Maestro dove abiti?
Tratto da "Qualcosa di grande e che sia Amore" Parte I di III - L'incontro col Signore per conoscere la Sua chiamata
Autore: Autori Cristiani
Premessa :
In questo testo si affronta il tema della vocazione cristiana.
Come si scopre la propria vocazione? Come facciamo a capire qual è la nostra strada nella vita?
Il libro si divide in tre parti principali: la prima che riguarda l’incontro con il Signore, necessario affinché si possa conoscere la sua chiamata, la seconda che tratta del momento della scoperta della vocazione e la terza dedicata alla fedeltà alla vocazione ricevuta.
Indice dei capitoli:
Introduzione
I INCONTRO «Maestro, dove abiti?»
1. Gesù viene incontro a noi
2. Ciò che potrebbe essere la tua vita
3. Il nostro vero nome
II RISPOSTA «Che il Signore sia nel tuo cammino»
4. Come si scopre la vocazione
5. Perché la musica risuoni – La vocazione all’Opus Dei
6. Chi dà la vita per i propri amici – La vocazione al celibato
7. Rispondere all’amore – La vocazione al matrimonio
8. Madri e padri più che mai – la vocazione dei figli
9. Indovinerò? – Camminiamo accompagnati nella Chiesa
III FEDELTÀ «Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga»
10. Siamo apostoli
11. Camminare con Cristo verso la pienezza dell’amore
12. I frutti della fedeltà
Introduzione
Il Vangelo è pieno di incontri personali con Gesù: Giovanni e Andrea, Pietro, Maeo, Marta, Maria e Lazzaro, Nicodemo, la samaritana. Ques raccon sono molto più che un ricordo del passato; sono episodi di una storia che è ancora in ao, in pieno svolgimento, anche oggi. Benché possa sembrare difficile incontrare Gesù in mezzo alla frea e alla dispersione che ci avvolge, in realtà la sua chiamata connua a risuonare nel cuore dei giovani. Questo fa sì che nel profondo del loro cuore connuino a volere cose grandi. «Vogliono che l’ingiuszia venga arrestata. Vogliono che si superino le disuguaglianze e che tu abbiano la loro parte dei beni della terra. Vogliono
che gli oppressi oengano la libertà. Vogliono cose grandi. Vogliono cose buone» [1] . Proprio per questo noi crisani, in pieno XXI secolo, connuiamo ad annunciare che Dio s’interessa molto a noi: che ci vuole felici e che conta su di noi per fare del suo Amore la forza che muove il mondo.
«Chi sono io?» è una domanda importante; ma molto più importante, ci dice papa Francesco, è quest’altra: «Per
chi sono io?» [2] . La nostra identà affonda le sue radici in quello che abbiamo ricevuto, ma soprauo prende la forma dall’amore al quale dedichiamo la nostra vita. Amando Dio, lasciandoci amare da Lui, dando questo amore agli altri… scopriamo chi siamo. La serie di arcoli che sono sta raccol in questo libro vuol essere un aiuto per
fare questa scoperta. Con i primi discepoli di Gesù, con gli insegnamen del Papa, dei san, di san Josemaría [3] , possiamo approfondire questa realtà perenne: Dio ci chiama; «Egli ha un progeo per ognuno di noi: la santà»
[4]
.
Il libro è diviso in tre grandi par. La prima conene tre arcoli che presentano, in una prospeva ampia, la realtà della chiamata di Dio e dell’incontro con Lui. La seconda parte è più estesa: presenta diverse strade vocazionali e si sofferma su alcuni aspe del discernimento della propria vocazione. Infine, la terza parte è rivolta a persone che già da alcuni anni seguono il Signore; è un invito a contemplare, con memoria riconoscente, la bellezza di una vita al seguito di Cristo.
San Josemaría ricordava che, ad appena sedici anni, scoprì che il cuore gli chiedeva «qualcosa di grande e che fosse amore» [5] . Magari anche noi potessimo scoprire e riscoprire – perché l’amore è sempre giovane, sempre
sorprendente – qualcosa di grande e che sia amore !
Borja de León | Sacerdote, dottore in Filosofia. Lavora con le famiglie a Madrid, e si occupa della cura
pastorale di una scuola a Majadahonda.
I INCONTRO « Maestro, dove abiti? » 1. Gesù viene incontro a noi
«Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbi (che significa maestro), dove abi?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quaro del pomeriggio» (Gv 1, 35-39). I protagonis di questa scena del Vangelo doveero trasmeere il loro ricordo con grande emozione. Si traava del momento più importante della loro vita: il giorno in cui s’incontrarono, per la prima volta, con Gesù di Nazaret.
In realtà, incontrarsi con Cristo è l’esperienza decisiva per qualunque crisano. Benedeo XVI lo ha deo con forza all’inizio del suo ponficato: «All’inizio dell’essere crisano non c’è una decisione eca o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione
decisiva» [6] . È molto significavo che anche papa Francesco abbia voluto ricordarcelo fin dall’inizio: «Invito ogni crisano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo
o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta» [7] . In queste pagine vogliamo aderire a questo invito, seguendo le orme del più giovane fra gli apostoli: san Giovanni.
Chi è Gesù per me? Chi sono io per Gesù?
Il quarto Vangelo riassume in una bella frase l’identà del giovane Giovanni: egli era «il discepolo che Gesù amava». Con ciò, in realtà, era deo tuo: Giovanni era colui che Gesù amava. Con il trascorrere degli anni questa convinzione non si affievolirà, ma diventerà ancora più forte: «In questo sta l’amore: non siamo sta noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1 Gv 4, 10). Non c’è dubbio che questa sicurezza nell’amore che il Signore aveva per lui fu ciò che gli permise di conservare, sino alla fine dei suoi giorni, una gioia profonda e contagiosa. La stessa che si respira nel suo Vangelo. Tuo era cominciato quel giorno, sulle rive del Giordano.
E noi, siamo sta coinvol in un incontro altreanto familiare come quello del giovane apostolo? Anche se siamo crisani ormai da mol anni e passiamo tua la vita a pregare, è bene che ci soffermiamo un momento a pensare: «Per me, chi è Gesù? Che significato ha nella mia vita reale Gesù, adesso?». Faa questa considerazione, possiamo valutare com’è la nostra fede. «Ma prima di questa domanda, ce n’è un’altra in un certo senso più
importante, inseparabile e previa (…): Chi sono io per Gesù?» [8] .
