Giubileo 2025 - Una piccola porta per intravedere un grande mondo
Omelia del card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa
Autore: Giubileo 2025
Omelia del card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa,
alla Messa della domenica fra l’Ottava di Natale e per l’apertura dell’Anno Santo in Diocesi
Cattedrale di S. Giovanni Battista, Torino 29 dicembre 2024
RIFERIMENTI BIBLICI:
Prima lettura: 1Sam 1,20-22.24-28 Salmo responsoriale: Sal 83 (84) Seconda lettura: 1Gv 3,1-2.21-24 Vangelo: Lc 2,41-52
«I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa». In questi pochi versetti c’è una piccola porta di ingresso sul vasto mondo e ricco mondo della fanciullezza e della giovinezza di Gesù, così come c’è una piccola porta di ingresso sul mondo della famiglia al tempo di Gesù. Secondo la Legge, gli ebrei dovevano salire al tempio almeno tre volte l’anno. Quando però si trovavano particolarmente distanti da Gerusalemme, era sufficiente che vi salissero una volta, per la Pasqua. E così fanno i genitori di Gesù, portandosi anche il fanciullo dodicenne. Ed è interessante che qui Gesù è ancora totalmente passivo: fa ciò che gli dicono i genitori.
Ma in questo gesto c’è tutto un mondo. C’è la possibilità di intravedere che Gesù è cresciuto apprendendo gli elementi fondamentali della vita nel contesto di una famiglia normale. Ha appreso una lingua, che gli è stata trasmessa come una consuetudine: l’unica possibilità che aveva per poter parlare in proprio, per dire le sue parole. Ha appreso il mondo degli affetti, che gli è stato trasmesso non soltanto con delle parole ma molto di più con degli atteggiamenti: unico modo che aveva Gesù per poter diventare una persona adulta, una persona sicura, capace a sua volta di affetti. Ha appreso una consuetudine religiosa: unico modo che aveva per poter esprimere la sua singolare e peculiare religiosità, il suo rapporto con Dio. In questi pochi versetti c’è davvero l’apertura su un mondo. Così come c’è l’apertura su un mondo nel fatto che Gesù rimanga a Gerusalemme e i suoi genitori non se ne accorgano, pensando che sia in qualche carovana dei parenti. Perché ci fa intravedere che la famiglia, anche la famiglia di Nazareth, era immersa nel tempo in cui viveva, un contesto in cui la famiglia era allargata ed era fatta appunto da relazioni familiari molto ampie.
E, allo stesso tempo, c’è una porta d’ingresso sulla fanciullezza e sulla giovinezza di Gesù in quel contrasto che alla fine si consuma tra i suoi genitori, che lo ritrovano nel tempio, e Lui che prende le distanze da loro. La famiglia di Nazareth la celebriamo come modello anche per le nostre famiglie. E tuttavia è un modello molto realista, che ci fa intravedere come anche lì ha dovuto consumarsi quel distacco tra figlio e genitori che è l’unico modo che si ha perché i figli diventino adulti, non più soltanto “portati” dai genitori, ma soggetti autentici. Ed è interessante che, subito dopo, l’Evangelista Luca ci fa notare che è Lui in prima persona che riprende il viaggio e assume la vita in maniera autonoma, anche per mezzo di questo contrasto che ha dovuto attraversare con il padre e la madre.
E tuttavia, leggendo questa pagina del Vangelo, si rimane colpiti dal fatto che Luca non ci dà soltanto uno squarcio della famiglia di Nazareth in cui Gesù è cresciuto, ma ci dà una prospettiva teologica molto intrigante. Quando i genitori di Gesù si trovano al tempio e Maria dice: non sai che tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo? Gesù risponde con una domanda molto interessante, ma – a leggere il Vangelo di Luca e tutta l’opera lucana – profondamente teologica: «Perché mi cercavate?». Che cosa cercavate? Una domanda che ritornerà diverse volte nel racconto del Vangelo di Luca e anche nell’opera lucana. Sarà la stessa domanda che due uomini, vestiti di bianche vesti, faranno a chi al sepolcro sta cercando un morto, ma deve riconoscere
invece che lì c’è la traccia del vivente: che cosa cercate? «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?». L’identica domanda che, all’inizio del Libro degli Atti, due uomini fanno quando Gesù ascende al cielo e tutti rimangono con la bocca spalancata e i due uomini dicono: ma che cosa cercate, perché cercate?
