Il varco nel mare - Sabato Santo - (Mt 28,1-10)
Autore: Don Flavio Maganuco
SABATO SANTO (ANNO A)
Es 14,15- 15,1 Da Es 15,1-18 Rm 6,3-11 Mt 28,1-10
È finalmente Pasqua.
IL VARCO NEL MARE
che ora puoi attraversare senza affogare
Abbiamo attraversato la Quaresima e questa Settimana Santa, e in qualche modo abbiamo attraversato anche qualcosa di noi: i nostri limiti, le nostre chiusure, le nostre fragilità. A volte ci sono sembrate insormontabili, proprio come deve essere apparso il Mar Rosso al popolo eletto nella sua notte di Pasqua; davanti: un ostacolo impossibile; dietro: qualcosa che li voleva inchiodare alla schiavitù; in mezzo: il popolo che gridava aiuto.
Ed è proprio lì che Dio interviene: apre un passaggio dentro quel mare.
Non illumina una strada diversa, una scorciatoia. Apre proprio il mare, li fa passare proprio attraverso ciò che sembrava impossibile che venisse attraversato.
Pasqua significa proprio questo: passare.
Ma non nel senso di evitare o scappare.
Pasqua è passare attraverso i nostri “mar Rosso” senza affogare: attraverso la tristezza per arrivare alla gioia,
attraverso la rassegnazione per arrivare alla speranza,
attraverso la paura per arrivare a una fiducia nuova.
Noi questa notte, con la Resurrezione di Cristo, celebriamo esattamente come avviene per noi questo passaggio.
Il Vangelo ci ha mostrato delle donne che arrivano al sepolcro con il cuore pieno di tristezza. Il Maestro non c’è più. Non è morto soltanto Lui: sembra morta anche la speranza, la possibilità che qualcosa potesse cambiare davvero.
È un’esperienza che conosciamo.
Ci sono momenti in cui ci si ritrova così: dentro una sconfitta, dentro una rassegnazione, dentro un piccolo lutto quotidiano. Situazioni in cui smettiamo di aspettarci qualcosa di nuovo, che qualcosa possa ridarci gioia e voglia di vivere davvero.
Quelle donne vanno al sepolcro così.
E ne escono in modo completamente diverso.
Perché incontrano qualcuno che le rimette in movimento, qualcuno che riaccende qualcosa dentro,
qualcuno che le fa correre.
La Pasqua è proprio questo: non una spiegazione o una soluzione ai guai della nostra vita, ma un incontro che la riaccende, la vita. Un incontro che toglie al peccato, al fallimento, alla morte il potere di decidere per noi, il potere di spegnere la nostra gioia.
Cristo è risorto.
E questo significa che dentro la nostra vita esiste sempre un passaggio, anche quando non lo vediamo ancora.
Tra poco faremo la nostra professione di fede.
Non sarà soltanto ripetere delle parole. Sarà scegliere da che parte stare.
Non è un’opinione, è un atto di ribellione. È dire alla morte e ai nostri fallimenti: ‘Voi non avete l’ultima parola’. Questa notte, credere è l’inizio della nostra rivoluzione.
Dire “io credo” significa questo:
credo che non sono bloccato per sempre nei miei limiti, credo che le mie cadute non definiscono tutta la mia vita, credo che Cristo è vivo e può rimettere in moto anche me.
Questa è la gioia della nostra fede, questa è la gioia della liberazione, questa è la gioia della nostra Pasqua.