La visita che cambia la vita
Quando Dio bussa alla porta della nostra vita - Omelia nella XVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C (Gen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42)
Autore: Don Flavio Maganuco
Omelia – XVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C
Gen 18,1-10a; Col 1,24-28; Lc 10,38-42
Viviamo in un mondo in cui si viaggia “ad alta velocità”, gli impegni si accavallano gli uni sugli altri, ma, nonostante ciò, l’Estate “resiste” e resta ancora un tempo di pause. Di rallentamenti. Di ritorni. E meno male.
Si prova a fare quello che durante l’anno sfugge:
- sistemare una stanza,
- riprendere un libro o una serie televisiva lasciata a metà…
- ma soprattutto, incontrare qualcuno.
Un parente che non si vede da tempo, un amico con cui non si riesce mai a trovare il momento. Si va a trovare. O si viene trovati.
E certe visite lasciano il segno.
Quelle che forse ricordiamo di più, sono quelle che arrivano improvvise, che ci scombinano i piani, che ci mettono in agitazione… ma per qualche strana ragione, ci fanno bene. Riaprono qualcosa dentro.
È un po’ quello che è accaduto ad Abramo nel racconto che abbiamo ascoltato nella prima lettura: Abramo sta semplicemente seduto all’ingresso della tenda. Fa caldo. È il momento in cui non si fa nulla. E proprio lì compaiono tre uomini.
Lui non li conosce, ma li accoglie con premura, con un’attenzione che sembra esagerata. Forse perché ha imparato che ogni ospite, ogni volto, può portare con sé Dio.
- Lui prepara da mangiare,
- corre,
- serve,
come chi ha capito che l’incontro può essere più importante dei propri ritmi.
Ed è in quel movimento di accoglienza che Dio gli fa una promessa: “Avrai un figlio.”
Non è solo una buona notizia. È una speranza che viene messa nel cuore di chi non se l’aspettava più.
È così che Dio riaccende la vita: quando la nostra disponibilità si apre a una presenza che ci sorprende.
Questa è la speranza vera, quella che celebriamo in questo anno giubilare:
- non l’ottimismo ingenuo,
- ma la certezza che Dio può generare ancora vita,
- anche dove tutto sembra chiuso, vecchio, sterile,
- se ho il coraggio, nonostante tutto e tutti, di aprirGli il cuore.
Abramo non riceve solo un figlio. Riceve una visione nuova della sua storia. Una svolta inattesa, in un giorno qualunque.
E tutto comincia con un gesto semplice: far spazio all’altro.
Anche nel Vangelo c’è una casa, e una visita.
Gesù entra, e le due sorelle reagiscono in modo diverso:
- Marta si affanna.
- Maria si ferma.
Marta fa tutto quello che ci si aspetta.
Maria fa quello che spesso non ci si aspetta: sospende tutto per ascoltare.
Eppure, proprio questo gesto inatteso è il più decisivo.
“Maria ha scelto la parte migliore”, dice Gesù.
Non perché servire sia sbagliato. Ma perché, quando Dio parla, tutto il resto va lasciato. Nulla viene prima dell’ascolto del Maestro.
Quante volte anche noi siamo come Marta, anche nelle “faccende parrocchiali”? Facciamo mille cose, anche per amore.
- Prepariamo,
- organizziamo,
- ci agitiamo.
Come genitori che si fanno in quattro per i figli, ma che non riescono più a parlarsi.
Come figli che si prendono cura degli anziani, ma senza mai tempo per sedersi accanto a loro. Come comunità che prepara eventi, ma dimentica di custodire la fraternità, l’ascolto, il silenzio.
L’ascolto non è una passività. È un amore che si lascia toccare.
Maria in quel momento non fa nulla, ma c’è. C’è per Gesù. Ed è questo che conta.
È l’atteggiamento del discepolo:
- sapere che, prima di agire, bisogna lasciarsi guidare;
- prima di parlare, bisogna lasciarsi interpellare;
- prima di donarsi, bisogna ricevere il grande mistero che san Paolo ci dice essere “Cristo in voi, speranza della gloria.”
Non, dunque, un Dio lontano, non un ideale, ma il Cristo vivo, presente dentro la nostra umanità:
- nella nostra stanchezza,
- nelle nostre attese,
- perfino nei nostri dolori,
dove completiamo “nella carne quello che manca alle sofferenze di Cristo.” Certo, non è una frase leggera, questa di Paolo. Ma ci dice qualcosa di prezioso:
che possiamo scoprirci “visitati” da Dio anche quando pensiamo che sia assente o molto lontano. Nel dolore – che non va certo cercato, né idealizzato, o peggio, sacralizzato – ma che, se
impariamo a viverlo con Lui, può diventare anch’esso luogo di grazia.
Oggi, dunque, nell’Eucaristia che celebriamo,
qui dove il mistero non è solo simbolico,
qui dove non è solo un ricordo, ma si fa visibile,
si fa presenza reale, carne e sangue, offerta e promessa…
È qui che il Cristo in noi si fa concreto,
e qui che noi impariamo a vivere come discepoli veri:
- non solo servendo,
- ma prima di tutto ascoltando, adorando, accogliendo.
Allora, forse questa estate può essere anche per noi, come per Abramo, un tempo di visita.
Magari qualcuno busserà alla nostra porta.
O forse saremo noi a sentire il bisogno di andarlo a trovare.
Ma se impariamo ad abitare questi incontri con attenzione, con cura, con uno sguardo aperto… forse scopriremo che Dio continua a passare. E continua a promettere.
E se avremo il coraggio di sederci un po’, come Maria…
- di spegnere un attimo i telefoni,
- di fare silenzio tra mille rumori,
- di aprire il vangelo anche solo per qualche minuto al giorno,
se ci metteremo in ascolto di Gesù, scopriremo che la parte migliore non è quella che ci fa apparire, ma quella che ci trasforma.
Non è quella che ci fa correre, ma quella che ci radica.
E tutto il resto, davvero, verrà da sé.
Amen.
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