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La preghiera - X

La preghiera di adorazione

L’EUCARISTIA E LA VERGINE MARIA

(Dall’esortazione Apostolica “Sacramentum Caritatis” del Santo Padre Benedetto XI°)
Dalla relazione tra l’Eucaristia e i singoli Sacramenti, e dal significato escatologico dei santi Misteri, emerge nel suo insieme il profilo dell’esistenza cristiana, chiamata ad essere in ogni istante culto spirituale, offerta di se stessa gradita a Dio.
E se è vero che noi tutti siamo ancora in cammino verso il pieno compimento della nostra speranza, questo non toglie che si possa già ora con gratitudine riconoscere che quanto Dio ci ha donato trova perfetta realizzazione nella Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra: la sua Assunzione al cielo in corpo ed anima è per noi segno di sicura speranza, in quanto indica a noi, pellegrini nel tempo, quella meta escatologica che il sacramento dell’Eucaristia ci fa fin d’ora pregustare. In Maria Santissima vediamo perfettamente attuata anche la modalità sacramentale con cui Dio raggiunge e coinvolge nella sua iniziativa salvifica la creatura umana.
Dall’Annunciazione alla Pentecoste, Maria di Nazareth appare come al persona la cui libertà è totalmente disponibile alla volontà di Dio.
La sua Immacolata Concezione si rivela propriamente nella docilità incondizionata alla Parola divina.La fede obbediente è la forma che la sua vita assume in ogni istante di fronte all’azione di Dio. Vergine in ascolto, ella vive in piena sintonia con la volontà divina; serba nel suo cuore le parole che le vengono da Dio e componendole come in un mosaico, impara a comprenderle più a fondo (Luca 2,19-51).
Maria è la grande Credente che, piena di fiducia, si mette nelle mani di Dio, abbandonandosi alla sua volontà.
Tale mistero si intensifica fino ad arrivare al pieno coinvolgimento nella missione redentrice di Gesù.
Come ha affermato il Concilio Vaticano II, “La beata Vergine avanzò nella pellegrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (Giovanni 19,15) soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente, dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco tuo figlio”.
Dall’Annunciazione fino alla Croce, Maria è colei che accoglie la Parola fattasi carne in lei e giunta fino ad ammutolire nel silenzio della morte. È lei, infine, che riceve nelle sue braccia il corpo donato, ormai esanime, di Colui che davvero ha amato i suoi “sino alla fine” (Giovanni 13,1). Per questo, ogni volta che nella Liturgia Eucaristica ci accostiamo al Corpo e Sangue di Cristo, ci rivolgiamo anche a Lei che, aderendovi pienamente, ha accolto per tutta la Chiesa il sacrificio di Cristo. Giustamente i Padri sinodali hanno affermato che “Maria inaugura la partecipazione della Chiesa al sacrificio del Redentore”. Ella è l’Immacolata che accoglie incondizionatamente il dono di Dio e, in tal modo, viene associata all’opera della salvezza. Maria di Nazareth, icona della Chiesa nascente, è il modello di come ciascuno di noi è chiamato ad accogliere il dono che Gesù fa di se stesso nell’Eucaristia.

