20 minuti

Meditazioni in preparazione all'Epifania

Siamo veramente figli di Dio

Autore: Autori Cristiani

 


Siamo veramente figli di Dio

Nella liturgia della parola, in questi primi giorni del nuovo anno, leggiamo la prima lettera dell’apostolo Giovanni, scritta a Efeso al ritorno dal suo esilio a Patmos. L’argomento centrale della lettera, sul quale san Giovanni ritorna ripetutamente, è la comunione del cristiano con Dio, che avviene attraverso la fede in Gesù Cristo e la carità fraterna.

«Dio è amore», dice varie volte l’apostolo nella lettera. Afferma anche che Dio è l’origine di tutto ciò che esiste e che il cristiano è costituito figlio di Dio per amore. Siamo davvero suoi figli e non in senso figurato o poetico (cfr. 1 Gv 3, 1). In base a tale filiazione possiamo essere chiamati propriamente generati da Dio. Così oggi leggiamo nella prima lettura: «Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio. In questo si distinguono i figli di Dio» (1 Gv 3, 9-10).

«Questa notte il Signore, attraverso sua Madre, ci manderà tante nuove grazie, per farci crescere nell’amore e nella filiazione divina […]. Vedete, figli miei, vedete quanta gratitudine dobbiamo avere per questo nostro Fratello che ci ha resi figli del Padre. Avete presente i vostri fratellini, le creaturine, figlie dei vostri parenti, che hanno bisogno di tutto e di tutti? Lo stesso è per Gesù Bambino. Ci fa bene vederlo così, inerme. Pur essendo l’onnipotente, pur essendo Dio, si è fatto Bambino indifeso, privo di tutto, bisognoso del nostro amore. In quella fredda solitudine, con sua Madre e con san Giuseppe, ciò che Gesù desidera, ciò che lo riscalderà è il nostro cuore. Pertanto, strappa dal tuo cuore tutto ciò che è d’ostacolo! Tu e io, figlio mio, esamineremo tutto ciò che nel nostro cuore disturba… Via! Ma per davvero. Lo ripete san Giovanni nel suo primo capitolo: Quotquot autem receperunt eum dedit eis potestatem filios Dei fieri (Gv 1, 12). Ci ha dato il potere di essere figli di Dio. Dio ha voluto che siamo suoi figli»[1].


L’esperienza dell’incontro con Gesù

Due pescatori di Cafarnao, Giovanni e Andrea, seguivano Giovanni Battista, che consideravano un grande profeta. Un giorno Gesù passò accanto a loro e il Battista disse: «Ecco l’Agnello di Dio» (Gv 1, 36). I suoi discepoli, «sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1, 37). Dopo quell’incontro, nulla sarà più come prima. «Pieni di curiosità decisero di seguirlo a distanza, quasi timidi e impacciati, finché Lui stesso, voltandosi, domandò: “Che cercate?”, suscitando quel dialogo che avrebbe dato inizio all’avventura»[2]. Giovanni e Andrea seguirono Gesù, gli fecero alcune domande, «videro dove Egli dimorava e quel giorno rimasero con Lui» (Gv 1, 39): quel giorno diventarono apostoli per sempre.

«È Gesù che prende l’iniziativa. Quando si ha a che fare con Lui, la domanda viene sempre capovolta: da interroganti si diventa interrogati, da “cercatori” si diventa “cercati”; è Lui, infatti, che da sempre ci ama per primo (cfr. 1 Gv 4, 10). Questa è la fondamentale dimensione dell’incontro: non si ha a che fare con qualcosa, ma con Qualcuno, con “il Vivente”. I cristiani non sono i discepoli di un sistema filosofico: sono gli uomini e le donne che hanno fatto, nella fede, l’esperienza dell’incontro con Cristo (cfr. 1 Gv 1, 1-4)»[3].

I due amici, Giovanni e Andrea, non sapevano con chiarezza chi fosse realmente Gesù. Avranno bisogno di tempo – anni di convivenza e di ascolto – per comprendere il mistero del Figlio di Dio. Senza alcun timore, anche noi oltrepassiamo la soglia della sua casa per parlare con il Maestro faccia a faccia, per ascoltare e meditare la sua Parola, per aprire il nostro cuore come si fa con un amico. Nel silenzio dell’orazione impariamo a conoscere il Signore. La stessa domanda dei discepoli, insistente e audace, «Maestro, dove abiti?», sorge anche nella nostra anima. «Sappiate riascoltare, nel silenzio della preghiera, la risposta di Gesù: “Venite e vedrete”»[4].


