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Lavorare bene, lavorare per amore - VI

Santificare il riposo

Autore: Javier López Díaz

«Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che Egli creando aveva fatto».
Queste parole della Genesi le troviamo riassunte un passo del libro dell’Esodo: «In sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo».
La dottrina della Chiesa ha applicato questi testi al dovere di riposare: «L’uomo deve imitare Dio sia lavorando come pure riposando, dato che Dio stesso ha voluto presentargli la propria opera creatrice sotto la forma del lavoro e del riposo » «Come Dio “cessò nel settimo giorno di ogni suo lavoro” (Gn 2, 2), così anche la vita dell’uomo è ritmata dal lavoro e dal riposo»Compete alla persona umana estendere l’opera creatrice mediante il suo lavoro , ma senza trascurare il riposo. Il settimo giorno, che Dio santifica, ha un profondo significato: da una parte, è un tempo appropriato per riconoscere Dio come autore e Signore di tutto il creato; dall’altra, è un anticipo del riposo e della gioia definitiva alla risurrezione, oltre che una necessità per continuare a lavorare.
Il messaggio di san Josemaría dà molto valore al lavoro, indicandone però i limiti. Non lo glorifica come se fosse il fine ultimo, e ancor meno presenta il successo professionale come un idolo al quale l’uomo deve sacrificare la vita. Il riposo non è una eventualità che si può anche sopprimere, ma un dovere della legge morale naturale e un precetto della Chiesa, stabilito come parte costitutiva della santificazione delle feste.
Chi trascorresse la vita immerso negli impegni di lavoro, come se tutto dipendesse unicamente da questo adempimento, «correrebbe il pericolo di dimenticare che Dio è il Creatore, dal quale dipende ogni cosa» . Il cristiano deve fare tutto per la gloria di Dio, e in questo “tutto” è da includere il riposo, che fa parte del cammino di santificazione. «Tutto è mezzo di santità: il lavoro e il riposo […]: dobbiamo amare e compiere la Volontà di Dio in tutto» .
Dio è un Padre che conosce perfettamente i suoi figli. Così come ci invita a collaborare con Lui nel perfezionamento della creazione mediante il lavoro, poi ci comanda di riposare per ricordarci che il lavoro non è il fine ultimo della nostra vita e per non farci dimenticare i nostri limiti, né la condizione fragile e delicata della nostra natura. La chiamata divina a lavorare include il dovere di interrompere il lavoro, l’obbligo del riposo. «L’alternanza di lavoro e riposo, propria della natura umana, è stata voluta da Dio stesso» .
Sovrastimare le proprie forze potrebbe dar luogo a danni per la salute fisica e psichica che Dio non vuole e che sarebbero di ostacolo nel servire gli altri. Il riposo – scrive san Giovanni Paolo II – «è cosa sacra, essendo per l’uomo la condizione per liberarsi dalla serie, a volte eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e prendere coscienza che tutto è opera di Dio».
In alcuni momenti, è vero, il Signore può chiedere sforzi che comportino un logoramento maggiore, però queste situazioni devono essere disciplinate nella direzione spirituale, perché solo così avremo la garanzia che è Dio che ce lo chiede e che non ci stiamo ingannando con motivi umani poco chiari. San Josemaría invitava a lavorare intensamente, combattendo la pigrizia e il disordine, ma
aggiungeva: «Come potrà l’asinello lavorare se non gli si dà da mangiare, se non può disporre di un po’ di tempo per ritemprare le forze…?» . «Mi sembra perciò opportuno tenere presente la convenienza del riposo. Se arrivasse una malattia, la riceveremmo con gioia, come venuta dalle mani di Dio; però non possiamo provocarla con la nostra imprudenza: siamo uomini e abbiamo bisogno di ritemprare le forze del nostro corpo» . La vita del Beato Álvaro del Portillo è uno straordinario esempio di questa disponibilità a lavorare con un eroico spirito di sacrificio e, nello stesso tempo, di docilità nel riposare quanto necessario. Il riposo non consiste nel semplice ozio, nel senso di mollezza. Non deve essere inteso negativamente, ma come un’attività positiva. «Il riposo non è non far niente: è distrarsi con delle attività che esigono meno sforzo» . Il riposo di Dio a conclusione della creazione non è inattività. Si legge nella Scrittura, nel contesto dell’opera creatrice, che Dio gioca col globo terrestre e che le sue delizie consistono nello stare con i figli degli uomini . Anche il riposo dell’uomo è un’attività ricreativa e non un semplice astenersi dal lavoro.