LA PREGHIERA DI ADORAZIONE

Quando la piccolezza sfiora l’infinito…
In un mezzogiorno ardente, Gesù, coperto di polvere, attraversava la provincia di Samaria, lungo la gola che si apre tra i monti Ebal e Garizim. Sulla cima di quest’ultimo gli scismatici di Israele, i samaritani, avevano eretto un tempio piuttosto modesto, come replica e sfida al Tempio di Gerusalemme. E lì svolgevano la loro vita religiosa. La rivalità tra giudei e samaritani risaliva ai lontani giorni del ritorno dalla schiavitù di Babilonia.
Risalendo la gola, Gesù entrò nella valle che si estende da Siquem a Naplusa. Al suo ingresso sorgeva Sicar, città adorna di leggende che risalivano al tempo di Giacobbe.
Vicino alla città c’era un pozzo sorgivo, profondo circa 30 metri. Gesù, stanco, sedette presso il pozzo.
E si svolse una strana scena. Con una brocca sulla testa, arrivò dalla città una donna che aveva al suo attivo molta vita e strane storie. Gesù le chiese un po’ d’acqua per alleviare la propria sete. Ella trovò strana la domanda. Rapidamente, tuttavia, i due entrarono in una conversazione di un certo livello e, ad un certo punto, risuonò in quel dialogo singolare, una parola con un gran peso di eternità: adorare.
“…Disse a Gesù la donna: – Signore, vedo che Tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio su questo monte e voi dite che è a Gerusalemme che bisogna adorare. – Gesù le dice: – Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre… ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità.” (Gv. 4,19-24)
Adorazione significa riconoscimento della grandezza di Dio e della piccolezza della creatura. Senso della trascendenza divina e della precarietà dell’uomo. Scoperta della gloria del Signore e del proprio niente. Nell’adorazione l’uomo, creatura debole, limitata, sfiora il mistero di Dio. Il nulla entra in contatto col Tutto. L’adorazione proclama, silenziosamente, l’Assoluto di Dio.
Ciò è possibile unicamente in un atteggiamento profondo, autentico, consapevole, di umiltà. Si entra in punta di piedi in uno spazio sacro, nel territorio del mistero.
“…Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore…” (Salmo 95) La lode, la benedizione, l’azione di grazie, portano l’uomo “fuori di sé”, in uno spazio immenso dove risuona la sua parola incontenibile di giubilo per la grandezza di Dio e la generosità dei suoi doni. L’adorazione fa compiere all’uomo un cammino inverso: lo fa rientrare nella profondità del proprio essere, gli tappa la bocca accordandogli esclusivamente una parola interiore. La luce esteriore lascia il posto ad una luce che trafigge l’uomo dal di dentro.
E io scopro la mia vita come attraversata da un raggio della luce di Dio, della Sua grazia, del Suo amore.
Di fronte alla maestà, alla signoria di Dio, al Suo mistero, alla Sua trascendenza, il silenzio risulta più espressivo di ogni parola.
La gioia diventa una realtà che s’impossessa di tutta la persona, la trasfigura. Non c’è più bisogno di proclamarla, di spiegarla.
Basta rifletterla, irradiarla. Nell’adorazione tutto il corpo diventa preghiera. Ed indica riverenza, rispetto, dipendenza, desiderio di lasciarsi avvolgere dal mistero, disponibilità a farsi incendiare dal fuoco che brucia, ma non consuma.
L’oscurità, il silenzio, la solitudine, costituiscono così i segni di un’esperienza irripetibile che si svolge nella zona più segreta dell’essere, là dove si resta abbagliati da una luce, si copre una presenza e si coglie una voce che viene da altrove.
L’adorazione libera l’uomo da tutte le schiavitù, rendendolo totalmente disponibile per l’unico Signore.
“… Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a Te…” (Matteo 11,25-26)
Dio svela i propri segreti non alle persone importanti, ma ai piccoli, alla gente che non conta.
E la preghiera di adorazione diventa il momento privilegiato di queste confidenze divine.
L’umiltà è l’unico recipiente capace di accogliere l’infinito. L’adorazione è un essere preso dalla totalità di Dio.
Mi sottrae alla considerazione dell’io e mi obbliga a puntare lo sguardo unicamente sul Tu di Dio.
Non si tratta di fare dei confronti tra la mia miseria e la grandezza infinita di Dio, tra i miei difetti e le Sue perfezioni.
Nell’adorazione io vengo letteralmente strappato a me stesso e condotto direttamente di fronte all’Altro.
Ciò che conta, ciò che merita attenzione, ciò che mi assorbe totalmente è il Tu di Dio. E io non voglio altro che quel Tu.
L’adorazione mi fa memoria dei comandamento fondamentale: “…Io sono il Signore tuo Dio… Non avrai altro Dio al di fuori di me…” (Deuteronomio 5,6-7)

Verso l’interiorità…
“Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3,20)
Il Volto di Dio non si manifesterà tanto facilmente.
Quel Volto beato è coperto di densa foschia, è lontano, là oltre il mare del tempo. Noi dobbiamo metterci al timone e navigare tra le ostili ondate della dispersione, delle distrazioni e delle siccità; avanzare nell’alto mare del silenzio, con l’aiuto di mezzi psicologici per raggiungere il “centro”, che polarizzerà e acquieterà tutte le aspirazioni del cuore.
Le riflessioni comunitarie e le orazioni vocali possono renderci presenti al Signore, ma sempre in maniera riflessa e velata. La fonte viva e profonda è lontana.
È possibile appagare la sete nelle acque fresche del torrente, ma l’origine di quelle acque è lassù, presso un ghiacciaio di nevi eterne. L’anima, quanto più sperimenta Dio, tanto più brama la fonte stessa: il ghiacciaio. L’anima cerca e pretende non l’acqua, ma la sorgente stessa. Cerca quella quieta ed ineffabile relazione io-TU. Cerca quella comunicazione profonda da presenza a PRESENZA, da coscienza a COSCIENZA.
E allora Dio comincia a manifestarsi all’anima; ma lo fa come la luce del sole che penetra attraverso gli alberi di una fitta boscaglia. È sole, ma non è il sole; sono particelle di sole che a fatica vincono lo spessore delle fronde.

