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Il sacrificio della Croce

Discorso in occasione dell'Udienza Generale: la narrazione della Croce nella teologia e nella vita quotidiana

Autore: Papa Paolo VI

La Croce «trionfo dell’amore nel sacrificio»

Ieri, 14 settembre, la Chiesa ha celebrato una festa d’origine antichissima, la festa dell’Esaltazione della S. Croce. Gli storici ci dicono che essa ebbe origine a Gerusalemme, dove esistevano due basiliche costruite al tempo e per opera dell’Imperatore Costantino: l’anastasis e il martyrion. La ricorrenza della loro dedicazione era ogni anno celebrata con grande solennità; vi convenivano da diverse parti Vescovi, Ecclesiastici, Monaci e Fedeli, molti dei quali pellegrini; in tale occasione si facevano venerare le reliquie della Croce del Signore; cerimonia questa che prevalse su quella commemorativa della dedicazione, e diede il titolo alla festa, che dura tuttora. Dalla Palestina la festa si diffuse anche in occidente, e fu celebrata a Roma nella basilica del Salvatore al Laterano, e nella basilica di S. Croce in Gerusalemme. L’altra festa (3 maggio) della Inventio, cioè del ritrovamento della Croce, d’origine gallicana più tarda, non figura più nel calendario riformato dopo il Concilio, a compimento d’un proposito invano prospettato fin dal tempo di Papa Benedetto XIV, più di due secoli fa.

CHE COSA DICE IL CONCILIO?

Questo accenno liturgico ci porta a due considerazioni più conformi allo stile del Nostro abituale discorso per le udienze generali. La prima considerazione ci invita a interrogare, anche su questo tema, il recente Concilio: che cosa dice il Concilio sulla Croce di Cristo? E con la domanda stessa Noi passiamo dal culto della Croce, quale strumento della Passione di Cristo, al mistero della Croce, quale simbolo della Redenzione, segno d’estremo obbrobrio per Gesù, Re dei Giudei crocifisso, e segno dell’unica suprema salvezza per noi e per il mondo (Cfr. S. TH., III, 25, 1 ad 1).

Naturalmente i documenti del Concilio non riportano la narrazione della crocifissione, né offrono una lezione dogmatica sulla Redenzione; essi non sono una storia, e nemmeno un catechismo, o un trattato sistematico di teologia; ma essi sono imbevuti della dottrina della salvezza, e perciò hanno continui riferimenti alla Croce, sulla quale si è consumato il sacrificio redentore, e dalla quale irradia come da simbolo estremamente espressivo la storia, la memoria, l’efficacia, il mistero di Cristo Salvatore. La Croce è il distintivo, è il segno della nostra religione, la figurazione sensibile e sintetica della nostra fede.

Qualche accenno desunto dai testi conciliari: il Concilio dice subito che sulla Croce si è consumato un vero sacrificio religioso di Gesù, al tempo stesso Sacerdote e Vittima (aspetto questo d’insondabile profondità teologica), sacrificio che nella Messa si riflette e si rinnova in modo incruento (Cfr. Sacrosanctum Concilium, 5, 7, 47; Lumen gentium, 3); e ripeterà più volte (Lumen Gentium, 3; Dignitatis humanae, 11) le parole del Signore, allusive al genere di morte che gli era riservato: «esaltato dalla terra, ogni cosa Io trarrò a me» (Io. 12, 32-33). Cercando potremmo trovare nei testi conciliari altri riferimenti diretti alla Croce, ricavati da citazioni bibliche, là dove, ad esempio, la croce è chiamata mezzo di riconciliazione e di pace fra Ebrei e Gentili (Cfr. Eph. 2, 16; Nostra aetate, 4); strumento di liberazione dalla schiavitù del peccato (Gaudium et Spes, 2) e di purificazione delle attività umane (Ibid., 37).

Ma dove l’opera redentrice di Cristo, compiuta per mezzo della Croce, assume l’importanza d’un’idea dominante la teologia e la spiritualità del Concilio è in un’espressione restituita con massimo onore al nostro linguaggio; e questa espressione è «il mistero pasquale», con la quale si vuol significare sinteticamente tutti i principali fatti componenti l’opera salvatrice di Cristo: non solo la Passione e la Morte di Lui, ma altresì la Risurrezione e l’Ascensione al cielo; fatti compiuti non solo nella santa umanità del Signore Gesù, ma altresì con l’intenzionale ed amorosa virtù di comunicabilità a quelli che credono in Lui (Cfr. Sacrosanctum Concilium 5; Rom. 3, 23-25). Mistero Pasquale vuol dunque dire il passaggio (Pasqua infatti significa «Phase», cioè transito, passaggio del Signore) (Cfr. Ex. 12, 11) dalla morte alla vita, dallo stato presente di esistenza allo stato soprannaturale, escatologico, consumato da Cristo mediante la sua Passione, attraverso il valico della sua Morte, e celebrato poi mediante la sua Risurrezione e la sua Ascensione alla destra del Padre; passaggio reso possibile, anzi offerto a noi per via della fede, dei sacramenti e della sequela di Cristo.

