Io sono, prima di tutto, dono, frutto della preghiera altrui
La preghiera comunitaria
Autore: Autori Cristiani
LA PREGHIERA COMUNITARIA: C’E’ BISOGNO DI “ACCORDO”
Il credente vive necessariamente la sua esperienza di fede in un tessuto comunitario.
Essere Cristiano significa far parte di un popolo, appartenere ad una famiglia. Col Battesimo io vengo inserito nella Chiesa che è, appunto, una “comunità orante”. Non ho ancora dato nulla. Non ho fatto nulla. Eppure, subito, ricevo.
Prima ancora che io ne diventi consapevole, vivo, partecipo della preghiera degli altri. Vengo nutrito, cresco, mi sviluppo grazie alla preghiera della comunità.
Io sono, prima di tutto, dono, frutto della preghiera altrui.
Viene il momento in cui anch’io devo donare, recare il mio apporto per questa ricchezza di famiglia. Dare e ricevere.
“…In verità vi dico: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre Mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel Mio Nome, Io sono in mezzo a loro…” (Matteo 18,19-20 ).
La comunità riunita nel nome di Gesù realizza la Sua presenza sulla terra, diventa tempio vivo, luogo della Sua dimora ( “…Io sono in mezzo a loro…”). Questa preghiera comune è irresistibile, ha la certezza di essere ascoltata.
L’essere insieme nella preghiera, al di là delle cose che si possono ottenere, vuole esprimere una realtà importante: dal momento che intendiamo rimanere attaccati al Padre, restiamo attaccati fra di noi. Una frattura, una incrinatura in senso orizzontale, crea una spaccatura anche in senso verticale. La comunicazione interrotta tra i figli, taglia la comunicazione col Padre. Quindi la preghiera comune manifesta la volontà di assicurare i collegamenti, di rimanere in comunione.
Attenzione alle note false!
Certo, risulta fondamentale quell’indicazione di Gesù: “…si accorderanno…”: Prima dell’esecuzione di un brano musicale si accordano gli strumenti. Nella preghiera comunitaria -che dovrebbe essere la sinfonia più prodigiosa- non ci si può limitare a sintonizzare le voci, produrre le stesse parole, compiere gli stessi gesti, assumere le stesse posizioni esteriori. È il cuore che va sintonizzato!
Si deve realizzare, precisamente, l’accordo, che è questione di cuore, non di bocca! Le idee, le mentalità, i punti di vista possono essere “sfasati”, dissonanti, rispetto a quelli del “compagno di preghiera”. Queste dissonanze a livello di testa non impediscono la sinfonia. L’essenziale, per la preghiera, è l’accordo, ossia mettere il cuore in armonia con quello dell’altro. La preghiera stonata, non vera, e che quindi non raggiunge il Padre, è quella dove qualche cuore batte egoisticamente, rifiutando l’altro, condannandolo, mantenendo le distanze, conservando risentimenti o amarezza.
Le note stridenti più pericolose non sono solo quelle che si avvertono all’esterno, ma quelle che si producono dentro, in profondità. E spengono la preghiera. Anzi, le impediscono di nascere. Le note false, abitualmente impercettibili, non sono altro che il non-amore. È questione di fraternità. Sono figlio, ma anche fratello! Preghiera personale e preghiera comunitaria, lungi dall’essere in opposizione, risultano complementari. Anzi, l’una ha bisogno dell’altra, rafforza l’altra. Quanto più io vivo fino in fondo le esigenze della preghiera comune, tanto più scopro l’esigenza del rapporto personale, irripetibile, con Dio. E se comprendo veramente le esigenze della preghiera comunitaria, questa mi fa avvertire, prepotentemente, il bisogno della preghiera a tu per tu col Padre (che resta, in ogni caso, “nostro”).
Condivisione dei pesi “…Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la Legge di Cristo…” (Galati 6.2 ).
Questo scambio, questa condivisione dei pesi, si realizza soprattutto nella preghiera comune. Non tutti sentiamo alla stessa maniera. Non tutti ci troviamo nelle stesse condizioni. Qualcuno sta nella gioia ed altri sono attanagliati nell’angoscia. Uno è sereno e il vicino è tormentato. Lo slancio degli uni si accompagna alla fiacchezza degli altri. Ebbene, tutto viene messo in comune. La forza sostiene la debolezza e le debolezze, unite, diventano forza. La ricchezza supplisce alla povertà o, meglio, tutto diventa povertà comune!
Non conta lo stato d’animo del singolo. Non ha importanza che qualcuno segni il passo o trascini i piedi. La preghiera ricompone i vari frammenti diversi fra loro e li solleva verso Dio, formando un insieme unitario. L’equilibrio viene garantito non dalla perfezione di pochi, ma dall’essere tutti mancanti in qualcosa. Il pregare insieme implica l’accettazione dell’altro. E se c’è qualche impedimento, bisogna rimuoverlo. Se c’è qualche muro di separazione bisogna abbatterlo. Se si stende qualche ombra è necessario dissiparla.
“…Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate…” (Marco 11,25).
La preghiera comunitaria diventa possibile se passa attraverso la riconciliazione, la pace. Gli incidenti inevitabili, i conflitti, i contrasti, lacerano sovente il delicato tessuto dei nostri rapporti col prossimo. L’unità è sempre da rifare, dopo le spaccature e le incrinature. Ora, la ricomposizione nell’unità, non è un fatto emotivo, sentimentale o semplicemente formale, di facciata. Implica soprattutto la capacità di perdonare e di chiedere perdono. C’è bisogno di qualche segno di accoglienza reciproca. Occorre accorgersi degli altri! Oltre a dire il nostro “sì” a Dio, dobbiamo dire “sì” a chi ci è accanto.
