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Molto umani, molto divini (VII): Il nostro lavoro, lievito di Dio

Trasformare le nostre attività quotidiane in amore per coloro che ci stanno accanto

Autore: Javier del Castillo

Il lavoro, con le sue finalità e la sua ripetitività, era forse la realtà più nota a coloro che ascoltavano Gesù. Per questo nella sua predicazione essa appare con tanta frequenza e da tante angolature diverse. Ed ecco il seminatore che sparge la semente sul terreno, il negoziante che cerca perle purissime, il pescatore che lancia la rete in mare… Un giorno, per spiegare una cosa tanto importante come il modo in cui Dio opera nel mondo, Gesù fissa l’attenzione su una delle attività più praticate: la produzione del pane: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che la donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Lc 13, 20-21). Così cresce il Regno di Dio nella storia: gomito a gomito con noi, al ritmo del nostro lavoro quotidiano, come lievito che s’inserisce nel lavoro di Dio e che trasforma il mondo dall’interno. Gesù dirà in un altro momento, «il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco» (Gv 5, 17).

Con la figura della donna che fa fermentare la farina, il Signore attribuisce una dignità immensa a un‘attività tanto normale da sembrare quasi fuori posto. Coloro che ascoltavano il Signore probabilmente pensavano che per descrivere una cosa tanto trascendentale come la crescita del Regno di Dio sarebbe stato più adeguato pensare al lavoro di un nobile dell’epoca, o alle attività di quanti si occupavano più direttamente delle cose religiose. Però lo stesso Gesù, pur essendo il Figlio dell’Altissimo, aveva esercitato un lavoro manuale, semplice. Sicché, invece di riferirsi a una posizione di influenza politica, di efficacia economica o di prestigio sociale, pensò al lavoro di quelle persone discrete che si svegliano presto, prima degli altri, perché possa essere pronto in tempo il pane per la prima colazione, pane che di solito dura soltanto poche ore fresco e saporito.

Tre misure di farina

Nel descrivere la scena della donna che lavora la massa, Gesù non trascura un dettaglio molto suggestivo: la quantità di farina. Nel mondo giudaico del tempo tre «misure» di farina equivalevano approssimativamente a ventidue litri di massa, con cui si poteva produrre pane per dar da mangiare a un centinaio di persone. Si tratta di una quantità di farina che ci indica che la donna non sta lavorando esclusivamente per la propria famiglia, per quanto numerosa possa essere. Ciò che fa sembra finalizzato piuttosto alle necessità di una comunità. Non è difficile, dunque, immaginarla in pieno lavoro, pensando con gioia a coloro che avrebbero goduto di tutto quel pane. Così succede, infatti, in ogni lavoro: la nostra attività ci mette in rapporto con gli altri, ci colloca in un posto dal quale contribuiamo al bene degli altri. Infatti, «le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo. Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: “Come delizierai gli angeli!”. È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri».

Tanto pane per tanta gente richiederebbe comunque un tempo e un impegno considerevoli; ma quella donna affronta tutto questo e persevera nel suo lavoro «finché [la massa] non fu tutta lievitata» (Lc 13, 20). Completare il lavoro iniziato, e finirlo bene, richiede fortezza, concentrazione, perseveranza, puntualità… Per riuscire a lavorare come quella donna occorre superare la pigrizia, che di solito è «il primo punto sul quale lottare». In tal senso sappiamo che san Paolo non ci pensò due volte a correggere la tendenza all’ozio che si era fatta strada tra i primi cristiani di Tessalonica. Alcuni di loro pensavano che la seconda venuta del Signore fosse imminente e dicevano l’un l’altro che lavorare non aveva ormai molto senso; perciò vivevano «senza fare nulla e sempre in agitazione». Comunque, Paolo dice loro: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3, 10-11).

Il Padre ci ha parlato delle potenzialità che ha il lavoro, anche quello che ci costa un po’ di più, quando in esso troviamo un luogo di amore e di libertà: «Siamo in grado di compiere con gioia anche i doveri che possono sembrare sgradevoli. Come ci dice san Josemaría, “non è lecito pensare che sia possibile fare con gioia solamente il lavoro che ci piace”. Si può fare con gioia – e non malvolentieri – quello che costa, quello che non piace, se lo si fa per e con amore, e dunque liberamente». Questo è valido anche per le difficoltà che riguardano la propria situazione lavorativa; può capitare un periodo di disoccupazione o di malattia, la perdita delle energie dovuta agli anni, le tensioni o le incertezze nel proprio settore, ecc. San Josemaría sapeva bene quanto sia abituale questo tipo di situazioni e diceva con grande realismo che «l’infermità e la vecchiaia, quando arrivano, si trasformano in lavoro professionale. E così non si interrompe la ricerca della santità, secondo lo spirito dell’Opera, che si appoggia, come una porta al cardine, sul lavoro professionale».

