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L’amicizia e la scoperta di non essere soli

Meditazione per la sesta domenica di Pasqua

Autore: Padre Gaetano Piccolo

Amicizie vere e amicizie utili

Nonostante l’apparenza di uno sviluppo culturale e sociale, le nostre relazioni attestano inevitabilmente una struttura tribale dei nostri rapporti personali. Cerchiamo il nostro interesse, costruiamo contatti e amicizie in base a quello che ci possiamo guadagnare, tendiamo a costruire rapporti clientelari.
Del resto già Aristotele, parlando dell’amicizia, notava che per lo più le amicizie nascono da interesse reciproci, usiamo gli altri per i nostri scopi, ma questo tipo di amicizia non dura a lungo: termina quando l’altro non ci serve più. Molto più raramente, diceva Aristotele, l’amicizia si fonda sull’apprezzamento dell’altro per quello che è: proprio per questo si tratta, in questo caso, del solo tipo di amicizia che può attraversare il tempo.

Ogni amicizia è unica

L’amicizia è l’immagine di ogni tipo di relazione che noi stabiliamo. Ovviamente non avrebbe senso parlare di amicizie fotocopia, tutte uguali tra loro. Le amicizie sono diverse perché cambiano i termini della relazione, cioè le persone. Gesù stesso sceglie alcune persone affinché stiano con lui in modo più intimo. E tra questi ne sceglie tre che vivano con lui i momenti più intensi della sua missione. E addirittura sappiamo che c’è un discepolo amato che ha l’ardire e la confidenza di mettere il suo capo sul petto di Gesù per conoscere quello che gli sta più a cuore.

I confini della relazione

Le relazioni sono diverse perché hanno confini diversi. Sono proprio i confini che nello stesso tempo danno identità a una relazione e ci fanno però sentire anche la stretta della relazione. I confini possono essere avvertiti come pesanti ed è il motivo per cui a volte scegliamo di andarcene.
Proprio dopo aver proposto ai discepoli l’immagine della vite e dei tralci, cioè di una relazione vitale, Gesù parla ai discepoli dell’amicizia, parla della loro relazione: i tralci diventano gli amici. Anche questa relazione ha dei confini, che qui sono rappresentati dal comandamento dell’amore. Quel comandamento è il criterio per stare dentro la relazione o per verificare quanto sto dentro quella relazione.

Servo o amico?

Come in ogni relazione, anche in quella con Gesù, possiamo confondere la condizione di servo e quella dell’amico. Questa consapevolezza che Gesù invita a raggiungere nella relazione con lui è in realtà la domanda che vale per ogni tipo di relazione. Alcuni infatti passano la vita comportandosi da servi senza arrivare mai a vivere l’amore. Si può essere servi del potere, servi di un’istituzione, ma si può essere purtroppo servi anche del proprio partner, si può essere servi dentro una relazione mascherata da amicizia, si può essere servi di un contesto sociale.
Il servo infatti è colui che ha paura di perdere il posto di lavoro e perciò si lascia usare, servo cioè è chi ha paura di non essere amato e perciò si accontenta delle briciole della tavola del padrone. Il servo sta in una relazione con lo scopo di compiacere il padrone anche quando vorrebbe andarsene. Il servo vive nella paura di essere punito e non si sente mai libero nella relazione. Se riflettiamo bene, forse capiremo che anche noi rischiamo di vivere così le nostre relazioni, anche quelle più importanti, e addirittura possiamo stare nella relazione con il Signore da servi.

La vera amicizia

L’amico invece non ha orari di lavoro, sorprende. La presenza dell’amico è gratuita, non deve compiacere. Con l’amico si cammina insieme, ma senza essere obbligati. Si possono anche percorrere altre strade e poi ritrovarsi. Davanti all’amico non ho paura di essere giudicato né di essere visto come sono.
In uno dei più significativi racconti sull’amicizia, Narciso e Boccadoro di Herman Hesse, leggiamo così: «Narciso aveva guardato in fondo alla vita del suo amico, e né il suo amore né la sua stima per lui erano diminuiti».

Il modello dell’amore

Gesù indica nella sua amicizia con i discepoli il modello dell’amore, perché è una relazione nella quale si ama al punto da dare la vita per l’altro. In quali relazioni siamo disposti a fare questo? E se non siamo disposti ad arrivare a questo punto per nessuno vuol dire che non siamo mai arrivati ad amare!
Per fortuna Gesù pone l’accento sul come: amatevi come io vi ho amato. A ben pensare, quel come è l’ancora di salvezza delle nostre relazioni, perché di solito siamo tentati di misurare l’amore, di confrontarlo: tendiamo a cercare di pareggiare i conti, proviamo al più ad amare come ci ama l’altro, e in questo modo entriamo in una spirale distruttiva di confronto, di paragone, di ricatti. La misura dell’amore è invece fuori dalla relazione: entrambi dobbiamo guardare, ciascuno per sé, a come ama Gesù, cioè fino a dare la vita.

Annunciare il Vangelo

Questo modo di amarsi reciprocamente diventa il fondamento dell’annuncio del Vangelo: non solo le parole, ma prima di tutto il modo in cui ci amiamo. Nella vita, anche di coloro che sono coinvolti nell’annuncio del Vangelo, non conta tanto quello che diciamo, ma prima di tutto come lo viviamo. Ciò che evangelizza è prima di tutto la relazione, poi la parola. Ecco perché Gesù conclude ricordando ai discepoli di averli costituiti perché vadano e portino frutto. Forse anche noi dovremmo fare attenzione a come stiamo amando prima di preoccuparci di quello che stiamo dicendo.

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