La ragion d’essere del riposo è il lavoro, non l’inverso. Si riposa per poi essere in grado di lavorare; non si lavora per poi riposare o per ottenere i mezzi economici che permettano di dedicarsi all’ozio. Conclusa la creazione, Dio riposò della sua opera, ma continuò a operare: «opera con la forza creatrice, sostenendo nell’esistenza il mondo che ha chiamato all’essere dal nulla, e opera con la forza salvifica nei cuori degli uomini, che sin dall’inizio ha destinato al riposo (Eb 4,1; 9-16) in unione con se stesso, nella casa del Padre (Gv 14, 2)»
.«Ho sempre inteso il riposo come un distogliersi dagli impegni quotidiani, mai come gior- no di ozio. Riposo significa riprendersi: rigenerare le forze, gli ideali, i progetti… In poche parole: cambiare occupazione, per ritornare poi – con nuovo brio – al lavoro consueto»
. San Josemaría ritiene che le distrazioni e il riposo siano «necessari quanto il lavoro alla vita di ciascuno» . Il riposo è positivamente materia di santificazione. Non è solamente una esigenza della santificazione delle feste, un non lavorare che permetta di dedicare tempo al culto divino, ma un’attività che deve essere santificata. Così come il cristiano deve “lavorare in Cristo” – vivere la vita di Cristo nel lavoro –, ugualmente deve “riposare in Cristo”. Questa espressione si può riferire al riposo eterno, ma si applica anche al riposo su questa terra. “Riposare in Cristo” significa, per un verso, abbandonare in Lui tutte le preoccupazioni, e questo è possibile in ogni momento, anche nel bel mezzo del lavoro . Per un altro verso, si può riferire ai tempi dedicati specificamente al riposo, e allora “riposare in Cristo” significa cercare in quei momenti l’unione con Lui, alla quale il Signore stesso invita quando dice agli Apostoli: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’» . Gesù voleva che i suoi riposassero con Lui, e «non rifiutava il riposo che gli amici gli offrivano» . L’unione con Cristo non deve conoscere pause: il riposo non è una parentesi nel rapporto con Lui.
In ambienti dove c’è una competitività esagerata che tende ad assorbire quasi tutto il tempo disponibile, è particolarmente importante non perdere la visione cristiana del riposo. In particolare, il riposo domenicale conferma «non solo il primato assoluto di Dio, ma anche il primato e la dignità della persona rispetto alle esigenze della vita sociale ed economica, anticipando in certo modo i “cieli nuovi” e la “terra nuova”, dove la liberazione dalla schiavitù dei bisogni sarà definitiva e totale. In breve, il giorno del Signore diventa così, nel modo più autentico, anche il giorno dell’uomo» .
Con la pienezza della Rivelazione, in Cristo, otteniamo una comprensione più piena del lavoro e del riposo, inseriti nella dimensione salvifica: il riposo come anticipo della Risurrezione illumina la fatica del lavoro come unione alla Croce di Cristo.
Come Croce e Risurrezione formano in Cristo una unità inseparabile, pur essendo due eventi storici successivi, analogamente, il lavoro e il riposo debbono integrarsi in una unità vitale. Per questo, al di là della successione temporale, del cambiamento di occupazione che comporta il riposo rispetto al lavoro, si lavora e si riposa nel Signore: si lavora e si riposa come figli di Dio.
Questa nuova prospettiva introduce il riposo nel proprio lavoro, considerandolo come un compito filiale, senza nulla togliere di ciò che ha in quanto a sforzo e fatica. Quel che rimane escluso è un altro genere di stanchezza ben diverso, che proviene dal cercare nel lavoro soprattutto l’affermazione personale e dal lavorare esclusivamente per motivi umani. Questo tipo di stanchezza Dio non lo vuole: «Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore».
«Riposate, figli, nella filiazione divina. Dio è un Padre, pieno di tenerezza, di infinito amore. Chiamatelo Padre molte volte, e ditegli – a tu per tu – che lo amate, che lo amate tantissimo: che sentite l’orgoglio e la forza di essere suoi figli» . Noi figli di Dio troviamo riposo nel filiale
abbandono, sapendo che dietro alle difficoltà e alle preoccupazioni proprie della nostra condizione terrena c’è un Padre eterno e onnipotente, che ci ama e ci sostiene.