L’ “amen” della fede deve tradursi anche nell’ “amen” della fraternità. Non posso illudermi, nella preghiera comune, di essere attento a Dio se non sono attento a chi mi sta a contatto di gomiti.
Per incontrare bisogna incontrarsi. Per arrivare occorre unirsi.
Risulta più facile, indubbiamente, pregare per gli altri che pregare con gli altri. Il Padre gradisce essere pregato da figli che si “mettono d’accordo”.
LA PREGHIERA COMUNITARIA: PREGARE “AL PLURALE”
Gesù per primo ci ha insegnato a pregare al plurale.
La preghiera-modello del “Padre nostro” è tutta al plurale. È curioso questo fatto: Gesù ha esaudito tante preghiere fatte “al singolare”, ma quando Lui insegna a pregare, ci dice di pregare “al plurale”. Ciò significa, forse, che Gesù accetta questo nostro bisogno di gridare a Lui nelle nostre personali necessità, ma ci avverte che è preferibile andare sempre a Dio con i fratelli.
A motivo di Gesù, che vive in noi, noi non esistiamo più da soli, siamo individui responsabili dei nostri atti personali, ma portiamo in noi anche la responsabilità di tutti i fratelli.
Tutto il bene che è in noi, in gran parte lo dobbiamo agli altri; Cristo perciò ci invita a mitigare il nostro individualismo nella preghiera. Finchè la nostra preghiera è molto individualista, ha poco contenuto di carità, perciò ha poco sapore cristiano.
L’ affidare ai fratelli i nostri problemi è un po’ come morire a noi stessi, è un fattore che apre le porte ad essere esauditi da Dio.
Il gruppo ha una potenza particolare su Dio e Gesù ce ne dà il segreto: nel gruppo unito nel Suo Nome, c’è anche Lui presente, che prega. Occorre però che il gruppo sia “unito nel Suo Nome”, cioè unito fortemente nel Suo Amore. Un gruppo che ama è strumento idoneo a comunicare con Dio e a ricevere il flusso dell’Amore di Dio su chi ha bisogno di preghiera: “la corrente d’Amore ci fa capaci di comunicare col Padre ed ha potere sui malati”. Anche Gesù, nel momento cruciale della Sua vita, ha voluto i fratelli a pregare con Lui: al Getsemani sceglie Pietro, Giacomo e Giovanni “perché stessero con Lui a pregare”.
La preghiera Liturgica poi, ha una potenza ancora più grande, perché ci immerge nella preghiera di tutta la Chiesa, attraverso la presenza di Cristo. Bisogna riscoprire questa enorme potenza d’intercessione, che investe tutto il mondo, coinvolge la terra e il cielo, il presente e il passato, i peccatori e i Santi. La Chiesa non è per una preghiera individualista: sull’esempio di Gesù formula tutte le preghiere al plurale. Pregare per i fratelli e con i fratelli deve essere un segno marcato della nostra vita cristiana.
La Chiesa non sconsiglia la preghiera individuale: i momenti di silenzio che propone nella Liturgia, dopo le letture, l’omelia e la Comunione, stanno appunto ad indicare quanto le stia a cuore l’intimità di ogni fedele con Dio.
Ma il suo modo di pregare ci deve far decidere a non isolarci dai bisogni dei fratelli: preghiera individuale, sì, ma mai preghiera egoistica!
Gesù ci suggerisce di pregare in modo particolare per la Chiesa. Lui stesso l’ha fatto, pregando per i Dodici: “Padre … Io prego per loro… per coloro che mi hai dato, perché sono Tuoi. Padre, custodisci nel Tuo Nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi ” (Gv.17,9). L’ha fatto per la Chiesa che sarebbe nata da loro, ha pregato per noi: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in Me” (Gv.17,20).
Gesù inoltre ha dato l’ordine preciso di pregare per l’incremento della Chiesa: “…Pregate il padrone della messe che mandi operai nella Sua messe…” (Mt. 9,38). Gesù ha comandato di non escludere nessuno dalla nostra preghiera, nemmeno i nemici: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt. 5,44).
Occorre pregare per la salvezza dell’umanità. È il comando di Cristo! Ha messo questa preghiera proprio nel “Padre nostro”, perché fosse la nostra preghiera continua: venga il Tuo Regno!
Le regole d’oro della preghiera comunitaria
1. PERDONO (sgombro il cuore da ogni rancore affinché, durante la preghiera, niente ostacoli la libera circolazione dell’Amore)
2. MI APRO all’azione dello SPIRITO SANTO (affinché, lavorando sul mio cuore, possa portare i Suoi frutti)
3. RICONOSCO chi mi sta accanto (accolgo il fratello nel cuore, che significa: sintonizzo la mia voce, nella preghiera e nel canto, con quella degli altri; lascio all’altro il tempo di esprimersi nella preghiera, senza mettergli fretta; non faccio prevalere la mia voce su quella del fratello)
4. NON HO PAURA DEL SILENZIO = non ho fretta ( la preghiera necessita di pause e di momenti d’introspezione)
5. NON HO PAURA DI PARLARE (ogni mia parola è dono per l’altro; non fa comunità chi vive passivamente la preghiera comunitaria)
La preghiera è dono, accettazione, condivisione, servizio.
Il luogo privilegiato per cominciare a pregare con gli altri è la famiglia. La famiglia cristiana è una comunità che simboleggia l’amore di Gesù per la sua Chiesa, come dice S. Paolo nella lettera agli Efesini (Ef. 5.23). Fratel Carlo Carretto, uno dei più grandi maestri di preghiera e contemplativo del nostro tempo, ci ricorda che “… Ogni famiglia dovrebbe essere una piccola chiesa!….”
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