia che ci suggerisce che questa può diventare una “felice afflizione”. Il rammarico espresso nelle sofferte parole di Maria, per lo smarrimento di Gesù: «Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», esprime soprattutto l’afflizione di aver perduto Gesù, un’afflizione che conduce alla sua ricerca.
E quindi si tratta di una beata afflizione, perché dice l’amore che abbiamo per Gesù, dice l’orientamento positivo del nostro cuore, dice un’afflizione destinata alla consolazione che viene da Dio. E la beata afflizione che ci fa partecipare alle doglie del parto di quel Regno che è tutto di Dio e che solo lui conosce. Ma che sappiamo essere il suo Regno, misterioso ma luminoso, il Regno della luce senza ombre. E la beata afflizione che dice che siamo coinvolti con tutto il nostro essere, razionale ed emotivo nella causa del Regno, e che quindi tutto il nostro essere sarà accolto nel Regno.

Ma c’è anche il monito “evangelico: “non vi affannate”: «Non vi affannate», dirà continuamente Gesù. Affliggetevi per il male, perché questa afflizione è cosa buona, ma non vi affannate nel cercare rimedi ad ogni costo. Non lasciatevi vincere dallo sconforto quando non ci riuscite. Non affliggetevi al punto di perdere la speranza. Il mistero dell’iniquità è al servizio del mistero della salvezza.
Lavorate sodo, impegnatevi e poi, con serenità, «presentate a Dio il vostro affanno ed egli vi esaudirà» quando e come meglio crederà. Gesù è il Signore anche di questo momento storico. Voi preoccupatevi di farlo crescere,come Maria e Giuseppe, e poi lasciate spazio e tempo a lui che ha creato il cosmo e il cuore degli uomini ed è il Signore dei sècoli. A voi il compito di farlo crescere in voi, nelle vostre comunità, nella vostra dedizione alla sua crescita nel mondo. Quando sarà giunta la sua ora, egli agirà per fare quello che non potete fare voi.
Non fate i piagnoni: nel libro degli Atti degli apostoli (14,22; 5,41-42; 9,16) mentre si dice e si ripete che «è necessario passare per molte tribolazioni, per entrare nel Regno dei cieli», si dice ancora più spesso: «erano pieni di gioia e di Spirito Santo». Il che vuoI dire: non lasciatevi vincere dalla tristezza e dall’amarezza.
«A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui»(Fil1,29). A voi è stato dato lo Spirito che infonde, assieme alla forza, anche pace, gioia, serenità.
Nel suo secondo discorso nel libro degli Atti, Pietro, dopo la guarigione o ricostruzione del paralitico, parla della seconda venuta del Signore come dei tempi della consolazione e i tempi della restaurazione di tutte le cose, tempi in cui si riverserà la benedizione messianica su tutte le famiglie della terra (At 3,20-25). Pietro presenta Gesù come il restauratore della persona menomata e quindi come il consolatore: attraverso le opere di risanamento, di sollievo, di attenzione.
Anche noi siamo chiamati a testimoniare la sua capacità di consolazione, non solo per il tempo presente, ma per la consolazione e la restaurazione definitiva. Lo faremo nella misura in cui ci dedichiamo alla ricostruzione ‘fisica e spirituale delle persone.
Ma anche quando siamo disposti a lasciarci consolare e restaurare da Lui, senza troppe ricerche di consolazioni alternative. Colui che cerca la consolazione in Cristo consolatore, sarà in grado di “consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione” (2 Cor 1,4)