Non è strano che, a questa domanda, resamo un po’ perplessi: Chi sono io per Gesù? Chi sono? Un fanciullino? Un prodoo dell’evoluzione? Uno dei tan esseri umani… che è tenuto ad adempiere i suoi comandamen? Come mi vede Gesù? Può chiarire le idee, in queste situazioni, guardare ai san? Quando una volta fecero una domanda simile a san Giovanni Paolo II, egli rispose: «Guarda, tu sei un pensiero di Dio, tu sei un bato del cuore di Dio. Affermare questo equivale a dire che tu hai un valore, in un certo senso, infinito, che con per Dio nella
tua irripebile individualità» [9] . Ciò che egli stesso aveva scoperto – ciò che hanno scoperto tu i san – è che per Dio siamo molto importan. Non siamo un fanciullino, un servo che è al mondo solo per fare quel che Egli vuole. Siamo dei veri amici. Tuo ciò che proviene da noi gl’importa, e per questo si preoccupa di noi e ci sta accanto nel corso di tua la nostra vita, anche se molte volte non ce ne accorgiamo.
Tuo questo non è un’esagerazione. Gesù stesso ha deo ai suoi apostoli: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici […]. Vi ho chiamato amici, perché tuo ciò che ho udito dal Padre l’ho fao conoscere a voi» ( Gv 15, 13-15). Sono parole auali: Gesù Cristo «è vivo e lo dice a voi,
adesso. Ascoltate questa voce con grande disponibilità; ha da dire ad ognuno qualcosa di personale» [10] . Chi sono, allora, io per Gesù? Sono suo amico, che egli ama con l’amore più grande; sono un bato del suo cuore. Questo sono io per Lui. Ed Egli, chi è per me?
Cerca Cristo!
Il 29 maggio 1933 un giovane studente di architeura andò per la prima volta a parlare con san Josemaría. Si chiamava Ricardo Fernández Vallespín . Mol anni dopo, ricordava: «Il Padre mi parlò delle cose dell’anima…; mi consigliò, mi incoraggiò a essere migliore… Ricordo perfeamente, con una memoria visiva, che prima di congedarmi, il Padre si alzò, si diresse alla libreria, prese un libro e sulla prima pagina scrisse, a mo’ di dedica,
queste tre frasi: “Cerca Cristo! Trova Cristo! Ama Cristo!”» [11] . In quella conversazione, anche san Josemaría volle soolineare la cosa più importante: l’incontro personale con il Signore.
L’apostolo Giovanni si mise a cercare Cristo, anche senza sapere esaamente chi cercava. Sì, sapeva di cercare qualcosa che gli riempisse il cuore. Aveva sete di una vita piena. Non gli sembrava sufficiente vivere per lavorare, per guadagnare denaro, per fare quello che fanno tu… senza vedere al di là del proprio naso. Aveva un cuore inquieto e voleva placarlo. Per questo era andato dietro al Basta. E fu proprio quando stava con lui che Gesù gli passò accanto. Il Basta gli disse: «Ecco l’Agnello di Dio!»; allora lui e il suo amico Andrea, «sentendolo parlare così, seguirono Gesù» ( Gv 1, 36-37). Che cosa possiamo fare noi per seguire i passi del giovane apostolo? Prima
di tuo, possiamo ascoltare il nostro cuore inquieto. Starlo a senre quando si mostra insoddisfao, quando non gli basta una vita mondana , quando desidera qualcosa di più delle cose e delle soddisfazioni terrene. Avviciniamoci a Gesù. In realtà, forse, in un certo senso, ci è stato più facile che a Giovanni. Molte persone ci hanno indicato dove trovare Gesù: «impariamo a invocare Dio nell’infanzia, dalle labbra dei genitori crisani;
successivamente, insegnan, amici, conoscen, ci hanno aiutato in mille modi a non perdere di vista Gesù» [12] . Perciò quello che ora possiamo fare è cercarlo: «Cercatelo con fame, cercatelo in voi stessi con tue le vostre forze. Se agite con tale impegno, oso garanrvi che lo avete già trovato, e che avete cominciato a frequentarlo e
ad amarlo, ad avere la vostra conversazione nei cieli» [13] . Trova Cristo!
Quando Giovanni e Andrea cominciarono a seguire Gesù quella prima volta, la situazione per loro dovee essere un po’ imbarazzante. Si erano messi in cammino dietro a quell’uomo, ma come abbordarlo? Non è normale fermare qualcuno e domandargli: «Sei tu l’Agnello di Dio?». Eppure, questo aveva deo il Basta e, in verità, era l’unica cosa che sapevano di Lui… Forse stavano meditando sul da farsi, quando Gesù stesso, «vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”» ( Gv 1, 38).
Il Signore si commuove davan ai cuori giovani, inquie. Proprio per questo, quando lo cerchiamo sinceramente, Egli si fa avan nella maniera più inaspeata. San Josemaría ricordò per tua la vita il suo primo incontro personale e inaspeato con Gesù. Allora egli era un adolescente, con un cuore che ribolliva di proge e di ideali. Dopo una forte nevicata che aveva ricoperto le strade della sua cià di uno spesso manto bianco, uscì di casa. Poco dopo scoprì, sorpreso, le orme di piedi scalzi sulla neve. Le orme lo condussero sino a un frate che stava andando verso il suo convento. La cosa lo impressionò profondamente. «Se altri fanno tan sacrifici per Dio e per
il prossimo – si disse –, io non sarò capace di offrirgli nulla?» [14] .
Quel giorno, come Giovanni e Andrea, il giovane Josemaría seguì i passi del Signore che si faceva presente, quella volta, con alcune orme sulla neve . Probabilmente anche molte altre persone videro le stesse orme, ma soltanto per quel giovane furono un segno inequivocabile che Gesù voleva entrare nella sua vita. Poi la sua reazione fu molto simile a quella di quei primi amici di Gesù. «Gli risposero: “Rabbi (che significa maestro), dove abi?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quaro del pomeriggio» ( Gv 1, 38-39).
Scoprire che qualcuno ci ama risveglia in noi uno straordinario desiderio di conoscerlo. Sapere che qualcuno ha avuto nei nostri confron un’aenzione da buon amico fa sì che ci venga voglia di conoscerlo. Scoprire che per qualcuno siamo importan, che qualcuno ci sta aspeando e che ha la risposta ai nostri aneli più profondi, ci induce a cercarlo. Mediante quelle orme Dio volle che san Josemaría si rendesse conto che «portava già dentro di
sé “una divina inquietudine”, che lo trasformò nel profondo, portandolo a una vita di pietà più intensa» [15] . Cercare Gesù e trovarlo è soltanto l’inizio. Potremo a parre da allora cominciare a traarlo come un amico. Faremo in modo di conoscerlo meglio, leggendo il Vangelo, avvicinandoci alla santa Messa, godendo della sua inmità nella Comunione, prendendoci cura di lui in coloro che più hanno bisogno. E cercheremo di farci conoscere, condividendo con il nostro Amico le nostre gioie e le nostre tristezze, i nostri proge e i nostri insuccessi. Dopotuo, infa, l’orazione è questo: «Un inmo rapporto di amicizia, un frequente traenimento a
tu per tu con Colui da cui sappiamo d’essere ama» [16] . Come Giovanni e Andrea, che trascorsero tua quella giornata con Gesù.