Signore, mostrami il tuo Volto!

Il volto di Dio è espressione biblica che significa la presenza vivente di Dio; presenza che s’ingrandisce quando la fede e l’amore rendono le relazioni dell’anima con Dio più profonde ed intime. L’anima deve intendere bene che questa presenza è sempre oscura, ma si va facendo sempre più viva. Quando la fede e l’amore s’intensificano, allora i lineamenti di Dio si percepiscono non più chiari, bensì più vivi. Io posso stare, in una oscura notte, con una persona; non ci vediamo, non ci tocchiamo, stiamo in assoluto silenzio guardando le stelle, ma io sento vivamente la sua presenza, so che c’è.
Dio è al di qua e al di là del tempo e dello spazio.
Sta intorno a me e dentro di me e con la sua presenza raggiunge le più lontane e profonde regioni della mia intimità.
Dio è l’anima della mia anima, la vita della mia vita, la realtà totale e totalizzante dentro la quale io sono immerso; con la sua forza vivificante penetra tutto ciò che ho e quello che sono.
Questa realtà ultima dell’uomo la esprime il salmista, con un’incomparabile espressione poetica: “Sono in te tutte le mie sorgenti” (Sal 86). La recita lenta di alcuni Salmi, al principio dell’orazione, può servire per far presente il Signore. “Al centro dell’anima c’è Dio; quando l’anima vi si sarà avvicinata secondo tutta la capacità del suo essere, essa avrà raggiunto l’ultimo e più profondo suo centro in Dio…” (S. Giovanni della Croce)
Nella misura in cui si va vivendo la fede, l’amore e l’interiorità, si distinguono sempre nuove zone di profondità.
Questa grandiosa realtà, Santa Teresa d’Avita la simbolizza con le diverse stanze di un castello, come dimore ogni volta più interne.
Dice Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui..” (Gv 14,23). Ad un maggior amore, corrisponderà una dimora più interiore ed intima.
Nella regioni profonde di se stessa, l’anima sperimenterà la presenza attiva e trasformante di Dio.

L’incontro…
La preghiera d’intercessione, come anche quella di lode, sono preghiere “affollate”: infatti preghiamo per gli infermi, per i missionari, per il Santo Padre… Nell’adorazione sparisce tutto il mondo e rimaniamo soli: Lui e io.
Se non riusciamo a rimanere soli, Lui ed io, non c’è incontro vero.
Potrei trovarmi in un’assemblea di preghiera, tra cinquemila persone che pregano e acclamano; o potrei essere solo nella mia stanza, ma se non rimango solo con il mio Dio, non avrò un incontro reale con il Signore.
Ogni incontro è intimità e ogni intimità è recinto chiuso.
Tutto ciò che è decisivo è solitario: le grandi decisioni si prendono da soli, si soffre da soli, si muore da soli, il peso di una responsabilità è il peso di una solitudine.
L’incontro con il Signore si consuma da soli, anche nella preghiera comunitaria. L’incontro è, dunque, la convergenza di due “solitudini”.
Ecco qui la grande sfida per realizzare l’incontro di adorazione: in quale maniera arrivare, attraverso il silenzio, alla mia solitudine e alla “solitudine” di Dio?
Per conseguire tutto ciò, devo far tacere i clamori esterni, i nervosismi, le tensioni e tutta la mia turbolenza interiore, fino a percepire, in pieno silenzio, la presenza di Dio.
Infatti, per adorare Dio in spirito e verità, devo “rivestirlo” di silenzio.
I Profeti provengono dal deserto: dalla distesa immobile della monotonia, emerge il Signore nella sua “solitudine”.
Questo non significa che per adorare dobbiamo cercare le sabbie ardenti di un deserto. Si parla in senso figurato. Abbiamo tuttavia bisogno di alcuni elementi del deserto: il silenzio e la solitudine. Durante la preghiera di adorazione, Dio è “solo”, l’uomo è “solo”: avanziamo verso la convergenza di queste due “solitudini”.