Quando c’è di mezzo l’amore

Sono molti i motivi che ci possono aiutare a perseverare in un’attività onesta: la responsabilità di portare avanti coloro che dipendono da noi, il desiderio di servire gli altri, l’aspirazione di creare qualcosa di nuovo, ecc. Tuttavia, anche le buone intenzioni possono assumere con il tempo forme di amor proprio, come il desiderio di ricevere dei riconoscimenti o di fare bella figura e mettersi in mostra davanti agli altri. Altre volte possiamo essere presi dalla tentazione di lavorare troppo: una deviazione sottile, che di solito si maschera da virtù. Il perfezionismo o l’efficientismo – o workaholism (dipendenza dal lavoro) – fanno parte di questo genere di disordine. L’impegno iniziale a fare bene le cose, e in modo efficace, può essere dovuto a ciò che san Josemaría chiamava «professionalite»: una dedicazione eccessiva al lavoro, che toglie quasi tutto il tempo al resto. «Il vostro lavoro – ha scritto una volta – deve essere responsabile, perfetto, nella misura in cui può esserlo un lavoro umano: con amore a Dio, ma tenendo presente che il meglio è nemico del bene. Fate le cose bene, senza manie, né ossessioni, ma finendole, mettendo sempre l’ultima pietra e curando i particolari».

Il problema della «professionalite» non è dovuto tanto alla maniera in cui si lavora, quanto al peso che si dà al lavoro nella prospettiva della vita. È bene, anche per la salute mentale e fisica, non perdere di vista che il lavoro è ordinato a una missione più grande, e che soltanto questa missione dà senso all’esistenza di un figlio o di una figlia di Dio. La prudenza ci aiuterà a inserire il nostro lavoro, in questo preciso momento, in una prospettiva che va molto al di là del lavoro stesso. Una prospettiva che non è fatta di obiettivi, né di scadenze, ma di persone: cominciando da Dio, che in questi momenti si aspetta che curiamo in modo particolare il nostro rapporto con lui, e poi – anche lì il Signore ci aspetta – da coloro che ci stanno accanto e che hanno bisogno del nostro tempo, del nostro affetto, della nostra attenzione.

L’immagine della donna che impasta il pane ci mette davanti agli occhi il miglior motivo per lavorare. Essa trasforma il suo lavoro in un dono, in una benedizione: oltre al pane, la donna offre amore, perché, quando facciamo un regalo a qualcuno, «la prima cosa che gli diamo è l’amore con il quale desideriamo il suo bene». La donna non si limita a dare al prossimo ciò che gli spetta; infatti, quando c’è di mezzo l’amore, si dà se stessi. Ecco perché san Josemaría diceva che non possiamo limitarci «a fare delle cose, a costruire oggetti. Il lavoro nasce dall’amore, manifesta l’amore, è ordinato all’amore». Quando qualcuno lavora così per noi, ci conduce all’amore, perché ci fa entrare nella logica del dono: un amore ne genera un altro, come un sorriso ne genera un altro. trasformando i cuori uno per uno. L’amore di quella donna, espressione dell’amore di Dio, è il lievito vivente che trasforma, come suo dono, coloro che ricevono il pane che ella ha lavorato con le sue mani.

Il mondo intero è per noi un altare

Il riferimento alle tre misure di farina ha anche un altro significato, che si comprende grazie ai suoi precedenti biblici: si tratta della stessa misura che Abramo e Sara offrono per onorare i tre uomini misteriosi che fanno loro visita a Mambre (cfr. Gn 18, 6), ed è anche la misura che usa Gedeone per offrire un sacrificio che il Signore consuma con il fuoco di un angelo (cfr. Gdc 6, 19-21). Probabilmente, per un israelita che ascoltava Gesù la sola menzione delle misure di farina evocava questi atti sacri (nonostante che di solito nei sacrifici non si impiegava il lievito). Con questa allusione il Signore sembra volerci ricordare che il lavoro di quella donna è un’offerta a Dio, come può esserlo il nostro quando lo uniamo alla santa Messa. Trasformiamo così ciò che è umano, le nostre ore di lavoro, in qualcosa di santo. In tal caso si compie una cosa molto bella, e cioè che il «mondo intero […] è come un altare per noi».

San Josemaría ci invitava a fare dell’Eucaristia «il centro della vita interiore, in modo tale che impariamo a stare con Cristo, tenendogli compagnia nell’arco della giornata, ben uniti al suo sacrificio: ogni nostro lavoro ha questo significato. E questo ci permetterà di dire al Signore durante la giornata che ci offriamo per Lui, con Lui e in Lui a Dio Padre, unendoci a tutte le sue intenzioni, a nome di tutte le creature. Se viviamo così, tutta la nostra giornata sarà una Messa».

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L’immagine della donna con le mani nella farina risaliva sicuramente all’infanzia di Gesù. Chissà? Magari si trattava anche di sua Madre, santa Maria, che tante volte avrà preparato il pane. La immaginiamo concentrata nel suo lavoro, facendo da parte sua tutto il necessario perché il processo naturale di lievitazione si svolgesse senza problemi. Così succede nel nostro lavoro: quando lo facciamo alla presenza di Dio, lasciamo che Egli si serva dei nostri sforzi per ampliare il suo regno, con il suo lievito divino. Così si esprimeva san Josemaría: «Contemplo ormai, nel corso dei tempi, fin l’ultimo dei miei figli […] comportarsi professionalmente, con sapienza di artista, con felicità di poeta, con sicurezza di maestro e con un pudore più persuasivo dell’eloquenza, cercando – nel perseguire la perfezione cristiana nella sua professione e nel suo stato nel mondo – il bene di tutta l’umanità».

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