Ama Cristo!
Per il giovane Giovanni, il giorno in cui incontrò Gesù fu il giorno in cui la sua vita cambiò. Naturalmente aveva ancora molta strada davan a sé. Dalla pesca miracolosa ai viaggi con Gesù araverso la Palesna; dai suoi miracoli fino alla sua parola che riempiva il cuore di gioia, e fino ai suoi ges di affeo verso i mala, i poveri, i disprezza… Ma soprauo quei momen da solo con il Maestro. Il dialogo, cominciato un pomeriggio nei pressi del Giordano, sarebbe durato tua una vita.
Tu noi abbiamo esperienza di quanto un’amicizia ci cambia. Perciò è logico che i genitori siano interessa alle amicizie dei figli. Senza che ce ne rendiamo conto, il rapporto con i nostri amici ci trasforma, fino al punto di volere le stesse cose o di rifiutare le stesse cose. L’amicizia ci unisce a tal punto, che si può dire che gli amici
condividono «una stessa anima che sosene due corpi» [17] .
In tal senso, è assolutamente straordinaria la trasformazione del giovane apostolo. Egli e suo fratello Giacomo erano chiama «figli del tuono» ( Mc 3, 17), e alcune pagine parcolari dei Vangeli ci fanno capire che non si traava di un epiteto eccessivo. Per esempio, quella volta in cui alcuni samaritani si rifiutarono di ricevere Gesù e i suoi discepoli, i due fratelli si rivolsero al Maestro domandando: «vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» ( Lc 9, 54). Tuavia, a poco a poco, proprio man mano che andava crescendo l’amicizia con Lui, impararono ad amare come Gesù, a comprendere come Gesù, a perdonare come Gesù.
Lo stesso può succedere a ognuno di noi: trovare Gesù e stare con Lui ci indurrà a volerlo amare come Egli ama. Non deve sorprenderci che questo desiderio si diffonda nel nostro cuore: lasciamo che si colmi di gratudine, perché il Signore vuole confidare in noi per far presente il suo Amore nel mondo. È ciò che è successo a san Josemaría. Quelle orme sulla neve gli diedero la profonda sicurezza di avere una missione su questa terra: «Ho cominciato a presagire l’Amore, a rendermi conto che il cuore mi chiedeva qualcosa di grande e che fosse amore»
[18] . Cerchiamo di scoprire anche noi, dietro ques richiami del cuore, un’eco della parola di Gesù che molte volte leggiamo nel Vangelo: «Seguimi!».
Vivere con Cristo l’intera nostra vita
Geando lo sguardo indietro, Giovanni non avrebbe cambiato nulla pur di avere la possibilità di seguire Gesù. È così che Dio agisce in ogni persona: «L’amore generoso verso Gesù spinge a nobili azioni e smola il desiderio di una sempre maggior perfezione. L’amore tende all’alto, non sopporta di essere traenuto da alcuna delle
bassezze di quaggiù» [19] . È successo a Giovanni ciò che è successo a Pietro, a Giacomo, a Paolo…, a Barmeo, a Maria di Magdala e a tan altri da quando Gesù è venuto nel mondo. La presenza del Signore non è oggi meno reale di allora. Al contrario: Gesù è più presente, perché può vivere in ognuno di noi. Più che invitarci a condividere la missione che Egli ricevee da suo Padre, dunque, Gesù vuole amare araverso la nostra vita, all’interno di ciascuno: «Rimanete nel mio amore». ci dice ( Gv 15, 9), per riconciliare questo mondo con Lui, sostuire all’odio l’Amore, all’egoismo il servizio, al rancore il perdono.
Il giovane apostolo, che aveva scoperto l’Amore del Signore, gli restò accanto fin soo la Croce. Più tardi, insieme con gli altri apostoli, ricevee una missione che darà forma alla sua vita intera: «Andate in tuo il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» ( Mc 16, 15). Anche noi, se ascolamo il nostro cuore inquieto e cerchiamo Gesù, se lo troviamo e lo seguiamo, se siamo suoi amici, scopriremo che Egli fa affidamento su di noi. Ci proporrà di aiutarlo, ognuno a modo suo, nella Chiesa. Come un amico che, proprio perché ci ama, ci propone di associarci a un progeo entusiasmante. «Oggi Gesù, che è la via, chiama te, te, te a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tan altri. Lui, che è la
verità, invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai?» [20] . Borja Armada | Sacerdote. Ha lavorato con i giovani e le famiglie in Spagna e nei Paesi Balci. Oggi è il
cappellano del Collegio Orvalle de Las Rozas (Madrid).
2. Ciò che potrebbe essere la tua vita
La Mesopotamia ha visto nascere e scomparire alcune delle civiltà più anche del mondo: sumeri, arcadi, babilonesi, caldei… Anche se a scuola forse ne abbiamo studiate alcune, ci appaiono culture lontane che hanno poco in comune con noi. Tuavia, da questa zona è emerso un personaggio che fa parte della nostra famiglia. Si chiamava Abram, finché Dio non gli cambiò il nome in Abramo. La Bibbia lo pone circa 1850 anni prima della
venuta di Gesù Cristo sulla terra. Quaromila anni dopo, noi ci ricordiamo ancora di lui, quando nella santa Messa lo invochiamo come «nostro padre nella fede» [21] : egli ha dato origine alla nostra famiglia.
«Ti ho chiamato per nome»
Abramo è una delle prime persone che sono passate alla storia per aver risposto a una chiamata di Dio. Nel suo caso, si traò una richiesta molto singolare: «Vaene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io indicherò» ( Gn 12, 1). Dopo di lui vennero, tra gli altri, Mosè, Samuele, Elia e gli altri profe… Tu ascoltarono la voce di Dio, che in un modo o in un altro li invitava ad «andar via dal loro paese» e a cominciare una nuova vita in sua compagnia. Come ad Abramo, Dio promeeva loro che avrebbe fao grandi cose nella loro vita: «farò di te un grande popolo e benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione» ( Gn 12, 2). Inoltre, chiamò per nome ognuno di loro; per questo, insieme al ricordo delle azioni di Dio, l’Anco Testamento conserva i nomi di coloro che collaborarono con Lui. La leera agli Ebrei li elogia con entusiasmo (cfr. Eb 11, 1-40).