Beati i miti, perché erediteranno la terra

Gesù è l’Agnello di Dio che dice: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore». E vuole che i suoi discepoli siano agnelli e miti. «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi» (Lc 10,3).
Beati i miti, perché possederanno la terra, cioè il cuore dei fratelli. La mitezza è la carta di identità dell’apostolo che vuoI conquistare i cuori all’amore di Dio.
La potenza del vangelo si manifesta nella mitezza di chi lo vuole annunciare. Si tratta di testimoniare che noi crediamo a quello che il Signore ha promesso: dare il suo aiuto agli agnelli, non ai lupi. E che la terra, promessa ai miti, cioè la terra del cuore degli uomini, sarà data a chi pazientemente semina fraternità e non a chi vuole emergere o dominare, o far valere le proprie idee, con aggressività, dentro e fuori la propria comunità, dentro e fuori la propria famiglia religiosa, dentro e fuori la Chiesa. Il cristiano ha solo la potenza disarmata dell’amore, nel quale crede e confida. Egli sa che la violenza può conquistare terre, ma non i cuori. Sa che con l’abbondanza dei soldi e la potenza dei mezzi si possono fare cose degne d’ammirazione, ma non sempre si è capaci di toccare i cuori.
Le difficoltà del momento presente non potrebbero diventare un’occasione per guardare assai più dentro noi stessi invece che fuori di noi, per dare assai più’ importanza alla costruzione dell’uomo interiore modellato sulla dolcezza di Cristo che alle pur necessarie opere esteriori?
E se l’attuale debolezza esterna della VC fosse una provocazione per una crescita dell’uomo interiore in quella forza tranquilla che è la mansuetudine, forza a cui il Signore ha garantito la conquista della terra o dei cuori?
La mitezza è anche l’atteggiamento più costruttivo di una fraternità. La mitezza è fortezza nei confronti delle proprie aggressività, è rispetto delle particolari condizioni dell’altro, è permettere che l’altro sia quello che è e non quello che vorremmo che fosse.
La comunità, dove la mitezza è tenuta in onore, prepara apostoli per la società pluralistica: persone che sanno rispettare le idee altrui, anche se non rinunciano a proporre educatamente e con fermezza le proprie convinzioni. Onorare la mitezza significa avere fiducia nella forza dell’amore in una società dove ben altre fiducie dominano. Significa credere che la pazienza costruisce più che la violenza. Significa credere che i cuori si conquistano più con l’attenzione e il servizio che con lo sfoggio di sapere o di potere. Le grandi parole dell’amore hanno valore quando si traducono nei piccoli gesti quotidiani ispirati alla bontà umile, paziente, servizievole, dolce, comprensiva.
Una comunità irraggiante la mitezza diventa una comunità missionaria, perché rende tangibile la forza umanizzante del vangelo. Coltivare la fraternità non solo rafforza i nostri cuori, ma sorregge i nostri fratelli e sorelle che, nel loro impegno di difficile testimonianza nel mondo, possono talvolta essere tentati di reagire duramente alle provocazioni del mondo, promovendo una religione di contrapposizione, di muro a muro, di intransigenza, di “scontro di civiltà”, di intolleranza, mettendo tra parentesi la mitezza evangelica. Aiutiamoli a non deturpare il volto del Signore Gesù, mite e umile di cuore.
Una fresca indicazione, che viene da uno dei più dolci padri cistercensi: «Per trovare riposo nelle delizie della carità fraterna, il discepolo deve fissare lo sguardo sulla serena pazienza del suo diletto Signore e Salvatore» (Elerdo)

Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia

Per avvertire la gioia che viene dal fare la volontà di Dio, una persona consacrata dovrebbe ricordare alcune condizioni.
1. Accettare di essere realmente in cammino per imparare a dare tutto e non solo qualche cosa di sé. La gioia può venire solo di un amore totale. E vero che nessuno in questa vita è capace da un amore totale, ma tutti possiamo (e dobbiamo) tendere proprio a questo, perché per questo è nata la vita consacrata ed essa non ha alcun senso se non tende a questo ideale, ogni giorno, in tutte le età.
2. Leggere la propria vita “prima di tutto” (anche se non esclusivamente) in termini teologici e spirituali e non prammatici e operativi: altrimenti siamo al massimo delle “brave persone”, ma non delle persone “consacrate”. Questo significa mettere “le cose di Dio” al primo posto, non solo nella scala dei valori, ma nell’orario délla giornata: il primo posto per la parola di Dio e per la preghiera, perché la vita sia condotta sotto lo sguardo di Dio e sia attenta alle sue ispirazioni.
3.Avere fame e sete di giustizia significa avere la passione per il Regno, per la missione, per l’evangelizzazione. Ora. sembra che il momento attuale abbia bisogno di uno scossone, per rilanciare questa passione, dal momento che lo slancio per l’annuncio del vangelo ai vecchi e ai nuovi pagani pare intiepidito, intimidito, demotivato.
L’annuncio del Vangelo è fatto in primo luogo dalla potente testimonianza di vite che credono fermamente in Cristo Salvatore e modello supremo, da ripresentare il più possibile nella propria esistenza, nella consapevolezza che il «tendere ad essere come Cristo in tutto» è il primo e più solido atto di evangelizzazione.
L’evangelizzazione è fatta in secondo luogo da comunità che credono nella fraternità e tendono a realizzarla con tutte le forze. Le nostre comunità non possono non tendere a diventare luoghi gioiosi, dove si sta volentieri, dove ci si aiuta spiritualmente e umanamente, dove si è convinti di “crescere insieme”, dove s’impara insieme a cercare e fare la volontà di Dio, come saziare la fame e la sete di giustizia, .come fare le scelte che riguardano la propria vita e quelle che riguardano il servizio apostolico. E. in comunità fraterne che si alimenta la passione per il Regno, passione che mette in atto il necessario processo di discernimento della volontà di Dio, la ricerca cioè sincera e disinteressata di quello che il Sighore vuole che si faccia.
L’evangelizzazione è fatta infine di creatività, che viene dal «guai a me se non evangelizzo», che sospinge e sorregge in ogni circostanza, nel mettere la. propria intelligenza e le proprie energie a servizio del Vangelo. In definitiva è dalla continua riscoperta di Cristo come tesoro del mondo che viene il coraggio e la gioia di annunciarlo: se Cristo è la mia gioia e la mia beatitudine, come non annunciarlo?

