In cammino! Con la testa fra le nuvole, ma con i piedi ben piantati per terra
L'ascensione in cielo di nostro Signore Gesù Cristo
Autore: Don Flavio Maganuco
ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 1,1-11 Sal 46 Ef 1,17-23 Mt 28,16-20
IN CAMMINO!
con la testa fra le nuvole, ma con i piedi ben piantati per terra
Festa dell’Ascensione in cielo di nostro Signore Gesù Cristo: Sono passati poco più di 40 giorni da quando abbiamo iniziato questo tempo pasquale, e oggi giungiamo a quella soglia esatta in cui la storia della salvezza compie un passo ulteriore; si conclude la presenza fisica del Maestro tra i suoi e si apre il tempo dell’attesa dello Spirito Santo. La prima lettura che abbiamo ascoltato oggi ci racconta proprio di come quella mattina i discepoli stavano con gli occhi alzati verso il cielo. Gesù era salito, una nube lo aveva avvolto, e loro erano rimasti lì — fermi, in piedi, il collo piegato all’insù. Chissà per quanto tempo.
Se in quel momento fosse passato qualcuno a vedere questa scena, magari avrebbe anche lui alzato lo sguardo verso il cielo e dopo non aver visto nulla, avrebbe cominciato a sorridere. “Perdigiorno con la testa fra le nuvole”, avrebbe detto. “Meno teste fra le nuvole e più piedi per terra!” E in fondo è l’accusa che molti rivolgono ancora oggi ai cristiani, perchè è gente che guarda altrove, che non si sa godere la vita, che mentre il mondo va avanti , vive di sogni di paradiso, che manca di concretezza, di terra sotto i piedi. Gente con la testa fra le nuvole, appunto.
Ma quella nube che i discepoli stavano guardando non era una nuvola qualsiasi. Chi conosce le Scritture sa che la nube ha un forte richiamo biblico, è la Dimora divina. Attraverso di essa Dio guida il popolo nel deserto, da essa parla a Mosè, a Giosuè, ad Aronne. I discepoli non stavano sognando ad occhi aperti, stavano guardando dove avevano imparato che Dio abita, da dove Dio parla. Dalla nube, infatti, il Padre aveva fatto risuonare la sua voce più volte durante la vita di Gesù: al momento del suo Battesimo, sul monte della Trasfigurazione. Era, insomma, un istinto giusto, antico, collaudato. Uno schema che conoscevano, che li aveva sostenuti, che sapevano leggere. Cristo era entrato proprio in quella nube.
Ecco però arrivare due uomini in bianco. E dicono una cosa sola: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?
Non è un rimprovero. È una liberazione. Dio non ha preso le distanze dall’uomo, non è più soltanto nella nube; Cercatelo altrove.
E subito aggiungono: Questo Gesù, che è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare.
Questo Gesù, quello che avete visto mangiare, camminare, sedersi a tavola con i peccatori. Quello che ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro. Quello che ha toccato i lebbrosi, che ha ascoltato le donne, che è entrato nei drammi della gente senza tirarsi indietro davanti alla loro carne ferita, ai loro limiti, alle loro incoerenze… è rimasto in ogni volto che ha toccato. Cercatelo lì.
Gli angeli restituiscono ai discepoli il volto di Gesù. Perché non aspettino un altro.
Paolo lo aveva capito. Scrivendo agli Efesini chiedeva per loro uno spirito di sapienza, una conoscenza profonda — e soprattutto che Dio illuminasse gli occhi del loro cuore, uno sguardo che sa vedere quello che uno sguardo ordinario non coglie.
Uno sguardo luminoso sa riconoscere Cristo dove si manifesta con quel volto, là dove la vita pesa, dove la carne fatica, dove qualcuno ha bisogno che qualcun altro si fermi.
E Cristo cammina lì. Tutti i giorni.
Gesù chiude il suo Vangelo con una promessa straordinaria: Io Sono; e sono Con voi; e sono dentro tutti i giorni. “Io sono” è l’identità che Dio da a se stesso da dentro il roveto ardente. Tradotto: Gesù sta dicendo “io sono Dio”; E sono con voi. E per farlo ci manderà il suo Spirito, che apre gli occhi, che rimette in piedi, che ci permette di riconoscerlo. Ma questa è la storia di domenica prossima. E infine: sono dentro la trama di ogni giorno; sia quelli belli, quelli in cui celebriamo un compleanno o un bell’anniversario, sia in quelli brutti, nei giorni che pesano, nei giorni di lutto, nei giorni che scorrono senza gloria, nei giorni in cui sembra che nulla accada. Lui cammina lì. Con noi. Già adesso.
Come ho detto all’inizio, qualcuno potrebbe accusare i discepoli di avere la testa fra le nuvole. Abbiamo visto che sbaglia. Ma sbaglia anche su cosa significa avere i piedi per terra.
Piedi per terra, per molti, significa questo: essere cinici, non farsi illusioni, aspettarsi il peggio, piegarsi alle proprie povertà e a quelle degli altri come se fossero l’ultima parola sulla realtà. Una specie di realismo duro, chiuso, che si difende, che si arrocca, che alla fine si ferma.
Cristo propone un’altra postura. Piedi per terra significa camminare dentro tutti i giorni, dentro la carne, dentro il peso della vita reale, ma insieme a Lui. Non da soli. Non piegati. In cammino.
E per non dimenticarlo, ha lasciato un gesto. Ha preso il pane, la cosa più concreta che esiste sulla tavola di un uomo,e ha detto: sono qui. questo sono io. Ogni volta che spezzate questo pane, in memoria di me, ricordate dove abito. Ricordate come cammino con voi.
L’Eucaristia che tra poco celebreremo sia questo per noi: Cristo che rimette i piedi sulla terra insieme ai nostri; che non ci lascia con la testa fra le nuvole, che non ci lascia nemmeno nel realismo di chi si è arreso; che ci rimette in piedi. Dentro tutti i giorni. Dentro ogni battito di cuore. Non cercatelo lontano. Cristo continua a salire al cielo ogni volta che qualcuno sulla terra torna a rialzarsi. Buon cammino.