10 minuti

Le ferite che aprono le porte alla pace - Seconda Domenica di Pasqua Anno A - (Gv 20,19-31)

Quando Gesù ti invita a toccare le sue piaghe... lascia che Lui tocchi le tue

Autore: Don Flavio Maganuco

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

At 2,42-47 Sal 117 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31

LE FERITE CHE APRONO LE PORTE ALLA PACE

Quando Gesù ti invita a toccare le sue piaghe… lascia che Lui tocchi le tue.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Abbiamo appena ascoltato la prima lettura, e forse qualcuno di voi ha pensato — anche solo per un momento — «che bello. Come vorrei che la mia parrocchia, che tutta la chiesa fosse davvero così, fosse sempre così.»

Ci viene presentata infatti una comunità che condivide tutto, che prega insieme, che cresce ogni giorno: Una famiglia allargata dove nessuno è lasciato solo, dove la gioia è comune e il dolore è portato insieme. È bello, è vero. Ed è normale desiderarlo.

Ma è anche normale — ed è altrettanto vero — che guardandoci intorno, e guardandoci dentro, quella comunità non la vediamo; almeno non sempre.

La vediamo a sprazzi. In certi momenti. In certe persone. E poi si chiude di nuovo qualcosa.

Forse la realtà che conosciamo assomiglia spesso a un’altra scena, quella del Vangelo di oggi: quel cenacolo chiuso a chiave, la sera di Pasqua. Porte sprangate. Persone che si vogliono bene, che hanno condiviso tre anni di vita insieme, ma che si sono chiuse in se stesse; Per paura. Per delusione. Per stanchezza. Magari per Rancore. Ci riconosciamo?

E quanto ci riconosciamo anche in Tommaso? Quante volte anche noi abbiamo chiuso una porta — dentro una relazione che ci ha deluso, dentro un’aspettativa tradita, dentro una fatica che non sappiamo più come spiegare? Quante volte abbiamo aspettato che l’altro cambiasse prima di ricominciare? Che facesse il primo passo. Che dimostrasse qualcosa. Nel matrimonio. In famiglia. Nella comunità. Persino con Dio.

«Prima voglio vedere che le cose sono cambiate. Poi ci credo. Poi mi fido di nuovo.»

Siamo così diversi da Tommaso?

Spesso lo trattiamo come il simbolo della fede mancata: “il discepolo che non credette”; Ma sforziamoci di guardarlo senza giudizio: Tommaso, in fondo, è qualcuno che aveva già creduto. Che aveva lasciato tutto. Che aveva seguito. E poi ha visto tutto crollare in una notte. Tommaso non è cattivo. Magari è fastidioso, ma lo è perchè ha già sofferto abbastanza, e non vuole soffrire ancora. Vuole garanzie. Vuole prove. Prima di riaprire quella porta, vuole essere sicuro.

Non è assenza di fede. È eccesso di ferite. Quante volte siamo stati noi così… ci chiudiamo non per mancanza di amore, ma perché abbiam già amato, e abbiamo già sofferto. E non vogliamo che accada ancora.

Gesù non rimprovera Tommaso. Non gli fa “una lavata di capo”. Non gli fa una lezione sulla fede. Entra (e le porte erano chiuse, anche quella sera) si ferma in mezzo a loro, e fa una cosa sola: gli mostra le mani e il fianco.

Non mostra la gloria. Non arriva con un corpo nuovo, senza segni, come se niente fosse accaduto. Non dice «guarda, è tutto risolto.» Mostra le ferite.
E sono proprio quelle ferite a convincere Tommaso. Non un miracolo nuovo. Non una prova di forza. Le ferite di quello che è già passato. Di quello che è stato attraversato. Gesù gli dice: «Tocca le mie ferite… e lascia che io tocchi le tue».

Anche Tommaso voleva le prove prima di credere. Gesù gliele mostra: ma sono ferite, non trofei. Fermiamoci un momento qui.

Perché questo cambia qualcosa di importante nel modo in cui concepiamo la fede, l’amore, la comunità.

La vittoria di Gesù non cancella le ferite. Le attraversa. E questo vuol dire che anche le nostre — nelle relazioni, nelle famiglie, dentro di noi — non sono necessariamente la prova che qualcosa è perduto per sempre. Possono diventare il luogo esatto in cui entra Gesù.

Gesù non entra nel cenacolo dopo che i discepoli hanno risolto i loro problemi. Non porta la pace come premio a chi ce l’ha fatta. Entra nel disordine. Nella paura. Nella delusione chiusa a chiave. E porta pace lì. Soffia lo Spirito lì. Consegna il perdono lì.

Non ci chiede di essere perfetti per ricevere questi doni. Ce li dà perché possiamo cominciare a camminare. Sono gli attrezzi, non il premio.

E allora la comunità degli Atti — quella che desideravamo all’inizio — non era il punto di partenza. Era il frutto. Il frutto di persone imperfette che avevano ricevuto qualcosa di straordinario e avevano cominciato, giorno per giorno, a usarlo.

Non ci viene chiesto di essere il miglior coniuge, il miglior genitore, il miglior cristiano — e poi, da quella perfezione, amare. Ci viene chiesto di amare con quello che abbiamo. Con le ferite che abbiamo. Perché dentro di noi c’è già — messo lì da Lui — tutto quello che serve per cominciare. La pace. Lo Spirito. La misericordia. La certezza che il bene è possibile.

Non dopo che l’altro è cambiato. Non quando finalmente le cose vanno meglio. Adesso. Quale ferita, nella tua vita, potrebbe diventare il luogo in cui riconoscere che Gesù

desidera entrare?

Buona domenica della Misericordia:

Lasciamoci toccare da Cristo, dalla sua parola, dall’Eucaristia, dal fratello; e quel tocco aprirà le porte per far entrare la gioia tanto desiderata.

Link alla fonte »