Una domanda che fa il paio con l’affermazione radicale di Gesù: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Purtroppo la traduzione italiana non rende bene ciò che c’è nel testo originale, che è molto più profondo teologicamente: non sapevate che io devo “stare”, “essere” nelle cose del Padre mio? Interessante! Che cosa cercate? Bisogna cercare l’identità di Gesù, chi sia Gesù. Ma chi è questo Gesù? È Colui che è, sta «nelle cose del Padre mio». E lo si incontra in profondità soltanto quando lo si vede nel suo essere, nel suo stare, nel suo dimorare nelle cose del Padre suo.
Una bellissima occasione per continuare a scendere in profondità nel mistero del Natale. Gesù non è soltanto nato, ma ha avuto bisogno di un contesto familiare per ricevere tutto ciò che è necessario ricevere dalla consuetudine e dalla tradizione. Per ricevere – potremmo dire – quella grammatica della lingua, degli affetti, della religione che gli ha permesso di sbocciare e di vivere la sua missione. E noi ci specchiamo un po’ nella famiglia di Nazareth per cogliere come sia importante anche oggi nella crescita di qualunque fanciullo, di qualunque ragazzo, di qualunque giovane, che ci sia ancora un contesto familiare che consegna delle consuetudini e delle tradizioni, senza le quali non si può diventare adulti, autonomi, non si può sbocciare. E per consegnare delle consuetudini e delle tradizioni, per consegnare una grammatica affinché i più giovani possano imparare a parlare in modo autonomo, ci va tutta la tenacia che occorre per vivere dei legami familiari. Un conto è innamorarsi, un altro conto è amare. Per amare e rimanere nell’amore ci va molta pazienza, ci va molta tenacia.
Ma questa Parola ci permette di scendere in profondità nel mistero del Natale, anche in un altro senso, perché fa riecheggiare la domanda fondamentale del Vangelo: che cosa cercate, perché cercate? Sapendo che la risposta è quella che Gesù dà ai suoi genitori: non sapevate che io devo essere e stare nelle cose del Padre mio? Quando si entra in profondità dentro questa Parola di Cristo, allora si apre uno squarcio nel Natale: nel Natale di Gesù ma anche nel nostro Natale, nella nostra nascita. Perché contempliamo quel bambino? Per imparare anche noi a stare ed essere con Lui nelle cose del Padre. E stare ed essere nelle cose del Padre è l’unica possibilità che ci è data per attraversare la vita nella speranza.
Forse non c’era Vangelo migliore di questo per introdurci nell’Anno giubilare della speranza. La speranza non è né l’ottimismo né il pessimismo; non è né l’illusione e neppure la delusione. La speranza è ciò che scaturisce nella vita quando si abita e si sta con Cristo nelle cose del Padre. E allora si percepisce che, comunque vadano le cose, sia che vadano secondo i nostri bisogni o i nostri desideri sia che vadano in maniera inversa rispetto ai nostri bisogni e ai nostri desideri, possiamo sperare. Possiamo sperare perché la nostra vita è saldamente ancorata con Cristo nelle cose del Padre, perché noi siamo con Cristo lì, collocati nelle cose del Padre, nel cuore del Padre. Ha ragione papa Francesco, indicendo questo Anno della speranza: ci ha invitati a coltivarla sapendo che niente e nessuno ci potrà mai separare dall’amore di Dio.
Che cosa cercate? Non sapevate che io sono, abito nelle cose del Padre? Quando si attraversa la vita con speranza, allora si compiono anche segni di speranza, quei segni della misericordia che ci è chiesto di compiere in questo anno: l’attenzione ai malati, agli anziani, agli immigrati, ai giovani, ai carcerati, alle persone che, semplicemente, incontriamo e chiedono segni di speranza per rimanere vivi.