Quando Dio inviò suo Figlio nel mondo, i chiama non soltanto poterono ascoltare la voce di Dio, ma vedere anche un volto umano: Gesù di Nazaret. Anche loro furono chiama da Dio perché cominciassero una nuova vita, a lasciare nella storia una traccia incancellabile. Conosciamo i loro nomi – Maria Maddalena, Pietro, Giovanni, Andrea… – e li ricordiamo con gratudine.
E dopo? Potrebbe sembrare che con l’Ascensione di Gesù al cielo, Dio si sia rirato dalla storia. In realtà, la sua azione non solo connua ma è aumentata. Se nel suo passaggio sulla terra scelse soltanto pochi uomini, durante i successivi duemila anni Dio ha «cambiato i programmi» di milioni di uomini e di donne, aprendo loro orizzon che essi stessi non avrebbero potuto neppure immaginare. Conosciamo i nomi di mol di loro, che fanno parte dell’agiografia della Chiesa. Ed esiste una immensa moltudine di uomini e donne «di ogni nazione, razza, popolo
e lingua» ( Ap 7, 9), san sconosciu, che sono i veri «protagonis della storia» [22] .
Oggi, anche in questo stesso momento, Dio connua a cercare e a bussare alla porta di ognuno. A san Josemaría
piaceva tenere sempre presen queste parole di Isaia: «Ti ho riscaato, ho chiamato per nome: tu mi
appareni»! ( Is 43, 1). Quando le meditava, diceva che gli facevano «gustare la dolcezza del miele» [23] , perché gli permeevano di percepire fino a che punto egli era amato da Dio in un modo personalissimo, unico.
Anche a noi queste parole possono portare la dolcezza del miele , perché rivelano che la nostra vita è importante per Dio: Egli confida in tu, invita ciascuno di noi. Ogni crisano sogna che il suo nome sia scrio nel cuore di Dio. Ed è un sogno alla portata di tu.
«Conta le stelle, se riesci a contarle»
Può sembrare eccessivo considerare la nostra vita quasi in connuità con quella dei grandi san. Conosciamo
bene la nostra debolezza. È la stessa di Mosè, Geremia, Elia, ai quali non mancarono i momen difficili [24] . Isaia, per esempio, certe volte diceva a se stesso: «invano ho facato per nulla e invano ho consumato le mie forze…» ( Is 49, 4). È vero che a volte la vita si presenta così, come una cosa senza molto senso o interesse, per la facilità con cui vanno in fumo i nostri proge. La domanda « per che cosa voglio vivere» sembra naufragare dopo l’esperienza dell’insuccesso, della sofferenza e della morte.
Dio conosce perfeamente tua questa instabilità e la confusione nella quale ci può lasciare. Eppure, viene a cercarci. Perciò il profeta non si ferma a un grido di protesta, e riconosce la voce del Signore: «Io renderò luce delle nazioni perché por la mia salvezza fino all’estremità della terra» ( Is 49, 6). Siamo deboli, ma questa non è tua la verità sulla nostra vita. Scrive il Papa: «Riconosciamo la nostra fragilità ma lasciamo che Gesù la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e che può rendere
più buoni e felici quelli che lo accolgono» [25] .
La chiamata divina è una grande misericordia di Dio; segno che mi ama, che sono importante per Lui: «Dio conta su di te per quello che sei, non per ciò che hai: ai suoi occhi non vale proprio nulla il vesto che por o il cellulare
che usi; non gli importa se sei alla moda, gli impor tu, così come sei. Ai suoi occhi vali e il tuo valore è
inesmabile» [26] . Nel chiamarci, Dio ci libera perché ci permee di rifuggire da una vita banale , dedicata a piccole soddisfazioni che non sono capaci di colmare la nostra sete di amore. «Se ci decidiamo a rispondere al Signore: “la mia libertà è per te”, ci troviamo libera da tue le catene che ci tenevano lega a cose senza
importanza» [27] . Dio ra fuori la nostra libertà dalla meschinità, la apre alla vastà della storia del suo Amore verso gli uomini, nella quale tu noi siamo protagonis.
«La vocazione accende in noi una luce che ci fa riconoscere il senso della nostra esistenza. La vocazione ci convince, con la luminosità della fede, del perché della nostra realtà terrena. Tua la nostra vita, quella presente, quella passata e quella che verrà, acquista un nuovo rilievo, una profondità mai prima immaginata. Tu gli even e tue le circostanze occupano ora il loro vero posto: comprendiamo dove il Signore vuole condurci e ci senamo
come trascina da questa missione che Egli ci affida» [28] . Per chi ha ricevuto e accolto la chiamata di Dio, non esistono più azioni banali o di poco conto. Tue rimangono soo i rifleori della promessa : «farò di te un grande popolo» ( Gn 12, 2): con la tua vita farò grandi cose; lascerai traccia, sarai felice distribuendo felicità. «Quando Egli chiede qualcosa, in realtà sta offrendo un dono. Non siamo noi che gli facciamo un favore: è Dio che illumina
la nostra vita, riempiendola di significato» [29] .
D’altra parte, la luce della vocazione ci permee di capire che l’importanza della nostra vita non si misura in base alla grandezza umana dei proge che realizziamo. Soltanto pochi possono inserire i loro nomi tra i grandi della storia universale. Invece, la grandezza divina si misura ora dal suo rapporto con l’unico progeo veramente grande: la Redenzione. «Sicuramente le vicende decisive della storia del mondo sono state essenzialmente influenzate da anime sulle quali nulla dicono i libri di storia. Quali siano poi le anime alle quali dobbiamo essere gra per le vicende decisive della nostra vita personale, è una cosa che conosceremo soltanto il giorno in cui tuo
ciò che è nascosto sarà rivelato» [30] .
«La Redenzione si sta compiendo – adesso»! [31] . Come collaborare? In mille modi diversi, sapendo che Dio stesso ci va dando le luci per farci scoprire il modo concreto di collaborare con Lui. «Dio vuole che la libertà della persona intervenga non solo nella risposta, ma anche nella configurazione della vocazione stessa». E la risposta, pur connuando a essere libera, è mossa dalla grazia auale del Dio che chiama. Se ci meamo a camminare a parre dal luogo in cui ci troviamo, Dio ci aiuterà a vedere ciò che Egli ha sognato per la nostra vita: un sogno che «si va facendo» man mano che avanza, perché dipende anche dalla nostra iniziava e dalla nostra creavità. San Josemaría diceva che, qualsiasi cosa avessimo sognato, la realtà ci avrebbe dato di più, perché chi sogna veramente sogna con Dio. Così, Dio faceva sognare alla grande Abramo: «Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» ( Gn 15, 5).