Se sappiamo di essere figli di Dio – altri Cristo, lo stesso Cristo –, svolgeremo un lavoro più sacrificato e abnegato, nel quale si abbraccia la Croce quotidiana con l’amore dello Spirito Santo, per compiere la Volontà di Dio senza perdersi d’animo. Il senso della filiazione divina ci spinge a lavorare senza riposo, perché la stanchezza del lavoro diventa redentrice. Allora vale la pena impegnarsi con tutte le energie nel lavoro, perché non solo si stanno ottenendo frutti materiali ma si sta portando il mondo a Cristo.
Nell’episodio della Trasfigurazione si narra che «sei giorni dopo» aver annunciato la propria Passione e morte, «Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro». San Tommaso, commentando questo passo, fa un collegamento fra il “sei giorni dopo”, che il Signore scelse per manifestare ai suoi discepoli un anticipo della Risurrezione gloriosa, con il settimo giorno nel quale Dio riposò dall’opera creativa . I tre discepoli, ammirati della gloria del Signore, esprimono la gioia di contemplarlo e il desiderio di prolungare questo anticipo del Cielo: «è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende» . Ma non era ancora tempo che quel momento si perpetuasse. La gioia del Tabor, tuttavia, avrebbe dato loro la speranza per proseguire il cammino che, passando dalla Croce, conduce alla Risurrezione.
Santificare il riposo e specialmente il riposo domenicale – paradigma del riposo cristiano che celebra la Risurrezione del Signore – aiuta a scoprire il senso di eternità e contribuisce a rinnovare la speranza: «La domenica significa il giorno veramente unico che seguirà il tempo attuale, il giorno senza termine che non conoscerà né sera né mattino, il secolo imperituro che non potrà invecchiare; la domenica è il preannuncio incessante della vita senza fine, che rianima la speranza dei cristiani e li incoraggia nel loro cammino» .
I primi cristiani vivevano la loro fede in un ambiente edonista e pagano. Fin dal principio si erano resi conto che l’essere seguaci di Cristo non è compatibile con certe forme di riposo e di divertimento che disumanizzano o degradano. Sant’Agostino, in una omelia, si scagliava con parole energiche contro chi assisteva a spettacoli di questo tipo: «Rifiutati di andare, reprimendo nel tuo cuore la concupiscenza temporale, e conserva un atteggiamento forte e perseverante».
È necessario saper distinguere «tra i mezzi della cultura e i divertimenti che la società offre, quelli che si accordano meglio con una vita conforme ai precetti del Vangelo». E’ indispensabile una certa iniziativa, con coraggio e con un’autentica preoccupazione per il bene degli altri, per scegliere gli svaghi degni, che rispondano al senso cristiano del riposo. Anzitutto in casa propria: bisogna imparare a trascorrere bene il tempo in famiglia, superando la comodità e la tendenza a pensare solo a se stessi, preoccupandosi invece, attivamente, del riposo degli altri. Nelle famiglie che hanno figli piccoli si richiede non poca attenzione per scegliere nella televisione i programmi più convenienti da vedere insieme ai figli, senza scadere nella facile soluzione di lasciare i più giovani da soli di fronte al televisore o a navigare in internet. La famiglia dev’essere una scuola dove si impara a riposare pensando agli altri. Ma il focolare non è l’unico luogo per il riposo. Il Beato Álvaro, seguendo l’insegnamento di san Josemaría, considerava un’attività importante la creazione di luoghi «nei quali domini un tono cristiano nelle relazioni sociali, nei momenti di svago, nell’utilizzo del tempo libero» .
Il Concilio Vaticano II ha invitato tutti i cristiani a cooperare all’imponente lavoro diretto a ottenere che «le manifestazioni e le attività culturali collettive, proprie della nostra epoca, siano impregnate di spirito umano e cristiano» .
« Famiglia , lavoro, festa: tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico equilibrio ».
E’ un equilibrio armonico che vediamo in Gesù, Maria e Giuseppe. La vita familiare e il lavoro non impedivano loro di partecipare alle feste: «si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua». Anche questo è un modo di riposare, di coltivare i rapporti con gli amici, di conoscere altre famiglie e di dare un certo tono alla società. La Chiesa ha bisogno di persone che, con mentalità laicale, lavorino per una nuova evangelizzazione. «Urge ricristianizzare le feste e i costumi popolari. Urge evitare che gli spettacoli pubblici si trovino in questa alternativa: o insulsi o pagani. Chiedi al Signore che vi sia chi s’impegni in questo lavoro urgente che possiamo chiamare “apostolato del divertimento”».

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