Beati i misericordiosi

Quanto più la persona si avvicina a Dio, tanto più il suo cuore si riempie di. misericordia. Con questo cuore essa può vedere la natura umana, in una prospettiva simile a quella di Dio: una realtà degna di compassione, perché fragile, suggestionabile, destinata alla morte, peccatrice, da soccorrere e aiutare più con la misericordia che col giudizio.
La persona consacrata in missione, avvertendo la sua personale fragilità, nonostante i doni ricevuti, le alte mete perseguite, l’intenso lavorio interiore, l’abbondanza della parola di Dio meditata, come non potrà guardare con misericordia i fratelli immersi in un mondo seduttore e a volte ostile, alle prese con problemi che lo assorbano e lo turbano, spesso incapaci o non in grado d’essere attratti o consolati dalle cose spirituali?
La persona consacrata si vedrà come un capolavoro della misericordia di Dio, che gli dà il compito di avere uno sguardo di misericordia per tutto e per tutti. Per tutti si spenderà senza pretese e con comprensione, perché un lampo della bontà del Signore tocchi i loro cuori.
E se la durezza della situazione non gli permettesse nessuno spazio di azione, allora si apre per il suo cuore la strada per comprendere e partecipare in profondità alla preghiera misericordiosa del Signore Gesù: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, preghiera pronunciata da Gesù in un momento di estrema impotenza. Preghiera che preannuncia la salvezza anche per coloro che sembrano respingerla con tutte le forze.

L’accoglienza di tutti, specie i feriti da questa vita, le vittime della propria debolezza e fragilità, un’accoglienza cordiale, che non giudica, che non è dura nei confronti di chi sbaglia, un’accoglienza che sorregge e incoraggia, fin dal primo impatto con un volto sereno e rasserenante: ecco una dimensione della misericordia di cui ha bisogno la povera creatura umana e che la vita consacrata non può far mancare al mondo d’oggi. «Mi basta che tu ci sia da qualche parte per non perdere il gusto della vita» (Ivan Karamazov).
Amare il mondo come Dio l’ama: questo significa in definitiva essere misericordiosi.

Amare il mondo non perché è amabile, ma perché Dio gli ha donato il suo unico Figlio. E pregare sempre per tutti: i peccatori, i poveri, gli afflitti, i non credenti, i nemici, affidandoli in primo luogo alla misericordia di Dio. Nella consapevolezza che lui è morto per tutti.

Beati i puri di cuore

Beati quelli che non frappongono ostacoli tra loro e Dio.
Tra i molti ostacoli oggi sembra essere particolarmente insidioso quello della sensualità, anche se non sembra di moda parlarne.

Forse si comprende meglio questa beatitudine se si parla, sulla scia dei Padri del deserto, di cuore purificato: «Beati coloro che si impegnano nella purificazione del cuore, perché comprenderanno le cose di Dio». Il cuore dell’uomo non nasce puro: è un guazzabuglio, è un insieme di nobili slanci e di desideri vergognosi. Il Siracide prega :«Signore che io non serva desideri vergognosi, non abbandonarmi alloro volere» (cf. Sir 23, 4.5.6. 1).
Sant’Agostino conobbe il giogo dell’impero dei sensi che tentava di rovinare ogni risveglio spirituale del suo cuore d’africano ardente. Ancora lontano dalla fede, osservando con perplessità il grande Ambrogio, non sapeva spiegarsi il suo celibato, «questa penosa e inutile fatica». Una volta conquistato da Cristo, riflettendo sulla forma di vita del Verbo fatto carne, volle far tacere le bellezze esterne con la contemplazione della bellezza trascendente di Cristo, manifestazione della divina bellezza nella carne umana. Agostino è un testimone di questa tensione interiore e delle vie per uscire dalla tirannia del piacere: «Tardi ti ho amato, o Bellezza antica e sempre nuova».