Si è sempre in due
Dio entra nella vita di Abramo per rimanere con lui, per unirsi in qualche modo al suo desno: «Benedirò coloro che benediranno e coloro che malediranno maledirò e in te si diranno benedee tue le famiglie della terra» ( Gn 12, 3). La sua storia è quella di un «protagonismo condiviso». È la storia di Abramo e di Dio , di Dio e di
Abramo . Fino al punto che, a parre da allora, Dio si presenterà agli altri uomini come «il Dio di Abramo» [32] . La chiamata consiste, dunque, prima di tuo, nel vivere con Lui. Più che fare cose speciali, si traa di fare tuo
con Dio , «tuo per Amore!» [33] . La stessa cosa è successa ai primi: Gesù li ha scel, più che altro, perché «stessero con Lui»; soltanto in seguito l’evangelista aggiunge: «e anche per mandarli a predicare» ( Mc 3, 15). Anche noi, quando percepiamo la voce di Dio, non dobbiamo pensare a una sorta di «missione impossibile», difficilissima, che Egli ci impone da un lontanissimo cielo. Se è un’autenca chiamata di Dio, sarà un invito a entrare nella sua vita, nel suo progeo: una chiamata a rimanere nel suo Amore (cfr. Gv 15, 8). E così, dal cuore di Dio, da un’autenca amicizia con Gesù, potremo portare il suo amore al mondo intero. Egli vuole affidarsi a noi… stando con noi. O viceversa: Egli vuole stare con noi, affidandosi a noi.
Si comprende in tal modo come mai coloro che hanno sento la chiamata di Dio e l’hanno seguita, incoraggino coloro che cominciano ad udirla. Infa, in un primo momento, accade spesso che costoro si spavenno. È il more logico prodoo da ciò che è inaspeato, ignoto, da ciò che allarga gli orizzon, la realtà di Dio, che ci supera da ogni parte. Ma è una paura desnata a essere transitoria, perché è una reazione umana assai comune,
che non deve sorprenderci. Sarebbe sbagliato lasciarci paralizzare dalla paura: piuosto, bisogna affrontarla, avere il coraggio di analizzarla con calma. Le grandi decisioni della vita, i proge che hanno lasciato traccia, quasi sempre sono sta precedu da momen di paura, supera poi con una serena riflessione; e magari anche con una decisione audace.
San Giovanni Paolo II ha iniziato il suo ponficato con un invito che risuona ancora oggi: «Non abbiate paura!
Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» [34] . Benedeo XVI l’ha ripreso, non appena eleo; affermava che con queste parole «il Papa parlava a tu gli uomini, soprauo ai giovani». Poi si domandava: «Non abbiamo forse tu in qualche modo paura – se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui –, paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angusa e priva della libertà?» [35]
.
Così Benedeo XVI proseguiva: «E ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla – di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! Soltanto in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Soltanto in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della
condizione umana. Soltanto in quest’amicizia noi sperimenamo ciò che è bello e ciò che libera» [36] . E, unendosi alla raccomandazione di san Giovanni Paolo II, concludeva: «Vorrei […], a parre dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tuo. Chi si
dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita» [37] . Anche papa Francesco ce lo ha ricordato spesso: Egli « chiede di lasciare quello che appesansce il cuore , di svuotar di beni
per fare posto a Lui» [38] . Così faremo l’esperienza di tu i san: Dio non toglie nulla, ma riempie il nostro cuore di una pace e di una gioia che il mondo non può dare.
Per questa via, la paura cede subito il passo a una profonda gratudine: «Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia […]: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia» ( 1 Tm 1, 12-13). Il fao che tu noi abbiamo una vocazione dimostra che la misericordia di Dio non si ferma davan alla nostra debolezza e ai nostri pecca. Egli si pone davan a noi Miserando atque eligendo , come recita il moo episcopale di papa Francesco. Infa, per il Signore lo sceglierci e avere misericordia – non badare alla nostra pochezza – è una sola cosa.
Come Abramo, come san Paolo, come tu gli amici di Gesù, anche noi non soltanto siamo consapevoli di essere chiama e accol da Dio, ma siamo anche cer del suo aiuto : persuasi che «colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» ( Fil 1, 6). Sappiamo che le nostre difficoltà, benché a volte siano serie, non hanno l’ulma parola. San Josemaría lo ripeteva ai primi fedeli dell’Opus Dei: «Quando Dio Nostro Signore progea un’opera a favore degli uomini, pensa prima di ogni cosa alle persone
che deve ulizzare come strumen… e comunica loro le grazie convenien » [39] .
La chiamata di Dio, dunque, è un invito alla fiducia. Soltanto la fiducia ci permee di vivere senza essere schiavizza dal calcolo delle proprie forze, dai propri talen, aprendoci invece alla meraviglia di vivere anche delle forze dell’Altro, dei talen dell’Altro. Come nelle scalate delle grandi cime, è necessario fidarsi di chi ci precede, con il quale condividiamo perfino la stessa corda. Colui che sta davan a noi ci indica dove meere i piedi e ci aiuta nei momen in cui, se fossimo soli, ci faremmo dominare dal panico o dalle vergini. Andiamo avan, dunque, come in una scalata, ma con la differenza che ora la nostra fiducia non è riposta in uno come noi, e neppure nel migliore amico; ora la nostra fiducia è riposta in Dio stesso, che «rimane sempre fedele, perché non può rinnegare se stesso» ( 2 Tm 2, 13).
Traccerete voi la strada
«Abramo par, come gli aveva ordinato il Signore» ( Gn 12, 4). Così cominciò la tappa della sua vita che avrebbe segnato la sua esistenza per sempre. La sua fu, da allora, una vita guidata dalle successive chiamate di Dio: spostarsi da un luogo all’altro, allontanarsi da uomini malvagi, credere nella possibilità di avere un figlio, di averlo veramente e… essere disposto a sacrificarlo. In nessun momento Abramo fu costreo a rinunciare alla propria
libertà per connuare a dire di sì al Signore. Così, la vita di coloro che seguono Dio si caraerizza non soltanto per la vicinanza e la comunione con Dio, ma anche per una reale, piena e ininterroa libertà.
Rispondere affermavamente alla chiamata di Dio non soltanto conferisce alla nostra libertà un nuovo orizzonte,
un senso pieno – «qualcosa di grande e che sia amore» [40] , diceva san Josemaría -, ma ci costringe a meerla in gioco connuamente. La donazione a Dio non è come salire su una sorta di «nastro trasportatore», orientato e direo da altri, che ci porterà – senza che noi lo vogliamo – verso la fine dei nostri giorni; o come una strada ferrata, perfeamente tracciata, che si può consultare in ancipo e che non riserva nessuna sorpresa al viaggiatore.
