L'attesa di squarcia la notte - XXII Domenica del tempo ordinario (Mt 25,1-13) Don Flavio Maganuco - SmartPray.mp4
Che cosa succede quando Cristo entra davvero nei nostri giorni
Autore: Don Flavio Maganuco
XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sap 6,12-16 Sal 62 1Ts 4,13-18 Mt 25,1-13
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,1-13
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose:
“In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
L’ATTESA DI CHI SQUARCIA LA NOTTE
Che cosa succede quando Cristo entra davvero nei nostri giorni
Il vangelo di questa domenica ci propone una parabola, ed è sempre bello quando ce n’è una, perché è un linguaggio che ancora incuriosisce, che ancora funziona. Una parabola ci permette di immedesimarci, di interrogarci, di farci qualche domanda, e quando questo accade è sempre una cosa buona. Quella di oggi è la parabola delle dieci vergini: cinque sagge e cinque no. E immagino che tutti, ascoltandola, ci siamo chiesti a quale categoria apparteniamo.
Ma che cos’è davvero la saggezza? La prima lettura che abbiamo ascoltato corregge subito un equivoco: la sapienza non è questione di intelligenza o di moralismo. La Bibbia dice che “la sapienza va in cerca di quanti sono degni di lei”, e si lascia trovare da chi la desidera. Le cinque sagge non sono semplicemente le “prime della classe” che hanno fatto i compiti giusti; sono quelle che hanno custodito il desiderio. Sapevano per chi stavano vegliando. Ma proviamo a partire da un’altra prospettiva, che ci accomuna tutti, sia che ci sentiamo saggi sia che ci sentiamo un po’ spenti: l’attesa. Perché tutte e dieci aspettano lo sposo. E aspettano così a lungo che alla fine, tutte, si addormentano. Non so a voi, ma a me questo particolare consola.
Nessuno viene rimproverato per essersi stancato di aspettare. Sappiamo cos’è un’attesa che non finisce: sono quelle notti in cui aspettiamo che passi qualcosa, una paura, una pena che non ci lascia, una notizia che non arriva, e dentro ci torna sempre la stessa domanda: fino a quando? E se questa volta non passa? È dentro questo buio che risuona la promessa della parabola: Colui che aspettiamo è Cristo, lo Sposo che viene a squarciare la notte con la sua presenza. Non è un soccorritore anonimo che ci allunga una mano e poi se ne va, è una Persona che viene ad abitarci dentro. E qui dobbiamo farci i conti per davvero. Viene da chiedersi: cosa succede quando arriva? Quando aspettiamo qualcuno per davvero, qualcuno di cui ci innamoriamo o a cui teniamo immensamente, sappiamo già che niente sarà più come prima. Pensiamo a quando aspettiamo un ospite importante: mettiamo in ordine la casa, ma mettiamo in ordine soprattutto noi stessi, perché sappiamo che non è più la nostra vita da soli, è la nostra vita con lui. Ecco allora cosa comporta scegliere Cristo come lo Sposo: lasciarlo entrare nei nostri giorni per stravolgerli.
Quando Qualcuno così entra nella tua vita, i tuoi giorni cambiano di segno, cambiano priorità, cambiano sapore. Altrimenti rischiamo di ridurlo a un distributore automatico di grazie: aspettiamo le sue cose, quelle che ci servono nei momenti di magra, vogliamo i suoi doni ma ci guardiamo bene dal fare spazio alla sua Persona. E questo, cari miei, sarebbe davvero “poco saggio”.Ma torniamo alla scena della parabola perchè è proprio sul tipo di relazione che abbiamo con lo Sposo, che si gioca quello che accade dopo . Le dieci ragazze sono lì, con le loro lampade, nel buio. Le cinque sagge hanno portato con sé anche dei piccoli vasi con un po’ d’olio di scorta, quasi senza pensarci, come si fa con le cose che sai che serviranno. Le altre no. E quando a mezzanotte si sente gridare: «Ecco lo sposo, andategli incontro!», le loro lampade cominciano a spegnersi. Provate a immaginare quel buio che si stringe. Si voltano verso le compagne: «Dateci un po’ del vostro olio».
E le sagge rispondono di no. A noi quella risposta pare dura, quasi cattiva, e forse ci è capitato di pensare che al loro posto quell’olio lo avremmo diviso. Eppure in quel no c’è qualcosa di vero. Don Fabio Rosini, in un suo libro, commentando proprio questo passo, lo chiama «santa avarizia»; Ci dice che ci sono cose che nessuno può vivere al posto di un altro, e il rapporto con il Signore è la prima di tutte. «Io non posso pregare al posto tuo, – dice Rosini – Non posso fare la carità per te, la devi fare tu, in prima persona». L’olio delle nostre lampade è fatto di questi piccoli momenti, quelli in cui ci siamo sentiti bene con Lui: una preghiera detta senza fretta, un silenzio, un gesto d’amore gratuito, una parola del Vangelo che ci ha toccato. Sono cose piccole, e proprio per questo sono le prime che si perdono. Basta una giornata troppo piena, un impegno in più, qualcosa che sembra più urgente, e quel vasetto resta vuoto sullo scaffale.
E non si può passare di mano come un bicchiere d’acqua, perché nessuno può averlo per noi. Per questo le sagge sono avare, ma di un’avarizia buona, quella di chi sa che certe cose, se le lasci andare, a mezzanotte non le ritrovi più. Allora la domanda diventa nostra, ciascuno per sé: qual è il mio vasetto d’olio? Che cosa non voglio mai mettere a rischio nella mia vita? Poi le ragazze stolte vanno a cercare l’olio, e quando tornano la porta è chiusa. Bussano, e una voce risponde: «Non vi conosco». Io, a questa frase, ci penso spesso, e vi dico sinceramente che mi fa paura, non mi vergogno a dirlo. Mi fa paura pensare che il Signore possa dirlo anche a me, dopo aver bussato, dopo tutto quello che ho cercato di essere. Che la vita mi abbia cambiato tanto da farmi sentire uno sconosciuto davanti a Lui. Ma pensiamo a quello che abbiamo cantato poco fa nel salmo: «O Dio, tu sei il mio Dio, di te ha sete l’anima mia». E più avanti: «Nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne».
Chi pensa a Lui nelle veglie della notte non è uno sconosciuto. Questa sete non è il prezzo per essere ammessi: è il segno che il legame c’è, che è stato Lui ad accenderlo e che continua a tenerlo vivo. E allora la paura di restare fuori è il modo in cui il nostro cuore dice, con tutta la sua forza, che vuole stare dentro; è il modo in cui Dio ci dice, con tutte le sue forze, che ci conosce e che ci vuole con Lui, alle nozze eterne. E ci saremo, insieme allo Sposo; è questa la nostra speranza. Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, ci assicura che saremo per sempre con il Signore, e ci chiede di consolarci a vicenda con queste parole. Facciamolo, allora: consoliamoci. E credendo che Lui viene, chiediamo al Signore che la nostra anima abbia sete di Lui anche nelle notti più lunghe; che custodisca in noi i piccoli vasi che ci ha dato, perché non ci manchi l’olio quando suonerà il grido; e che quando busseremo alla sua porta possiamo sentire la sua voce che ci chiama per nome. Amen.
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