La purificazione del cuore, particolarmente necessaria per le persone consacrate, che hanno riservato il loro cuore tutto per Dio, è raggiungibile da chi è profondamente convinto del grande dono della castità consacrata. Senza la stima per questo dono portato al mondo dal Signore Gesù, è semplicemente inimmaginabile avvicinarsi soltanto al grande ideale di un cuore che sappia “vedere”, gustare, preferire le cose di Dio.
La stima ben radicata per la castità consacrata, come partecipazione alla forma di vita di Cristo, rende vigili, impegna in un serio e impegnativo combattimento, introduce nel mondo rinnovato, inaugurato dal Signore Gesù. In tal modo sarà possibile anche avere un occhio particolarmente acuto per leggere l’azione di Dio nel cuore dei fratelli e delle sorelle, perché l’occhio purificato va oltre le apparenze, l’età, il genere, le condizioni sociali, le forme, la fama. L’occhio di chi ha un cuore purificato va dritto al cuore e al cuore sa parlare perché «lo Spirito conosce le cose dello Spirito». Lo Spirito che abita nei cuori purificati comprende l’azione dello Spirito nel cuore dei fratelli.

La novità cristiana, la sua “alterità” nei confronti di un mondo che oggi appare sempre più tranquillamente pagano, è rappresentata, come alle origini, dalla fraternità e dalla serietà della vita. Serietà di vita che trova nella verginità-castità un elemento di testimonianza chiara ed eloquente della alterità del regno di Dio nei confronti delle cose di questo mondo.
I grandi padri del IV secolo, da Atanasio a Basilio ai due Gregorio di Nissa e di Nazianzio, da Ambrogio ad Agostino, sono stati promotori e cantori della verginità, quale segno della perenne capacità di seduzione di Cristo e «dell’infinita potenza dello Spirito Santo mirabilmente operante nella sua Chiesa». Essi inoltre trovavano nella castità consacrata le energie spirituali per la ricostruzione di una società in decadenza.
Sembra proprio che siano ritornati i tempi della necessità, in un mondo di facili opinioni e di facilissimi costumi, di riprendere le convinzioni ben radicate dei Padri, convincimenti che permettono di perseverare nella testimonianza ferma e serena dèl primato dell’amore per Cristo, espresso dall’assunzione della sua forma di vita, nella potenza dello Spirito.
E ciò con la massima comprensione per le persone concrete, fratelli e sorelle nostri, persone in carne e ossa, spesso fragili e vulnerabili, non fatte certamente di ferro, che vivono sotto un continuo bombardamento di pubblicità ed erotismo, sotto la costante pressione di una cultura che esalta il sesso, che turba e stordisce, persone che faticano e soffrono per restare fedeli.

Oggi, come sempre, la beatitudine dei cuori purificati permette di far vedere Dio operante con il suo amore in fragili persone umane. Le persone consacrate che si lasciano trasfigurare dall’amore di Cristo, che, pur nella loro debolezza e nella loro combattuta fedeltà, non cessano di credere nella grandezza della loro vocazione, possono far balenare anche nel nostro mondo qualche raggio dell’eterna, intramontabile, seducente Bellezza che inquieta e appaga l’insondabile’ cuore della creatura umana. Bellezza che dà gioia, la gioia di Dio nel creare il mondo bello e buono, la gioia del Figlio nell’annunciare l’amore del Padre ad ogni creatura, la gioia dello Spirito che vuole far brillare in ogni cuore l’immagine divina, in tutto il suo splendore beatificante.

Beati gli operatori di pace

Trovare la pace del cuore per diffonderla agli altri è la realizzazione più sicura di questa beatitudine. Trovare la pace nell’abbandono alla santa e amabile volontà di Dio, in questo momento in cui ci si interroga su che cosa voglia dirci il Signore con le prove con le quali sta visitando la vita consacrata è una delle testimonianze più limpide della nostra appartenenza filiale e fiduciosa al Signore: in te Signore speriamo, non saremo confusi in eterno.
Forse uno dei doni più preziosi che abbiamo da offrire ai nostri fratelli e sorelle è la nostra fiducia illimitata nel Signore, che si manifesta nel sereno abbandono alla sua santa volontà.