Infa, nel corso della nostra vita scopriremo che la fedeltà alla prima chiamata richiede da parte nostra nuove decisioni, che a volte ci costano. E comprenderemo che la chiamata di Dio ci spinge a crescere ogni giorno di più nella nostra libertà personale. Infa, per volare in alto – caraerisca di qualsiasi cammino d’amore –, occorre avere le ali ripulite dal fango e una grande capacità di disporre della propria vita, spesso schiavizzata da tante sciocchezze. In poche parole, alla grandezza della chiamata di Dio deve corrispondere una libertà ugualmente grande, ampliata dalla corrispondenza alla Grazia e dalla crescita delle virtù, che ci fanno essere per davvero noi stessi.
Nei primi anni dell’Opera, ai giovani che si avvicinavano a lui, san Josemaría era solito ripetere che tuo era ancora da fare, anche la strada che dovevano percorrere. E che quella via, che il Signore indicava loro e che doveva araversare il mondo intero, l’avrebbero tracciata loro. «Non ci sono vie tracciate per voi… Le traccerete –
diceva loro –, araverso le montagne, con il baere dei vostri passi» [41] . Rivelava così il caraere aperto che ha ogni vocazione e che è necessario scoprire e assecondare.
Ora come allora, rispondere alla chiamata di Dio vuol dire, in qualche modo, farsi strada con i propri passi. Dio non ci fa conoscere mai un progeo perfeamente definito. Non l’ha fao con Abramo, né con Mosè. Non l’ha fao con gli apostoli. Poco prima di ascendere ai cieli disse loro solamente: «Andate in tuo il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16 , 15). Come? Dove? Con quali mezzi? Tuo sarebbe stato precisato un po’ per volta. Come nel nostro caso: la via si andrà delineando nel corso della vita e si realizzerà grazie all’alleanza meravigliosa fra la Grazia di Dio e la nostra libertà personale. Per tua la vita la vocazione è «la storia di un dialogo ineffabile tra Dio e l’uomo, tra l’amore di Dio che chiama e la libertà dell’uomo che risponde a Dio
nell’amore» [42] . La nostra storia sarà un intrecciarsi del nostro aento ascolto delle ispirazioni divine e la nostra creavità nel portarle a buon fine nel miglior modo a noi possibile.
La Vergine Maria, un esempio per tu noi con il suo «sì» a Nazaret, lo è anche per il suo ascolto connuo e per l’obbedienza alla Volontà di Dio durante tua la vita, che è stata anche segnata dal chiaroscuro della fede. «Maria serbava tue queste cose meditandole nel suo cuore» ( Lc 2, 19). Accanto a suo Figlio, nostra Madre è andata scoprendo passo dopo passo ciò che Dio voleva da Lei. Per questo la chiamiamo anche perfea discepola di Cristo. A Lei ci affidiamo, affinché sia la stella che guida sempre i nostri passi.
Nicolás Álvarez de las Asturias | Sacerdote. Il suo lavoro pastorale si svolge principalmente con i giovani di una parrocchia di Madrid. Inoltre è docente di Dirio Canonico nell’Università di san Damaso (Madrid).
3. Il nostro vero nome
Il primo libro della Bibbia inizia presentando Dio creatore, che fa sorgere le cose dal nulla con la sua parola: «Sia la luce […]. Sia il firmamento […]. La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da fruo […]. La terra produca esseri viven secondo la loro specie: besame, reli e bese selvache secondo la loro specie […]» ( Gn 1, 1-24). Quando arriva il momento di chiamare all’esistenza l’essere umano, invece, accade qualcosa di
diverso. Dio non lo crea «secondo la sua specie», o secondo quello che è, ma gli dà un nome: lo chiama personalmente all’esistenza, gli dà del tu.
Se da questo preciso momento del racconto della creazione passiamo all’ulmo libro della Bibbia, ci imbaamo in una cosa sorprendente: quel nome, che Dio ci dà nel crearci, lo riceveremo nuovamente alla fine della nostra storia. «Al vincitore – promee il Signore nell’Apocalisse – darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scrio un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve» ( Ap 2, 17). Dunque, riceviamo un nome quando nasciamo, ma ce lo daranno di nuovo alla fine della nostra vita sulla terra. Come intendere questo? Ci troviamo davan al mistero della vocazione; un mistero personale che si chiarisce man mano che procediamo nel nostro cammino verso la vera vita.
Esseri liberi e incompiuti
Una rosa, una quercia, un cavallo non debbono prendere nessuna decisione per essere ciò che sono; semplicemente, esistono. Crescono, si sviluppano, e alla fine scompaiono. Con la persona umana, invece, non accade lo stesso.
Man mano che cresciamo, e in modo parcolare durante l’adolescenza, ci rendiamo conto di non poter essere «uno dei tan». Per qualche movo siamo convin di dover essere un unicum , con nome e cognome, diverso, irripebile. Ci rendiamo conto di essere nel mondo per qualcosa e che con la nostra vita possiamo fare di questo mondo un luogo migliore. Non ci basta sapere che siamo, o come sono le cose, ma ci senamo spin a sognare chi vogliamo essere e come vorremmo che fosse il mondo in cui viviamo.
C’è chi considera questo una ingenuità, una mancanza di realismo che prima o poi è necessario superare. Eppure la tendenza a sognare fa davvero parte di ciò che di più alto possediamo. Per un crisano il desiderio di essere qualcuno, con nome e cognome, dimostra il modo in cui Dio ha voluto crearci: come esseri irripebili. A questo disegno d’amore risponde la nostra capacità di sognare. Egli fece il mondo e lo lasciò nelle mani dell’essere umano «perché lo colvasse e lo custodisse» ( Gn 2, 15). Volle confidare nel nostro lavoro per custodire questo mondo e per farlo risplendere in tua la sua bellezza, affinché lo amassimo «appassionatamente», come era solito dire san
Josemaría [43] .