Entra e chiudi la porta…
Dall’alto della montagna, di fronte ad una moltitudine, Gesù aveva proclamato il programma del Regno (Matteo 5).
Ora stava dicendo che per adorare non è necessario un lungo discorso, né un luogo privilegiato e pubblico, basta entrare nella stanza interiore, chiudere bene le porte, incontrarsi con il Padre e restarsene con Lui (Matteo 6,6).
Facile cosa è chiudere le porte di legno e socchiudere le finestre di vetro. Ma nel nostro caso si tratta di qualche cosa di molto più impalpabile.
Quella stanza interiore è un’altra stanza, quelle porte sono altre porte e quell’entrare un altro entrare.
Perché appaia Dio, perché la sua presenza nella fede si faccia densa e consistente, è necessaria un’attenzione aperta, lontana da ogni fonte di distrazione. La maggior parte del cristiani resta fuori dalle esperienze forti di Dio perché non sa fare questo difficile ed indispensabile lavoro prima dell’incontro.
Sono molte le anime che, per mancanza di preparazione sistematica, rimangono ferme in una misera mediocrità.
Vivono alla superficie dell’orazione coloro che non si preparano; e non si preparano perché manca loro un reale interesse.
Noi non possiamo incrociare le braccia, alzare gli occhi e attendere la pioggia. Nell’impiegare i mezzi che abbiamo a disposizione, noi dimostriamo che cerchiamo il volto del Signore in spirito e verità (perché il Padre cerca tali adoratori).
Noi prepariamo il terreno….. Il Signore manderà la pioggia.

Rimanere con il Padre

La solitudine profonda del mio essere è stata illuminata dalla luce della fede, luce viva e calda, e un Abitante è venuto a colmare questa solitudine con la Sua presenza: è il Padre. Che faremo, io e il Padre, nella dimora profonda? Quali parole diremo? Gesù stesso ci esorta: “…Pregando…non sprecate parole!…”
“… Tu, invece, quando preghi, entra nella tua camera, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà… ” (Matteo 6,6).
Rimanere col Padre significa uno scambio di affetti e di attenzioni con Dio. Una proiezione, nell’amore e nella fede, di tutte le mie energie mentali (ciò che io sono profondamente) verso di Lui.
Così tutto il mio essere si fissa, rimane quieto, concentrato in Lui, con Lui. Ma non si tratta solamente di un’uscita mia verso di lui, non è solo una mia apertura. È allo stesso tempo un mio accogliere, perchè esiste anche un’altra uscita, di Lui verso di me.
Se lui esce verso di me e io esco verso di Lui, se Lui accoglie la mia uscita ed io accolgo la sua uscita, l’incontro diventa la convergenza di due uscite e di due accoglienze. In questo modo, si produce un’unione profonda e trasformante. Più profondo è l’incontro, più io comincio a camminare alla presenza del Signore.
Dio opera quindi una profonda conversione del mio cuore e gli altri vedono in me un riflesso della luce di Dio.
Rimanere col Padre equivale a: parlare con Dio. Parlare con Dio è differente dal pensare a Dio. Infatti, quando penso a qualcuno, quello è assente; quando invece parlo con qualcuno presente davanti a me, io allora non penso più a lui, ma stabilisco con lui una relazione. Questa non è necessariamente fatta di parole, ma anche solo di interiorità.
Tutto ciò si riassume nell’espressione: Tu sei con me!
Le tenebre non ti nascondono, le distanze non ti separano. Tu sei con me. Esco sulla via e cammini con me. Mi immergo nel lavoro, Tu rimani al mio fianco. Mentre dormo, vegli il mio sonno.
Non sei un sorvegliante che vigila, sei un Padre che assiste.
A volte mi viene voglia di gridare: “Mi sento solo, come un bambino pieno di paure!” Subito odo la Tua risposta: “Io sono con te, non avere paura!” In Te si alimentano le mie radici.
Mi stringi tra le Tue braccia. Col palmo della Tua mano copri la mia testa. Con la luce del Tuo sguardo mi penetri. I miei sentieri e la mia sorte sono più familiari a Te che a me. Quasi non ci posso credere, ma è vero: ovunque io vada, Tu sei con me.

