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"Custodire, non possedere" - XXVII Domenica del Tempo Ordinario - (A) - (Mt 21,33-43)

Liberarsi dall’ansia del controllo per ritrovare la pace del cuore

Autore: Don Flavio Maganuco

Vangelo secondo Matteo 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) Is 5,1-7 Sal 79 Fil 4,6-9 Mt 21,33-43

CUSTODIRE, NON POSSEDERE

Liberarsi dall’ansia del controllo per ritrovare la pace del cuore

Quando ci viene affidato qualcosa, o quando qualcuno si affida o viene affidato a noi, proviamo sicuramente una certa apprensione, ma allo stesso tempo ne siamo grati, felici, perchè vuol dire che qualcuno ci ha ritenuto affidabili, amabili, degni di stima e fiducia. Ed è una sensazione molto bella. Può accadere però che col tempo questo “affidamento” si trasformi in qualcos’altro, qualcosa di brutto.

Proprio oggi ricordiamo san Francesco d’Assisi… e sapete cosa diceva lui? Che il contrario dell’amore non è l’odio, ma la brama di possedere. Possedere una persona, una relazione, un ruolo, un risultato, un’idea, persino il bene che abbiamo fatto. All’inizio sembra quasi una forma di sicurezza: se è mio, penso, debbo proteggerlo. Poi lentamente quella stessa cosa che volevo custodire comincia ad avere un brutto potere su di me. Perchè la devo controlle, difendere, rivendicare. E così quello che chiamavo responsabilità, servizio, o amore, può diventare pretesa, addirittura prepotenza, o peggio, violenza. Ciò che prima faceva star bene, ora genera in noi ansia, paura, rancore. È quello che accade ai vignaioli del Vangelo. La vigna è stata affidata loro, ma a un certo punto smettono di sentirla come un dono e cominciano a sentirla come un dominio, e quando accade questo si può arrivare a perdere persino il senso di ciò che conta davvero. Rileggiamo allora le parole che abbiamo ascoltato in Isaia, perchè al di là degli sviluppi successivi — l’amara scoperta degli acini cattivi, l’ira del padrone della vigna — ci ricordano una cosa importante: il “cantico d’amore” che il vero padrone dedica alla sua vigna, ci fa comprendere che ciò che abbiamo ricevuto, che siano relazioni o incarichi, ci È stato affidato da qualcuno che ama più di quanto noi potremo mai arrivare ad amare. E forse ricordarcelo può diventare un antidoto alla nostra smania di possesso. Perché quelle persone che sento mie, quelle responsabilità che mi sono state affidata, quella comunità, quel dono, quelle realtà di cui mi prendo cura… prima ancora di essere nelle mie mani, sono nelle mani di Dio. E Dio le ama. Le ha pensate, le ha curate, ha investito in esse il suo amore.

Questo cambia il nostro modo di guardarle. Perché quando cominciamo a possedere qualcosa, rischiamo di toglierle dignità: non la vediamo più per quello che è, ma per quello che significa per noi. Una persona non è più una persona, ma diventa “la mia persona”. Una responsabilità non è più un servizio, ma “il mio ruolo”. Una comunità non è più una famiglia, ma “la mia azienda”. Ricordare invece che Dio ama quella vigna più di noi ci restituisce uno sguardo diverso. Ci ricorda che quella persona, quella realtà, quel dono hanno una dignità che viene prima del nostro possesso e che il nostro compito non è appropriarcene, ma servirle. Forse è proprio questo che può liberarci: sapere che ciò che amiamo non dipende soltanto dalle nostre mani. È già custodito da un amore più grande del nostro. E allora possiamo smettere di stringere così forte. E di angustiarci. “Non angustiatevi per nulla” ha suggerito san Paolo. Noi ci angosciamo perché abbiamo paura di perdere. Ci angosciamo perché dobbiamo tenere tutto sotto controllo. Ci angosciamo perché sentiamo che se qualcosa sfugge dalle nostre mani, abbiamo fallito. Paolo invece ci sta indicando una strada di libertà: portate a Dio ciò che vi pesa, pregate, chiedete, ringraziate. E la pace di Dio custodirà il vostro cuore. È come se ci dicesse: non trasformate la vostra vita in una continua lotta per trattenere tutto nelle vostre mani. Perché noi non siamo chiamati a possedere la vigna. Siamo chiamati a custodirla. E custodire è molto diverso da possedere.

Chi possiede stringe, stritola; Chi custodisce si prende cura. Chi possiede ha paura di perdere; Chi custodisce sa anche affidare. Chi possiede pensa: “deve rimanere mio”; Chi custodisce sa dire: “voglio che viva, anche oltre me”. Questa è una delle libertà più grandi che il Vangelo ci può restituire: smettere di vivere con la paura di perdere ciò che amiamo e imparare ad amare senza possedere. E forse allora possiamo tornare a respirare. Ciò che Dio ci affida non è un peso da possedere, ma un dono da custodire. E quando finalmente lo comprendiamo, anche il cuore trova pace e porta frutto a suo tempo.

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