Lo stesso fa Dio quando ci regala il dono della vita: ci invita a perfezionare la nostra personalità, lasciandola nelle nostre mani. Per questo aspea che meamo in gioco la nostra libertà, la nostra iniziava, tue le nostre capacità. «Dio vuole qualcosa da te, Dio aspea te – dice ai giovani e a tu Papa Francesco –. […] Ti sta invitando a sognare, vuole far vedere che il mondo con te può essere diverso. È così: se tu non ci me il meglio di te, il
mondo non sarà diverso. È una sfida» [44] . Ti chiama con il tuo nome
Simone era andato con suo fratello Andrea ad ascoltare il Basta. Era un viaggio lungo, dalla Galilea alla Giudea, però l’occasione lo meritava. Qualcosa di grande probabilmente stava per succedere, perché era ormai da mol secoli che Dio non inviava profe al suo popolo… e Giovanni sembrava davvero uno di loro. Mentre si trova sulle rive del Giordano, Andrea incontra Gesù e passa con lui tuo un pomeriggio conversando. Quando ritorna da suo fratello Simone, gli dice: «Abbiamo trovato il Messia». E, subito, «lo condusse da Gesù» ( Gv 1, 41-42). Chi sa che cosa avrà pensato Simone mentre camminava? Era possibile che il Messia, l’inviato di Dio, fosse arrivato? Era possibile che il mondo nel quale vivevano stesse per cambiare, come annunciavano le Scriure? Arrivato davan al Maestro, «Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)» ( Gv 1, 42). Prima di cambiare il mondo, doveva cambiare la propria vita.
Come appare dai Vangeli, la vita di Simon Pietro è una connua scoperta della vera identà di Gesù e della missione che gli affida. Poco dopo essere torna in Galilea, dopo quei giorni con il Basta, Gesù appare accanto alla sua barca e gli chiede di meerla in acqua per predicare da lì. Pietro dovee acconsenre piuosto di malavoglia, perché si era dato da fare tua la noe e non aveva pescato nulla. Quando ebbe finito di parlare alla folla, Gesù gli fa una nuova richiesta: «Prendi il largo e calate le re per la pesca» ( Lc 5, 4). Sembra una pazzia: hanno tentato di pescare per ore, senza successo… e tu sanno che alla luce piena del giorno i pesci non entrano
nella rete… Tuavia Pietro obbedisce e vede che le sue re si riempiono di pesci! Chi è quell’uomo che è entrato nella sua barca? «Al vedere questo, Simon Pietro si geò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Signore, allontana da me che sono un peccatore» ( Lc 5, 8). Ma il Maestro gli rispose: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» ( Lc 5, 10).
Chi è Simone? Un pescatore della Galilea? Tu i suoi antena lo erano sta. E lui stesso pracava da anni questo mesere e pensava di essere proprio questo : un pescatore che conosceva perfeamente il suo lavoro. Ma Gesù gea nella sua vita una luce inaspeata. La vicinanza con il Signore lo ha costreo a rendersi conto di essere un peccatore. Però, un peccatore di cui Dio si è fidato e su cui vuole contare. A questa chiamata divina Pietro e suo fratello, «rate le barche a terra, lasciarono tuo e lo seguirono» ( Lc 5, 11). Benedeo XVI faceva questa considerazione: «Pietro non poteva ancora immaginare che un giorno sarebbe arrivato a Roma e sarebbe stato qui “pescatore di uomini” per il Signore. Egli accea questa chiamata sorprendente di lasciarsi coinvolgere in questa grande avventura: è generoso, si riconosce limitato, ma crede in colui che lo chiama e insegue il sogno del
suo cuore. Dice di sì, un sì coraggioso e generoso, e diventa discepolo di Gesù» [45] .
Più avan il Signore preciserà un po’ meglio la missione che darà un indirizzo alla sua vita: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» ( Mt 16, 18). Il progeo di Dio per noi, la sua chiamata a condividere la nostra esistenza con Lui, ha una forza pari a quella della creazione. Se l’uomo è creato mediante una chiamata personale, anche ogni chiamata personale di Dio ha in certo qual modo un potere creatore, trasformatore della realtà. Si traa di qualcosa talmente radicale che per noi ha il significato di ricevere un nome nuovo , una vita nuova. Chi si ricorda oggi di un pescatore vissuto 2.000 anni fa sulle rive di un lago del medio oriente? Viceversa, quan di noi veneriamo Pietro, apostolo e «fondamento
visibile della sua Chiesa» [46] . Il tesoro nascosto
La missione che Gesù ci propone può cambiare la nostra vita: può riempirla di luce. Per questo, l’idea ”può darsi che Dio mi sa chiamando” appare molto alleante. Ma nello stesso tempo c’è una cosa che ci preoccupa profondamente: ci sembra che, se questa chiamata c’è, se Dio conta su di noi, perderemo la nostra libertà. Non potremo più scegliere un’altra strada! Potrà avvenire soltanto quello che Egli vorrà!
Rifleere sul percorso di Pietro può aiutarci. Quando si decise ad abbandonare ciò che aveva per seguire Gesù, perse forse la sua libertà? Non fu invece questa la decisione più libera e liberatrice della sua vita? Alcune volte ci sembra che la libertà significhi anzituo poter scegliere, senza che niente ci influenzi. Tuavia, ridoa a questo, la libertà si limita a scelte precise, che riescono a mala pena a illuminare alcuni istan: scegliere se voglio mangiare hamburger o pollo, se voglio giocare a calcio o a pallacanestro, se voglio ascoltare questa o quella canzone.
Esiste, tuavia, un altro po di scelta che può geare una luce completamente nuova sulla nostra vita; renderla più felice, più libera: sono momen nei quali meamo in gioco la vita interamente; decidiamo chi vogliamo essere. Qui la libertà si mostra nella sua più autenca ampiezza, nella sua capacità di liberare . Non siamo più alle prese con decisioni precise, ma con decisioni esistenziali. Come quando uno decide di sposarsi con una persona che considera il più grande tesoro del mondo. O, in modo simile, come quando una persona giovane decide di diventare medico, sapendo che questo comporterà per lui una serie di impegni e di sacrifici non piccoli. Uno si dona a una persona o abbraccia una missione, rinunciando a tuo il resto. Naturalmente questo condizionerà le sue scelte future; eppure, non considera questo passo come una rinuncia, ma come la scommessa per un amore o per un progeo che riempirà la sua vita. E così, con il tempo, il suo nome non sarà più soltanto quello che aveva dopo il baesimo: ora sarà anche «il marito o la moglie di…», o «il door…». Il suo nome, la sua identà, prende forma; la sua vita va acquistando un senso, una direzione.
Gesù si presenta a noi proprio con una scelta di questo po. Egli ci ha creato con alcuni doni, con alcune qualità che ci fanno essere in un modo o in un altro. Più tardi, nel corso della nostra vita, ci fa scoprire un tesoro, una missione che sta quasi nascosta nel nostro inmo. «Il Regno dei Cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tu i suoi averi e compra quel campo» ( Mt 13, 44). In realtà, il tesoro è Egli stesso – il suo Amore incondizionato –; e la missione è la stessa che Egli ha ricevuto dal Padre. Se l’ho scoperto, non ho più bisogno di cercarlo. Posso abbracciarlo con la mia intera vita e permeere che Egli dia forma a tua la mia esistenza. Come Pietro, apostolo, Pietra sulla quale si fonda la Chiesa;
come Paolo, apostolo delle gen; come Maria, la schiava del Signore, la Madre del Salvatore.