«Se in primo luogo, manterrai te stesso nella pace, potrai dare pace agli altri. Colui che è turbato dalle passioni trasforma anche il bene in male, pronto com’è a vedere il male dappertutto, mentre colui che ama il bene e la pace trasforma ogni cosa in bene.
Le verità è che la vera ‘pace, in questa nostra misera vita, la dobbiamo far consistere nel saper sopportare con umiltà, piuttosto che non avere contrarietà. Colui che saprà meglio sopportare, conseguirà una pace più grande. Vittorioso su se stesso, questi è l’amico di Cristo e l’erede del cielo» (Imitazione di Cristo, II,3).

Anche le comunità esperimentano questa beatitudine, non però quando sono senza conflitti, ma quando sanno gestire i conflitti fraternamente. La pace delle nostre comunità non è la pace dell’uniformità, ma la pace che viene dall’accettazione, dal discernimento, dal perdono.
Il nemico di questa beatitudine non è la differenza d’opinioni o di scelte che spesso ingenerano tensioni, ma dalla sc1erocardia, dalla durezza di cuore, nel rifiuto del confronto leale e sereno, nella convinzione implicita che sono gli altri che devono cambiare, senza porsi seriamente la domanda se non tocchi a me il cambiare. Per essere operatori di pace occorre chiedersi in primo luogo: che cosa posso fare per contribuire alla serenità dei miei fratelli e delle mie sorelle?

Beati i perseguitati

L’unica beatitudine di Gesù che si ritrova identica sia in Matteo che in Luca è questa: «Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli». Essere perseguitati a causa della giustizia non significa necessariamente essere molestati fisicamente. La persecuzione è anche essere contraddetti perché si agisce in modo retto e conforme al Vangelo. E non essere compresi, venire fraintesi, venire emarginati, essere considerati ingenui per le affermazioni e lo stile di vita che si conduce, venire ridicolizzati dai media, venire neutralizzati da una cultura che si considera postcristiana. E essere considerati superati, magari proprio dai nostri familiari o amici, perché il Vangelo è importante per noi, perché Gesù è il nostro unico Signore e Salvatore, perché non ci “aggiorniamo” secondo il mondo, ma vogliamo restare aggiornati su Cristo, valido ieri oggi e sempre.

C’è anche la sofferenza vicaria, che santa Edith Stein ci ricorda: «Sotto la croce ho intuito il destino del popolo di Dio e ho pensato che chi capisce che tutto questo (cioè la persecuzione) è la croce di Cristo, dovrebbe prenderla su di sé a nome di tutti». Prendere la croce a nome di tutti, nel silenzio e nel nascondimento, vuoI dire, per noi, vivere l’avventura della beatitudini della persecuzione, a nome di tutti.

Fanno meditare le parole del patriarca ecumenico di Costantinopoli: «La Chiesa deve appoggiare la sua forza nella sua debolezza umana, nella follia della croce e la sua speranza nella risurrezione di Cristo. Priva d’ogni potere mondano, perseguitata e quotidianamente messa a morte, fa sorgere santi, che hanno la grazia di Dio in vasi s’argilla, che vivono dentro la luce della trasfigurazione e vengono condotti da Dio al martirio e al sacrificio, non all’instaurazione violenta nel mondo di un sedicente Stato di Dio. I suoi santI non sono semplicemente operatori sociali o filantropi o taumaturghi. Mettono in comunione la persona umana con la persona di Cristo, conducono alla divinità increata l’uomo creato, provocano in lui non un semplice miglioramento o perfezionamento morale, ma un cambiamento ontologico. Perché la speranza della Chiesa non si trova in questo mondo» (30 giorni, 1, 2004).

Per concludere

«Spira il profumo di Cristo, scrive Sant’ Ambrogio, se qualcuno può dire con fiducia: “il mondo è stato crocifisso per me”. Il mondo è crocefisso per chi non ama le ricchezze, per chi non ama gli onori mondani, per chi non ama quel che è suo, ma quel che è di Cristo, per chi non ama le cose visibili, ma le invisibili».
Le beatitudini non sono «un unguento di poco valore, se per suo mezzo il nome di Cristo si spande per ogni dove». «Noi siamo il buon profumo di Cristo», possono dire coloro che sono impegnati, pur nella debolezza umana, in una tensione conformativa al Cristo delle beatitudini.

Di fronte alle nostre difficoltà e perplessità, lo stesso Ambrogio riafferma con forza che l’unica cosa importante è cercare Cristo: «Lo cercheremo là dove lo ha

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