Adorare…..
Adorare è essere presenti. Essere semplicemente presenti. Dire a Dio: “Eccomi!” Sono presente
E dire questa parola (sono presente) come un’offerta Presenza = prima parola dell’adorazione
Presenza a Dio. Presenza a sé. Presenza al mondo.
È prima di tutto riconoscimento di Dio creatore.
Lo spettacolo della creazione è il luogo privilegiato dell’adorazione.
Adorare è riconoscere l’attività dello Spirito nella creazione
Lo Spirito riempie l’universo e non si sa mai esattamente dove sia, come il vento… E’ dappertutto. E rifiuta di lasciarsi rinchiudere in questo o in quel luogo. Lo Spirito non agisce che nella libertà. Il lavoro che sta più a cuore alla Trinità è quello di liberarci. È per questo che Gesù ci presenta lo Spirito essenzialmente come liberatore: “…Lo Spirito vi renderà liberi….”
Liberi da ogni chiusura. Liberi da ogni ripiegamento sul passato.
Liberi da ogni attaccamento alla preghiera fatta solo di parole, che ci fa dimenticare lo Spirito. Vieni, Santo Spirito !

Scambio di amicizia

“Scambio di amicizia” è un espressione che presuppone uno stato interiore, un movimento reciproco di dare e ricevere.
È sulla parola scambio che bisogna porre l’accento.
Dove c’è “scambio con Dio”, c’è orazione; perché ci sia orazione deve esserci “scambio di amicizia”, e questo in qualsiasi tipo di orazione, dalla recitazione di una preghiera appresa a memoria, fino ai vertici dell’esperienza mistica.
Si tratta di uno scambio affettuoso: amiamo e ci sentiamo amati.
Stare, comunicare, sentirsi reciprocamente presenti: tutte queste parole esprimono approssimativamente quello che è l’essenza dell’orazione.
Potremmo parlare anche di uno scambio di sguardi. Santa Teresa, donna particolarmente sensibile, insiste tenacemente sul lato affettivo più che su quello discorsivo.
Dio è amore: ci ha creati per amore, si è rivelato per amore, lo scopo finale di tutti i Suoi interventi è solo quello di trasformarci nell’amore. In un incontro più o meno profondo, lo scambio di amicizia è una fusione dell’uomo in Dio. Meglio sarebbe invertire il concetto: Dio invade totalmente l’uomo. E quanto più l’uomo concede libertà a Dio nel suo territorio, tante più zone Dio abbraccia, tante più regioni conquista.
Con la sua concretezza femminile, Santa Teresa di Lisieux ci descrive l’incontro con queste parole: “Per me l’orazione è un impulso del cuore, un semplice sguardo diretto al cielo, un grido di gratitudine e di amore, tanto in mezzo alla tribolazione come in mezzo all’allegria. Infine, è qualcosa di grande, qualcosa di soprannaturale che mi dilata l’anima e mi unisce con Gesù”.
La parola più significativa per chiarire la sensazione dell’incontro è: intimità. L’intimità è l’incontro e al tempo stesso il risultato dell’incontro tra due interiorità. L’incontro presuppone un “clima di famiglia”.
Le Scritture spiegano questo clima con espressioni come: “… Venne ad abitare in mezzo a noi” (Giovanni 1,14); “…Prenderemo dimora presso di lui…” (Gv. 14,23), le quali evocano questa idea nelle varie sfumature di calore, gioia, fiducia, tenerezza, come a farci sentire partecipi di un focolare felice.

Chi sei Tu e chi sono io?

Abbiamo detto che l’incontro è uno scambio di amicizia con Dio.
Non servono strumenti o intermediari, come la parola e il dialogo, per unirsi a Dio; è un immergersi nelle acque profonde di Dio.
Non c’è rappresentazione di Dio, non è necessario rappresentarlo, perché Dio è qui, è con me. È una realtà che mi invade totalmente; è una Presenza affettuosa, familiare, amatissima, concreta.
San Giovanni della Croce ci descrive questo incontro profondo come una notte stellata, in cui la fede sorprende il figlio e lo conduce nelle braccia del Padre. Il figlio si installa nel cuore del Figlio e dal quell’osservatorio contempla il Padre.
Il Padre è un panorama infinito, senza muri né porte, illuminato notte e giorno dalla tenerezza. È un bosco infinito di braccia calde, invitanti all’abbraccio; è assente l’amarezza, vibra la dolcezza.Subito tutto si paralizza.
Non c’è nel mondo movimento così quieto e quiete così dinamica. Tutto è Amore. Tutto è Presenza. È un amore coinvolgente. È il Padre.

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