Abbracciare questo compito – che in realtà equivale ad abbracciare Gesù e seguirlo – ci induce a lasciare tuo il resto. Nulla, infa, può liberarci tanto quanto la verità intorno a noi stessi: veritas liberabit vos ( Gv 8, 32). Così, come san Paolo, potremo affermare: «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a movo di Cristo. Anzi, tuo ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tue queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» ( Fil 3, 7-9) e vivere in Lui.
Forse ci lascia un po’ disorienta scoprire la vicinanza di Gesù, il fao che voglia contare su di noi. D’altra parte, se ci fermiamo a rifleere su questo punto, vediamo che quello che ci chiede coincide perfeamente con ciò che siamo, con le nostre qualità e con quel che abbiamo vissuto… Sembra che siamo na per questo . Il nome nuovo
si presenta allora come qualcosa che era già lì, fin dalla creazione del mondo… Dio ci ha fa per questo. E tuavia, forse ci sembra troppo. «Questo tesoro, questa missione… per me? Veramente Dio è venuto e ha fao aenzione a me ?».
Mettere in gioco tutti i miei doni e le mie qualità
Dio non ci chiama soltanto in un determinato momento della nostra vita: lo fa connuamente. Nello stesso modo, la nostra risposta si prolunga durante tua la nostra esistenza al ritmo delle chiamate ad amare ogni giorno in un modo rinnovato. «Da quando gli hai deo “sì”, il tempo sta cambiando il colore dell’orizzonte – ogni giorno, più
bello – che risplende più ampio e luminoso. Ma devi connuare a dire “sì”» [47] .
San Pietro disse “sì” al Signore molte volte. Come quella volta in cui tu quelli che avevano seguito il Maestro se ne andarono scandalizza sentendolo parlare del Pane di Vita (cfr. Gv 6, 60-71), o quando Gesù insistee a lavargli i piedi, benché a lui sembrasse assurdo (cfr. Gv 13, 6-10). Pietro rimase accanto a Gesù, confessando ancora una volta la propria fede. Tuavia l’apostolo non aveva capito del tuo la logica del Signore. Connuava a sognare una manifestazione gloriosa del Signore, che lo avrebbe immediatamente fao potente, trionfatore, famoso nel mondo intero. Ebbe bisogno di alcuni anni per scoprire che non era questo il modo di agire di Dio. Dovee provare la tristezza di rinnegare Gesù tre volte, tradendolo. Dovee fare i con con la propria debolezza. Tuavia alla fine comprese, perché non aveva mai smesso di guardare Gesù. «Il Signore conver Pietro – che lo
aveva rinnegato tre volte – senza nemmeno rivolgergli un rimprovero: con uno sguardo di Amore» [48] . Infa, alla fine, la vocazione è un invito a guardare Gesù, a lasciarsi guardare da Lui, a condividere la sua vita, a tentare di imitarla. Fino alla donazione, piena d’amore, della propria vita.
La chiamata di Pietro assunse la sua forma definiva quel giorno, in riva al mare di Galilea, nel suo incontro da solo con Gesù risuscitato. Poté chiedergli perdono…, ricordarsi di quanto lo amava con le sue povere forze; e dirglielo di nuovo. Il Maestro rispose: «Pasci le mie pecorelle» ( Gv 21, 17); poi aggiunse: «Seguimi» ( Gv 21, 19). Con questo era deo tuo, perché Pietro aveva scoperto ormai che seguire Gesù è amare fino all’estremo, in un cammino meraviglioso di donazione e di servizio a tu: un cammino, non una meta. Il medesimo cammino che dobbiamo percorrere ogni giorno della nostra vita, tenu per mano da Gesù.
Una vita piena
Pietro morì marre a Roma. La tradizione colloca il luogo del marrio, per crocifissione, sulla collina vacana. Quando conobbe la sentenza , probabilmente avrà ripercorso mentalmente tua la sua vita. La sua gioventù, il suo caraere forte e deciso, il suo lavoro nel mare di Galilea. L’incontro con Gesù, e, da quel momento, quante cose belle! Gioie e dolori. Le tante persone che avevano araversato la sua vita. Tanto amore. Sì, la sua vita era molto cambiata. Ne era valsa la pena.
Quando conobbe Simone, sulle rive del Giordano, il Signore non vedeva soltanto un uomo già fao, con certe caraerische. Vedeva in lui Pietro: la Pietra sulla quale avrebbe edificato la sua Chiesa. Quando guarda noi, vede tuo il bene che faremo nella nostra vita. Vede i nostri talen, il nostro mondo, la nostra storia, e ci propone di aiutarlo, piccoli come siamo. Non ci chiede di fare cose impossibili, ma semplicemente di seguirlo.
Noi siamo come siamo, né più né meno, e questo modo di essere ci rende idonei a seguire il Signore e servirlo nella Chiesa. Con il suo aiuto, siamo chiama a trovare il modo migliore di farlo. Ciascuno secondo il modo che Dio ha pensato per lui: «Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserci secondo la misura della fede; chi ha un ministero aenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia» ( Rm 12, 6-8).
Pietro rinunciò a essere il pescatore di Betsaida tanto sicuro di sé, e così Dio poté farlo, con Cristo, mediatore tra la terra e il Cielo. La sua storia si è ripetuta molte volte nel corso dei secoli. Anche oggi. I primi giovani che fecero parte dell’Opus Dei misero i propri talen nelle mani di Dio e produssero un fruo che essi non avrebbero potuto immaginare. È ciò che san Josemaría assicurava: «Sognate e la realtà supererà i vostri sogni». O come il Papa
diceva ai giovani a conclusione di una veglia di preghiera: «Il Signore benedica i vostri sogni» [49] .
La chiamata di Gesù ra fuori il meglio da tu noi, per meerlo a servizio degli altri, per portarlo a pienezza. È ciò che vediamo in Pietro. E noi, che abbiamo scoperto quanto Egli ci ama e che conta su di noi, vogliamo essere aen alla sua chiamata: oggi, e ogni giorno della nostra vita. E così, quando lo incontreremo, ci darà «una pietruzza bianca sulla quale sta scrio un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve» (Ap 2, 17): riconosceremo… il nostro vero nome.
Lucas Buch | Sacerdote. Ha lavorato a Roma, Madrid e Pamplona con studen e giovani coppie. Oggi è professore all’Università di Navarra e cappellano del Collegio Maggiore Olabidea.