Dacci di dire oggi il nostro “Si!” - XXVI Domenica del Tempo Ordinario (A) - (Mt 21,28-32)
... e di riconoscere che mentre lavoriamo per Dio, è Lui che lavora in noi
Autore: Don Flavio Maganuco
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32
DACCI DI DIRE OGGI IL NOSTRO “SI!” e di riconoscere che mentre lavoriamo per Dio, è Lui che lavora in noi.
Vangelo secondo Matteo 21,28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
IL SI’ DELLA SALVEZZA
Gesù descrive quello che è tante volte il nostro comportamento, con la speranza che tutti i NO si cambino in SI’. E’ quel passaggio di ‘conversione’ di cui abbiamo bisogno ogni giorno, senza rimanere fissati nelle nostre posizioni e nelle abitudini negative. Abbiamo sotto gli occhi Gesù, che ‘si è fatto obbediente fino alla morte di Croce’; e insieme con lui la vita di santi e di fratelli e sorelle che hanno cambiato vita: impariamo da loro, senza perderci in critiche. Lasciamoci sorprendere dalla grazia di Dio.
Ci sono due figli davanti a un padre che chiede la stessa cosa: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Uno risponde: «Non ne ho voglia». L’altro dice: «Sì, signore». Se il vangelo finisse qui, sapremmo già chi va imitato. Poi però il Vangelo ci racconta quello che accade dopo. Il primo ci ripensa e va. Il secondo, invece, non va.
Forse Gesù vuole portarci proprio lì: dentro quello spazio che c’è tra una promessa e la vita che ne segue.
Perché può capitare di dire di no e poi cambiare strada: Una persona ci parla, ci offre un consiglio, ci aiuta a vedere qualcosa che da soli non riuscivamo a vedere. Oppure, senza quasi accorgercene, qualcosa dentro di noi cambia: Una resistenza si scioglie, una cosa comincia ad avere un significato diverso, il cuore si apre.
Quello che accade nel primo figlio è una cosa bellissima: Dio può continuare a lavorare dentro una persona anche quando quella persona, all’inizio, gli resiste. La grazia può raggiungerci attraverso una parola, attraverso una relazione, attraverso un pensiero che matura lentamente.
Dio non smette di chiamare soltanto perché la nostra prima risposta è stata un «no». Ma il Vangelo ci mette davanti anche all’altra possibilità. Quella forse più difficile da riconoscere, perché comincia con una parola giusta: «Sì, signore». Possiamo dire sì a Dio con sincerità e, con il passare del tempo, smettere di “andare nella vigna”.
La fatica aumenta, i risultati tardano, le cose non vanno come avevamo immaginato.
Cominciamo a pensare a quanto abbiamo fatto, a quanto abbiamo dato, a quanto ancora ci viene chiesto. E il cuore, quasi senza accorgersene, comincia a ribellarsi, o semplicemente pensare di poter vivere di rendita. È quello da cui ci mette in guardia Ezechiele nella prima lettura: davanti a Dio non conta ne basta la storia che abbiamo alle spalle.
La vita spirituale non può reggere solo con un patrimonio accumulato, sia esso di conoscenze o buone azioni.
Ogni giorno il cuore viene chiamato a scegliere da che parte stare. Per questo il Salmista prega: «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri».
Lui non chiede semplicemente di arrivare ad una meta; chiede di lasciarsi guidare lungo la strada, di imparare a camminarci, a starci dentro sempre. Pensiamo a quando continuiamo a chiedere scusa e a ricucire una relazione anche quando l’altro non cambia subito. Oppure a quando continuiamo a fare bene il nostro lavoro, a servire, a prenderci cura degli altri, anche quando nessuno sembra accorgersene.
Sono situazioni in cui impariamo a stare dentro una strada senza avere continuamente bisogno di vedere il risultato. Ed è proprio lì che possiamo scoprire che quella strada sta già facendo qualcosa dentro di noi. Perchè forse questa è la vera gioia della vigna: scoprire che mentre noi pensiamo di lavorare per Dio, è Dio che sta lavorando dentro di noi.
E allora, una volta compreso che la nostra gioia sta nel dire e mantenere vivo il nostro Si a Dio, sapendo quanto a volte può essere faticoso, in questa celebrazione dell’Eucaristia, possiamo chiedere un dono speciale; San Paolo ci ha ricordato che Gesù è colui che si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce.
In Lui vediamo un’obbedienza che nasce dall’amore e consegna tutta la vita al Padre. È questa obbedienza il dono che possiamo chiedere oggi: un cuore obbediente capace di trasformare il proprio no in un sì, e capace di custodire il proprio sì perché rimanga tale. Lo chiediamo mentre celebriamo l’Eucaristia, guardando a Cristo che si dona per noi. Che il suo sì obbediente diventi la forza del nostro sì. E che, quando dentro di noi tornerà a nascere un no, la sua grazia trovi ancora una strada per trasformarlo in un sì.
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