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Dentro “il calice amaro” 
il dolore che può diventare amore - Domenica delle Palme

Autore: Don Flavio Maganuco

DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)

Mt 21,1-11 Is 50,4-7 Sal 21 Fil 2,6-11 Mt 26,14- 27,66

DENTRO “IL CALICE AMARO”

il dolore che può diventare amore

È un’esperienza unica quella che facciamo ogni anno nella domenica delle Palme, quella di ascoltare tutta d’un fiato tutta la passione di Gesù; da sempre è un’esperienza faticosa, difficile, come è difficile stare accanto ad una persona che soffre, come è difficile subire una fase della vita che non si vuole affrontare.

Abbiamo iniziato con Gesù che entra a Gerusalemme. Anche per noi è stato un momento festoso, con la benedizione delle palme e dei ramoscelli d’ulivo che tenevamo in mano, al pari della folla che agitava i rami di palma, che stendeva mantelli, che gridava «Osanna!». Un ingresso trionfante, quello di Gesù, vissuto comunque nella semplicità: cavalcava un puledro d’asina e, come noi, lui sapeva già incontro a cosa stava andando: verso la croce.

Siamo entrati con i ramoscelli d’ulivo in mano in chiesa, come Gesù entrava nell’orto degli ulivi, dove lo abbiamo ascoltato pregare: «Padre, se questo calice non può passare oltre senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Gesù sa che il calice è amaro. Lo beve lo stesso.

Magari in quella frase ci siamo ritrovati in molti; Anche la nostra vita spesso è piena di calici amari: le malattie che non passano, il lavoro che schiaccia, il tradimento del familiare che fa male, la solitudine che pesa. È dura ammettere che non possiamo scegliere se bere o meno “i calici amari” che la vita ce li mette davanti. Ma possiamo scegliere come berli: il calice non è solo ciò che ti rovina la vita; è anche il luogo dove decidi che tipo di persona vuoi essere. Perché davanti a ciò che ti pesa, a ciò che non hai scelto, a ciò che ti costa, puoi chiuderti, indurirti, scappare. Oppure puoi amare; e farlo come Gesù.

La Parola di oggi ce lo mostra. Nella prima lettura il Servo di Isaia dice: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza»; Questa è Obbedienza. Nella seconda lettura san Paolo canta lo svuotamento di Cristo: «pur essendo di natura divina, svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo». Questa è Umiltà totale. E nel Vangelo Gesù entra in città come Re, ma nel modo più piccolo e incompreso. Questo è mistero.

Gesù non beve quel calice nella vuota e triste rassegnazione, ma proprio nell’umiltà, nell’obbedienza, nel servizio, nella fiducia: in una sola parola: nell’amore. Un amore che non è solo sentimento, ma dono concreto, spesso invisibile, spesso non capito.

E allora, se proprio dobbiamo farlo, perché non scegliere di berlo proprio come Lui?

A prima vista forse può non sembrare una grande ricompensa. Perché il mondo ci insegna altro: che vale solo ciò che vuoi, o che è tuo, che devi pensare a te stesso, che se non ci guadagni qualcosa… non ne vale la pena. E intanto, quasi senza accorgercene, finiamo per diventare dipendenti dalle sue piccole cose: dai piaceri veloci, dalle approvazioni degli altri,

dai “Like” e dai cuoricini, dalle distrazioni, dalle passioni a cui non riusciamo più a rinunciare, che si prendono tutto il nostro tempo, le nostre risorse, le nostre relazioni… cose che promettono libertà e pace e invece ci tengono legati e ci succhiano la vita.

E così rischiamo di perdere proprio il gusto della cosa più bella che Gesù ci ha lasciato, la sua fraternità e la fraternità fra di noi.

La fraternità non è mai facile, o immediata, o comoda, e non è sempre gratificante.
Ma è l’unica cosa che riempie davvero il cuore.
Perché quando gusti lo stare con qualcuno con cui puoi essere vero, con qualcuno per cui vale la pena donarti, con qualcuno che non compri e non vendi, allora riconosci che quella è la vita che cercavi da sempre.

Ma perché tutto questo tocchi il cuore, dobbiamo sentire una cosa bellissima: il valore che abbiamo noi e che hanno le persone per cui dovremmo donarci.
Guardate la croce. Lì Gesù non ha dato la vita per «l’umanità in generale».
L’ha data per te. Per ciascuno di voi che oggi siete qui.

Ha bevuto fino in fondo il calice amaro proprio per dirti negli occhi:
«Tu vali tutto il mio sangue. Tu vali la mia vita intera.
Non sei un numero, non sei un peso, non sei uno per cui “non vale la pena”».

E lo stesso vale per ogni fratello e sorella che incontri: e non solo “quelli bravi”.
Anche il collega che sembra invisibile, anche l’amico che ti stanca, anche il povero che bussa, il malato difficile da gestire, il familiare che senti lontano da te…
Anche loro valgono il sangue di Cristo.
Proprio perché Lui li ha amati fino a morire per loro, nessuno di loro, come te, è mai “uno per cui non vale la pena”.

Quando scegli di bere quel calice come Cristo – servendo, donandoti, restando anche quando non sei capito – non stai buttando via la vita. Stai investendo nel tesoro più grande che esiste: fratelli e sorelle che hanno un valore eterno, figli e figlie per cui Dio stesso è morto. E proprio lì, in quel dono gratuito, scopri la gioia più profonda: la fraternità vera, la comunione che nessun calcolo umano può comprare.

E proprio per questo noi celebriamo questa Eucaristia. Non è un ricordo triste. È il memoriale vivo della Passione e della Pasqua di Cristo: Lui ha bevuto quel calice per noi, per la nostra salvezza, per dirci che il nostro valore è infinito ai suoi occhi.

Ogni volta che ci accostiamo all’Eucaristia diciamo a Dio e a noi stessi:
«Signore, anche noi vogliamo bere quel calice come te.
Non perché dobbiamo, non perché ci piace, ma perché ne vale la pena.
Perché solo così entriamo nella tua stessa vita, nella tua fraternità, nella tua comunione che dura per sempre».

Questa Settimana Santa sia per noi il tempo di scegliere, giorno per giorno, di bere quel calice con Cristo e come Cristo. Il tesoro più prezioso che ne riceveremo
è proprio quella comunione con Dio e tra di noi che nessuno potrà mai rubarci. Amen.

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