La difficile arte del lasciarsi servire - XXVIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A (Mt 22,1-14)
Perché ci costa così tanto lasciarci amare?
Autore: Don Flavio Maganuco
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 25,6-10 Sal 22 Fil 4,12-14.19-20 Mt 22,1-14
LA DIFFICILE ARTE DEL LASCIARSI SERVIRE
Perché ci costa così tanto lasciarci amare?
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Ci avviciniamo alla fine dell’anno liturgico, e come da prassi le letture cominciano a parlarci del compimento di tutto. Il Vangelo di oggi ci mostra un’immagine di quel compimento, e ha la formadi una tavola apparecchiata a cui siamo invitati.
Vorrei partire con una sincera e pubblica confessione. Quando un invito arriva a me, di qualunque genere, la prima cosa che sento dentro è un sospiro. Che sia di natura formativa, come una catechesi o un corso di esercizi, o di natura celebrativa, come la festa di qualcuno. Magari l’esperienza è valida, o le persone che mi invitano mi sono care e l’occasione quasi sempre è bella, ma il sospiro viene lo stesso. Probabilmente perché penso alle mie cose, alle mie abitudini, al tempo che mi sembra di sottrarre a tutto quello che avevo già in mente. Poi c’è la fatica di prepararsi: il decidere come vestirsi, il pensare a un regalo, il viaggio, il restare in un posto per ore.
Forse anche voi conoscete quel sospiro.
Gli invitati della parabola evidentemente lo conoscono. Il re manda i servi a chiamarli, e il testo dice che non se ne curarono, e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari. Altri, più avanti, reagiscono con violenza, ma restiamo con i primi, quelli che ci assomigliano. Il campo e gli affari sono cose buone e necessarie: chi coltiva un campo e chi porta avanti un’attività fa quello che fanno gli adulti. Qual è la differenza tra il campo e il banchetto? Al campo si produce, mentre al banchetto qualcuno ha già prodotto per te e ti chiede soltanto di sederti.
Mi viene da pensare che ci riesca più facile fare che ricevere. Quando faccio, il tempo è mio, decido io, tengo io le redini. A un banchetto devo lasciarmi servire da qualcuno che non ho scelto, indossare un abito per una festa che non ho organizzato, accettare che un bene mi arrivi dalla mano di un altro. Perché ci costa così tanto? Me lo chiedo davvero, e non ho una risposta pronta. Posso dirvi però perché, secondo me, vale la pena dire di sì: ci sono cose che, per quanto ci sforziamo, non possiamo procurarci da soli. Ci sono cose che si possono soltanto ricevere.
Oltre alla descrizione del Banchetto, oltre a vini eccellenti e cibi succulenti, Isaia ci dice che su quel monte il Signore toglierà il velo che copre tutti i popoli, eliminerà la morte per sempre,
asciugherà le lacrime su ogni volto. Su ogni volto, quindi anche sul mio. E se voglio che qualcuno mi asciughi le lacrime che non sono capace di asciugarmi da solo, devo avvicinarmi, e lasciarmi accarezzare il viso da una mano che è lì, a quella tavola. Tutti i popoli, dice Isaia, e il Vangelo ci racconta che la sala si riempie di chiunque capiti per strada, buoni e cattivi. Todos, todos, todos, ripeteva papa Francesco, e qui il Vangelo gli dà ragione alla lettera.
Eppure nella sala c’è un uomo che ci lascia con una domanda. Pensiamo al matrimonio di una persona cara. La mattina, davanti allo specchio, nella testa passano molte voci. Una dice che bisogna andarci, che si fa così, che altrimenti la gente parla. Un’altra si preoccupa di come verrò nelle foto. Un’altra, più sottile, pensa a quella persona: a quanto le voglio bene, a quanto le devo,e vorrei che il suo giorno fosse bellissimo e che il mio abito fosse un modo per dirglielo. Tutte e tre abitano la stessa testa nella stessa mattina. La stanchezza resta, e anche la voglia di tornare alle mie cose, ma l’abito lo scelgo pensando a lei.
E a proposito di abito nuziale, nel Vangelo quell’uomo dentro la sala che, non lo indossa. Il re si avvicina, lo chiama amico, gli chiede come mai sia entrato senza l’abito nuziale. Il testo dice che ammutolì. Non ci dà alcun motivo, solo il suo silenzio. E quel silenzio ci mette davanti a una domanda: si può essere invitati, entrare nella sala e restare estranei all’incontro? Si può essere presenti senza esserci davvero, vivere una “presenza assente”? Quanti di noi possono stare in una chiesa, a una festa, a una catechesi, con il corpo presente, ma col cuore e la testa altrove? L’abito nuziale ci ricorda che non basta compiere un gesto: anche il cuore con cui lo compiamo è chiamato a diventare carità.
Gesù chiude dicendo che molti sono chiamati e pochi scelti; nella parabola gli invitati del re sono sconosciuti, raccolti agli incroci delle strade, e non conoscono lo sposo. L’affetto, a quella tavola, non lo porta nessuno da casa. Forse nasce lì, mangiando, quasi senza accorgersene; o per lo meno, per me molte volte è stato così: la bellezza di un invito l’ho scoperta soltanto dopo averlo accolto. E invitati, chiamati… lo siamo tutti, da sempre. Il resto è la porta, e la possibilità di attraversarla con tutto noi stessi, e quello dipende da noi.
Se non ci riusciamo, se ci fermiamo sulla soglia oppure entriamo e restiamo con la testa altrove, c’è qualcuno che ci racconta come si impara. Paolo scrive ai Filippesi dalla prigione e dice di aver imparato a vivere nella povertà e nell’abbondanza, nella fame e nella sazietà. Imparato: il verbo ci dice che non gli è venuto subito, come a noi. Ed è interessante che nomini anche l’abbondanza, perché pure ricevere molto è una cosa da imparare: quando ho molto, resta da imparare a non sentirmene padrone.
Credendo, come ci dice san Paolo, che tutto possiamo in colui che ci dà la forza, chiediamo al Signore di insegnarci quello che ha insegnato a lui. Che ci faccia alzare anche quando la fatica ci frena e le nostre cose ci chiamano altrove. Che ci metta addosso l’abito di chi viene perché l’altro è importante. Che ci renda capaci di dire grazie per quello che ci arriva da una mano che non abbiamo scelto. E che colmi ogni nostro bisogno, come promette a Paolo, fino al giorno in cui ci siederemo alla tavola che ha preparato per tutti noi, quando abiteremo la sua casa per sempre.
Amen.
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