Preghiera di ringraziamento e di domanda

«Facciamo, allora, un’orazione filiale, un’orazione continua. “Oro coram te, hodie, nocte et die” (Ne 1, 6); prego davanti a te di notte e di giorno. Non mi avete forse sentito dire tante volte che siamo contemplativi, notte e giorno, persino quando dormiamo, che il sonno fa parte dell’orazione? Lo ha detto il Signore: “Oportet semper orare, et non deficere” (Lc 18, 1). Dobbiamo pregare sempre, sempre. Dobbiamo sentire il bisogno di rivolgerci a Dio, dopo ogni vittoria e dopo ogni sconfitta nella vita interiore. Specialmente in quest’ultimo caso, torniamo a dire con umiltà al Signore: malgrado tutto, sono tuo figlio! Facciamo la parte del figlio prodigo. Come dice altrove la scrittura: pregare sempre, non con lunghe orazioni vocali (cfr. Mt 6, 7), ma con l’orazione mentale, senza rumore di parole, senza segni esterni. E dove pregare? “In angulis platearum…” (Mt 6, 5). Quando percorriamo le strade e le piazze, dobbiamo fare un’orazione continua»[5].

Quel giorno san Josemaría suggeriva di ringraziare molto per il Natale e invitava coloro che lo ascoltavano a sognare nell’orazione, a pensare in grande, a chiedere che in tante anime si faccia la volontà di Dio. «E come pregheremo? Pregheremo con la preghiera di ringraziamento. Ringraziamo Dio Padre, ringraziamo Gesù, che si è fatto bambino per i nostri peccati; che si è dato per intero, soffrendo a Betlemme e soffrendo sulla croce con le braccia aperte, spalancate, nel gesto dell’Eterno Sacerdote […]. E poi la preghiera di domanda. Che cosa dobbiamo chiedere? Che cosa chiede un bambino a suo padre? Papà…, la luna! Cose assurde. “Chiedete e vi sarà dato, […] bussate e vi sarà aperto” (Mt 7, 7). C’è qualcosa che non possiamo chiedere a Dio? Ai nostri genitori abbiamo chiesto tutto. Chiedete la luna e ve la darà; chiedetegli senza timore tutto ciò che volete. Ve lo darà sempre, in un modo o nell’altro. Chiedete con fiducia»[6].

Nella casa in cui abita Gesù troviamo anche la dolce presenza di Maria. A lei chiediamo di insegnarci a vivere come figli generati da Dio e ad andare incontro a Gesù per abitare nella sua casa.


[1] San Josemaría, In dialogo con il Signore, meditazione “Pregare ininterrottamente”, 1b-2a-2b, pp. 243-244.

[2] San Giovanni Paolo II, Messaggio per la XII Giornata Mondiale della Gioventù (Parigi 1997), 15-VIII-1996.

[3] Ibid.

[4] Ibid.

[5] San Josemaría, In dialogo con il Signore, meditazione “Pregare ininterrottamente”, 2c-2d, p. 245.

[6] Ibid., 3b-3c, p. 246.

Dare la vita per gli altri, come ha fatto Gesù

Domani celebreremo l’Epifania. I Magi d’Oriente fanno un lungo viaggio per cercare il Bambino. Quando lo trovarono a Betlemme «lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono…» (Mt 2, 11). I Magi diedero a Maria e a Giuseppe alcuni doni che sono carichi di significato. La tradizione ha sostenuto che l’oro simbolizza la regalità del neonato, l’incenso la sua divinità e la mirra la sua morte redentrice: Re, Dio e Salvatore. Questo Bambino, incarnazione del Creatore, viene a morire per noi.

Sin dalla culla è prevista la croce. In un certo senso si può intravedere questo legame raffrontando alcune frasi di san Luca all’inizio e alla fine del suo vangelo. Intorno alla nascita, riferisce: «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2, 7); poi, intorno al momento della morte, scrive: «Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto» (Lc 23, 53). Il corpo di Gesù viene reclinato due volte: nella mangiatoia e nel sepolcro. Anche nella prima lettera di san Giovanni che stiamo leggendo in questi giorni durante la Messa, viene espresso, in maniera diversa, lo stesso mistero: «In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi» (1 Gv 3, 16). Questa affermazione ha la forza del testimone diretto: Giovanni era presente sul Golgota, ha visto come il Maestro si abbracciava alla croce, ha avuto modo di toccare con mano direttamente il suo amore fino all’ultimo respiro. Giovanni sa che l’amore di Cristo non consiste soltanto di parole.

«Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli», aggiunge subito dopo (1 Gv 3, 16). Queste parole della liturgia di oggi indicano la via che noi discepoli di Gesù dobbiamo percorrere. San Josemaría ci confidava: «Con quanta insistenza l’apostolo san Giovanni predicava il mandatum novum! – “Amatevi gli uni gli altri” –. Mi metterei in ginocchio, senza far scena – me lo grida il cuore –, per chiedervi per amore di Dio di volervi bene, di aiutarvi, di darvi la mano, di sapervi perdonare. Pertanto, respingete la superbia, siate compassionevoli, abbiate carità; prestatevi mutuamente l’aiuto della preghiera e dell’amicizia sincera»[1].


Amare veramente e con i fatti

«Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità» (1 Gv 3, 18-19), dice san Giovanni nella sua lettera. «L’amore non ammette scuse: chi vuole amare come ha amato Gesù, deve fare proprio il suo esempio […]. Il modo di amare del Figlio di Dio lo conosciamo bene, e Giovanni lo ricorda con chiarezza. Si basa su due pilastri: Dio ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 10.19); e ci ha amati dando tutto, compresa la sua vita stessa (cfr. 1 Gv 3, 16). Un amore così non può rimanere senza risposta. Anche se è stato dato in maniera unilaterale, vale a dire, senza chiedere nulla in cambio, tuttavia infiamma a tal punto il cuore che qualunque persona si sente spinta a corrispondere, malgrado le sue limitazioni e i suoi peccati»[2].

Mossi dalla forza dell’amore di Gesù, i primi discepoli vanno immediatamente a raccontare agli amici e ai parenti l’incontro che hanno avuto. Così vediamo Andrea che, dopo aver trascorso un giorno nella zona del Giordano in sua compagnia, portò suo fratello Simone là dove stava Cristo (cfr. Gv 1, 42). Il vangelo di oggi, da parte sua, ci narra l’incontro di Filippo con Gesù e la sua immediata reazione, non appena si è imbattuto nel suo amico Natanaele. Filippo gli dice: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth» (Gv 1, 45). Davanti all’indifferenza di Natanaele, che considera Nazaret un paese insignificante, che non era neppure citato nella Scrittura, «Filippo gli rispose: vieni e vedi» (Gv 1, 46).

Portare le persone a un incontro personale con Gesù è forse la dimostrazione più grande di amore. Filippo non si può trattenere dopo aver ascoltato dalla bocca del Maestro la chiamata: «Seguimi!» (Gv 1, 43). Il fuoco che ha nel cuore gli impone di parlare, di incoraggiare, di condividere questa gioia di cui è colmo. Ha bisogno di raccontare a Natanaele che – senza sapere bene come e per quale motivo – gli è toccato inaspettatamente il più grande dei regali.


«Vieni e vedi»: è Gesù che attira le anime

A san Josemaría piaceva ricordare che il Signore fa le cose «prima, più e meglio» di quello che noi pensiamo. La sua bontà infinita supera le nostre aspettative e i nostri sogni. Noi, suoi discepoli, partiamo da questa sicurezza nel momento di dare testimonianza della nostra fede. Non facciamo un lavoro nostro: le anime sono sue, noi ci limitiamo a lavorare per la sua vigna. Filippo parla con il suo amico perché è convinto che Gesù non inganna nessuno e questa è anche la nostra certezza. Sappiamo bene che è Gesù che attira le anime, che è l’esperienza della vita con il Signore a trasformare la vita. Così come è successo a noi, siamo convinti che anche le persone che amiamo saranno conquistate da Lui. Questa è la speranza che ci spinge all’apostolato.

I discepoli «da quel giorno divennero “testimoni” così presi dall’amore (Cfr. Fil 3, 12) per il loro Maestro e dalla avvincente bellezza del suo messaggio, da essere disposti ad affrontare anche la morte, pur di non tradire l’impegno assunto con Lui […]. Cristo non solo continua a rivolgere ad alcuni l’invito al dono totale di sé con una parola personale e segreta, che risveglia echi profondi nel cuore, ma Egli si fa altresì incontro a ogni essere umano, a ognuno di voi, per porgli personalmente la domanda, che rivolse al giovane cieco: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” (Gv 9, 35). A chi risponde affermativamente, Egli affida il compito di farsi testimone di questa scelta davanti al mondo»[3].

Dalla sua cattedra di Betlemme, Dio Bambino ci apre gli occhi con una lezione di donazione completa agli altri, facendosi così piccolo da attirare tutti. Maria è testimone di questo amore divino; lo tiene, lo vediamo, nelle sue mani.


[1] San Josemaría, Forgia, n. 454.

[2] Papa Francesco, Messaggio nella I Giornata Mondiale dei poveri, 19-XI-2017.

[3] San Paolo VI, Discorso agli studenti di Roma, 25-II-1978.

Link alla fonte »