La Croce perciò non descrive tutta la realtà della salvezza; questa comprende anche quella nuova vita che segue la tragedia del Calvario e costituisce la gloria di Cristo (Cfr. Io. 13, 1), e che qui è data a noi in forma e misura iniziale (la grazia), con la promessa della futura partecipazione alla medesima gloria di nostro Signore.

Questo è il Mistero Pasquale, la cui menzione ricorre ormai in ogni discorso religioso. E la Croce vi occupa il lato visibile e decisivo, che a noi è dato meglio conoscere e meditare: è l’incontro della colpa con l’innocenza, è lo scontro tra la crudeltà e la bontà, è il duello fra la morte e la vita; ed è pure la composizione della giustizia con la misericordia, è il riscatto del dolore nella speranza, è il trionfo dell’amore nel sacrificio. Tutte queste realtà ed altre ancora il popolo fedele intuisce nel venerdì santo, e quando compie il pio esercizio della «Via Crucis», a cui solo manca per raffigurare adeguatamente il Mistero Pasquale l’ultima stazione: quella della Risurrezione.

LA CROCE DEVE GRANDEGGIARE NELLE NOSTRE COSCIENZE

E la seconda considerazione? Essa viene proprio opportuna a questo punto; e si pone come un esame di coscienza circa il riflesso esistenziale, cioè vissuto nel pensiero e nell’azione, della Croce di Cristo sullo schermo della nostra moderna esperienza.

La Croce non è del tutto scomparsa nei profili dei nostri paesaggi rurali. Riposa ancora sulle tombe dei nostri morti. Non è scomparsa, anzi ancora degnamente appare nelle aule della vita civile. Non è scomparsa dalle pareti delle nostre case. Cristo è là, pendente, morente, col suo tacito linguaggio di sofferenza redentrice, di speranza che non muore, di amore che vince e che vive. Questo è bello, è forte. Ancora, almeno con questo segno, siamo cristiani.

Ma poi: nelle nostre personali coscienze grandeggia ancora questo tragico e insieme luminoso albero della Croce? Non sarebbe forse diventato Cristo crocifisso, anche per noi, «scandalo e stoltezza», come lo era per i Giudei e per i Greci alla predicazione di S. Paolo? (Cfr. 1 Cor. 23-25; Gal. 5, 11; Eph. 2, 14-16)

Noi tutti ricordiamo certamente che se davvero siamo cristiani dobbiamo partecipare alla Passione del Signore (Cfr. Col. 1, 24), e dobbiamo portare dietro i passi di Gesù, ogni giorno, la nostra croce (Cfr. Luc. 9, 23). Cristo Crocifisso è l’esempio (Cfr. Gal. 6, 14). Ma dappertutto, anche in ambienti cristiani, oggi vediamo come si tenta di abbattere la Croce proprio là dove essa è necessaria, nella coscienza del peccato a cui essa sola può portare rimedio. Il rimedio oggi è un altro; è l’indifferenza morale, la spregiudicatezza. Il peccato, si dice, non esiste, è «tabù» è fantasia di gente psichicamente debole; esso si annulla togliendo ogni sensibilità morale, abolendo ogni scrupolo, soffocando ogni rimorso; e che cosa resta dell’uomo che così inganna e degrada se stesso?

E tutto il nostro sforzo per riconciliare l’uomo col mondo anche quando è tutto penetrato dal male? (Cfr. Io. 5, 19) Non è anch’esso un’ipocrita attentato di togliere la Croce di mezzo e di saldare malamente la frattura che essa ha posto a confine dei due regni, di Dio e del diavolo? Si ritorna mondani col pretesto di ritornare uomini, e si scivola sui sentieri equivoci della secolarizzazione con la comoda illusione di salvare il mondo confondendosi con i suoi gusti, i suoi abiti, i suoi costumi. Non v’è pericolo che con questo artificio «sia vanificata la Croce di Cristo?» (Cfr. 1 Cor. 1, 17).

Riflettiamo, se vogliamo essere, come oggi si dice, autentici. E non temiamo che la Croce renda imbelle e triste la nostra vita, se questa ne porta con amore le stigmate dolorose e gloriose: Cristo crocifisso «è virtù di Dio, e sapienza di Dio»!

A voi, con il segno della Croce, daremo la Nostra Apostolica Benedizione.

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