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L’eco nel cuore. Riconosci l’unica voce che non ti vuole rubare la vita

Omelia della IV Domenica di Pasqua - Anno A - (Gv 10,1-10)

Autore: Don Flavio Maganuco

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,1-10

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10

L’ECO NEL CUORE

Riconosci l’unica voce che non ti vuole rubare la vita

È la quarta domenica di Pasqua, quella che comunemente viene chiamata la domenica del “buon pastore”, caratteristica di Gesù che oggi attraversa tutte le letture. E in questa domenica particolare ci viene presentato un ulteriore significato della Pasqua, che, assieme a tutte gli altri già visti in precedenza, arricchisce questo tempo speciale che la Chiesa ci fa vivere. Se domenica scorsa ci siamo detti che Pasqua è “liberazione”, che è Cristo che spezza il pane e spezza le catene che opprimono gli occhi, oggi chiaramente le letture ci dicono che Pasqua è riconoscimento; un riconoscimento reciproco: lui ci chiama per nome, noi impariamo a riconoscere la sua voce.

Ma permettetemi di dire che la domanda di oggi non può essere semplicemente “se so riconoscere la voce di Gesù oppure no”?; nel contesto odierno in cui viviamo, il problema non è se sappiamo riconoscere o meno la sua voce, ma se sappiamo riconoscere in quella voce ciò che ci serve, ciò che ci dà la vita, ciò di cui ci possiamo fidare.

Sulla carta magari lo sappiamo, infatti, che possiamo fidarci di Gesù, ma quando ci troviamo a vivere momenti di sofferenza, di paura, di noia, di vuoto, di smarrimento — la pancia parla più forte della ragione. E la pancia ha fretta. Vuole sollievi immediati. Qualcuno che dica: so io come si fa, seguimi. E oggi, tra social, influencer, amici, gerarchie sociali, le voci non mancano affatto.

A volte sono voci che promettono di riempirti tutto — e invece ti svuotano di ogni cosa. A volte è la voce del lavoro, del successo, del desiderio di appartenere ad una realtà, dell’idea che se finalmente raggiungo quello che voglio, o se diventano quelo che vogliono gli altri, starò bene. A volte sono persino voci che ci raccontano una certa identità di Dio, costruita su misura, comoda, che non chiede nulla e sistema tutto.

Gesù ha una parola per queste voci: ladri. Li chiama così, senza attenuanti. E chi ha seguito certe strade e si è ritrovato svuotato ne capisce perché. Non si viene derubati con violenza. Si viene derubati con promesse che poi si rivelano bugie, delle vere e proprie truffe.

Peccato che poi facciamo i conti con la realtà, diversa da quelle promesse, e quando quella realtà ci viene messa davanti nuda e cruda, come i protagonisti della prima lettura, ci sentiamo trafiggere il cuore e ci chiediamo: “E ora che cosa facciamo?”

E Pietro dice a loro e scrive agli altri — quelli della seconda lettura — di tornare alla promessa di Dio, di tornare a fidarci delle promesse di Cristo; di riconoscere in quelle promesse ciò che alla fine ci dà davvero la vita.

C’è qualcosa infatti che Gesù dice, prima ancora di parlare di ladri e di briganti, che può spingerci in questa direzione; qualcosa di veramente incisivo:

“Il pastore chiama le sue pecore per nome.” Chiama noi, chiama te.

Ti chiama per nome. Con la tua storia, con le tue ferite, con le tue domande rimaste senza risposta. Una per una. E le pecore possono riconoscere la sua voce — tu puoi riconoscere quella voce — con una familiarità che viene da lontano, perché è scritta nel tuo cuore. Non è dottrina imparata a memoria. È piuttosto come un’eco che non si è del tutto spenta; una voce che i fondo sappiamo non esserci estranea.

Un estraneo — ci dice il Vangelo — le pecore non lo seguiranno, ma fuggiranno da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. Cioè: c’è una capacità di discernimento dentro di noi che ci aiuta a saper riconoscere la voce del Signore. È quella famosa “Nostalgia di Dio” che sentiamo nella liturgia; “perchè chiunque lo cerchi, lo possa trovare”. Anche dopo anni di rumore, quel dono non sparisce del tutto; aspetta solo di essere risvegliato.

Quella voce… la sai riconoscere ancora? Magari sì, magari fai fatica. Magari ci sono stati anni in cui ti sembrava impossibile sentirla. Ma anche in quei momenti — come ci ha detto il salmo più bello mai scritto sulla fiducia — anche nella tua “valle oscura” — che sia essa un lutto, un tradimento, un fallimento, una calunnia — in quella valle, puoi riconoscere quella voce. Quella voce che ti dice: “Vieni da me, passa da me; vuoi trovare vita? vuoi trovare gioia? vuoi trovare pace, riscatto, perdono, verità?; passa da me. Io sono la porta.”

La porta è il luogo dove si passa da un ambiente ad un altro, da uno smarrimento al pascolo, dalla solitudine alla casa. “Se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.”
Trovarai pascolo. Non risposte a tutte le domande. Non una vita senza inciampi. Non soluzioni veloci. Troverai nutrimento; qualcosa cioè che sostiene, che regge, che dà forza per camminare ancora.

Questa porta ha un nome concreto, qui, adesso. Si chiama Eucaristia. Ogni domenica ci viene offerto di passare attraverso quella porta. Il pane che spezziamo insieme porta il peso di questa settimana, le ferite di questo mese, la valle oscura degli anni più grigi. La prima comunità cristiana ci offre questa testimonianza; lo abbiamo sentito negli Atti: “Erano perseveranti nello spezzare il pane e nelle preghiere.” Erano persone che tornavano. Ogni volta. Perché avevano capito che quella porta andava attraversata di continuo.

Forse anche tu sei qui oggi per questo motivo. Forse ci sono domeniche in cui vieni e non senti niente. Forse ci sono stati periodi in cui hai cercato altrove e ti sei fatto male. Forse c’è qualcosa che porti dentro e che non sai ancora come portare a Lui. Ecco, la buona notizia oggi è che quella porta è aperta.

“Eravate erranti come pecore. — dice san Pietro — ma ora siete stati ricondotti al pastore e guardiano delle vostre anime.” Pietro non scrive a gente perfetta. Scrive ad una realtà che conosce l’errare dall’interno. Gente che sa cosa vuol dire seguire voci sbagliate, ritrovarsi lontani, portare graffi. E a quelle persone dice: siete stati ricondotti. Con tutta la strada fatta. Con tutto quello che avete vissuto.

La voce che ti ha chiamato per nome non ha smesso di farlo. Anche quando tu hai smesso di ascoltare. Anche nella valle più oscura.
Non sei una pecora smarrita; magari sei una pecora che ha dimenticato di riconoscere la voce del pastore. Ma quella voce non smette mai di chiamarti. Quella voce che ti chiama alla mensa Eucaristica, a cui noi tutti possiamo rispondere:

“Aiutami Signore a riconoscerti sempre, a riconoscere la tua voce in mezzo alle altre, a sentire tutto ciò che tu nutri per me, a seguire quella voce in mezzo alle altre, perché è l’unica che porta davvero alla vita.”

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