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La mensa degli umili


Il Posto più bello ti è stato già assegnato: nel cuore del Padre - XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) - Lc 14,1.7-14

Autore: Don Flavio Maganuco

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Sir 3,17-20.28-29; Sal 67; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14

LA MENSA DEGLI UMILI
Il Posto più bello ti è stato già assegnato: nel cuore del Padre

Avete mai notato che a volte, quando ci sediamo a tavola, non pensiamo solo al cibo, ma anche a chi abbiamo accanto? Ci ritroviamo a valutare dove siamo capitati, a chiederci quanto valiamo se siamo vicini a una persona o relegati in fondo, a intristirci se a qualcun altro è stato riservato un posto e a noi no. È una logica sottile, quasi inevitabile, ma molto mondana: misurare il nostro valore a partire dal posto che occupiamo.

Il Siracide oggi ci mette davanti a una verità semplice e liberante: “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”. Ma che cos’è l’umiltà? Non è sentirsi meno degli altri, né farsi piccoli per finta. L’umiltà è vivere radicati nella verità: sapere che il nostro valore non dipende da un posto, da un titolo, da un riconoscimento, ma da Dio che ci ha creati e ci ama. L’umiltà è la medicina che guarisce dal confronto continuo, dalla ricerca affannosa di approvazione, dal bisogno di primeggiare. Perché chi è umile non deve dimostrare nulla, sa già di valere agli occhi di Dio.

Ed è proprio questa logica che il Vangelo di oggi viene a rovesciare: “Quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto”. Non per finta modestia, ma per verità. Perché non è il posto che gli altri ti danno o che ti vuoi prendere tu che determina chi sei, ma quello che ti ha già preparato Gesù: il posto nel cuore del Padre. È lì che, come dice la Lettera agli Ebrei, i “primogeniti sono iscritti nei cieli”. È quel posto, comprato a caro prezzo sulla croce, che ci dice quanto valiamo davvero, quanto siamo preziosi, quanto siamo amati.

Gesù poi fa un passo ulteriore: non si limita a dirci quale posto scegliere, ma ci chiede di cambiare la lista degli invitati. Non solo chi ci può ricambiare, ma chi non ha nulla da offrirci in cambio: i poveri, gli zoppi, i ciechi. Perché la logica del Regno non è quella dello scambio, ma del dono.

E dove questo ribaltamento si rende visibile? Nell’Eucaristia. Guardate bene: non c’è nulla di mondano nel pane e nel vino. È il Signore che sceglie i segni più semplici e quotidiani per restare con noi. Il pane non serve a vantarsi, serve a vivere. Così l’Eucaristia: non un premio per i bravi, ma il cibo che sostiene i fragili. Non un riconoscimento per chi è arrivato primo, ma la forza per chi fa più fatica. È il segno di un Dio che sceglie sempre l’ultimo posto — quello della croce — per aprirci la porta della vita.

Mi viene in mente l’immagine delle mense dei poveri: lì nessuno entra per status, ma per fame. E chi serve non lo fa per tornaconto, ma per amore. Proprio come abbiamo ascoltato nel Salmo “a chi è solo Dio fa abitare una casa”; in quelle mense non conta il posto, conta che tutti si sentano a casa. Così dovrebbe sentirsi ogni membro della nostra comunità; così dovrebbe farci sentire ogni nostra Eucaristia: una tavola dove nessuno è escluso e tutti sono accolti.

E allora il vero invito di questa domenica, dentro il cammino del Giubileo della Speranza, è molto concreto: scegli ogni giorno un “ultimo posto”. Non quelli scontati che ci ripetiamo sempre, ma quelli che ci mettono davvero in gioco. Forse per te l’ultimo posto sarà ascoltare senza fretta chi

non sopporti, o dare tempo a chi ti annoia, o rinunciare a dire l’ultima parola per lasciare spazio a un altro. Oppure aprire la porta della tua casa a chi non entreresti mai d’istinto. Sono questi i gesti che ribaltano la logica del mondo e fanno spazio alla logica di Dio.

Perché l’unica vera grandezza non è nel salire, ma nello scendere; non nell’essere serviti, ma nel servire. Non nel conquistare un posto, ma nel riconoscere che il posto più bello ce lo ha già dato Cristo: il suo cuore, il cuore del Padre.

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