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Puliti perchè amati - Giovedì Santo (Gv 13,1-15)

Autore: Don Flavio Maganuco

GIOVEDÌ SANTO (ANNO A)

Es 12,1-8.11-14 Sal 115 1Cor 11,23-26 Gv 13,1-15

”PULITI” PERCHÈ AMATI

Ti vedo, ti accolgo, mi prendo cura di te

Carissimi, ogni anno il Giovedì santo ci ripropone la scena emblematica della lavanda dei piedi, e fra poco anch’io, come Gesù quella sera, mi inginocchierò davanti a dodici di voi e farò la stessa cosa; Qui davanti a me ci sono dodici persone, piccoli, grandi, “più grandi”, sia uomini che donne, perchè con questo gesto voglio abbracciare tutta la comunità qui riunita.

Non è un gesto folkloristico, non è una scenetta. È la memoria viva di ciò che accadde nell’Ultima Cena. Gesù, il Maestro, il Signore, si alzò da tavola, si tolse il mantello, si cinse un asciugamano e lavò i piedi sporchi dei suoi dodici discepoli. E ora lo fa di nuovo, attraverso di me e loro, con voi.

Ma per capire quanto sia grande questo gesto, dobbiamo tornare indietro di duemila anni, nella Palestina del I secolo.

Le strade erano sterrate, polverose d’estate, fangose d’inverno, piene di escrementi di animali e sabbia. La gente portava sandali aperti: dopo una giornata di lavoro o di cammino i piedi arrivavano incrostati di polvere e sudore. Lavarsi i piedi prima di entrare in casa e di mettersi a tavola non era un optional: era igiene, rispetto, ospitalità. Si mangiava reclini, con i piedi vicini al cibo, alla portata del viso degli altri. Chi entrava in casa con i piedi sporchi offendeva tutti.

Nelle famiglie normali – quelle di contadini, pescatori, artigiani come la famiglia di Gesù – la lavanda dei piedi era un gesto quotidiano carico di significato.
Quando si trattava del rapporto tra marito e moglie, era spesso un atto di profonda intimità: la moglie che lavava i piedi al marito esprimeva cura, vicinanza affettiva, attenzione amorevole dopo la fatica della giornata.

Quando invece era rivolto al capofamiglia o a un ospite importante, diventava un atto di onore e di servizio: spettava riceverlo solo alla persona di maggiore dignità nella casa, o all’ospite di quella sera, e spettava farlo al membro più umile – il servo (se c’era) o il figlio/ figlia più piccolo. Era il modo concreto di dire: «Ti vedo, ti accolgo, mi prendo cura di te».

Fuori dal contesto del capo famiglia o dell’ospitalità, invece, la regola era semplice: ognuno si lavava i piedi da sé. E questo valeva anche nella relazione tra maestro e discepoli. I discepoli servivano il rabbi in tanti modi – gli portavano i sandali, gli versavano acqua per lavarsi le mani, gli preparavano il cibo – ma lavare i piedi al maestro era considerato troppo umiliante e degradante per un ebreo libero che studiava la Torah. Nessuno lo pretendeva dal proprio discepolo. Se nella stanza non c’era uno schiavo gentile, ognuno si lavava i piedi da solo, in silenzio, in modo pratico e rapido.

E invece cosa fa Gesù quella sera nell’Ultima Cena?

Prende proprio il posto dello schiavo. Si abbassa. Si svuota.
Lavando i piedi ai discepoli – compresi quelli di Pietro che lo rinnegherà e di Giuda che lo tradirà – Gesù fa ciò che nessun maestro aveva o avrebbe mai fatto… e che nessuno avrebbe o aveva mai chiesto.

Questo gesto ci rivela la logica profonda di tutto il Vangelo: l’amore è kenosi, cioè “svuotamento di sé.”
È Dio che rinuncia alla sua condizione divina per prendere la condizione di servo.
È un amore che non si ferma ne’ davanti alla fragilità umana, alla sua sporcizia, alla sua fatica, ne’ davanti al tradimento.

È un amore che purifica: «Se non ti laverò, non avrai parte con me», dice Gesù a Pietro. Solo questo amore può lavare la polvere quotidiana della nostra vita, i nostri peccati, le nostre stanchezze.

E non è un caso che questo gesto avvenga subito prima dell’Eucaristia.
La tavola dove si spezza il pane e si versa il vino diventa, prima di tutto, il luogo del servizio. La lavanda dei piedi, insieme alla Croce, è come la chiave di violino senza la quale non si può leggere correttamente la sinfonia dell’Eucaristia. Senza quella chiave, la musica semplicemente resta muta. Con quella chiave, ogni nota – il pane, il vino, il “fate questo in memoria di me” – trova il suo vero significato.

Per questo, quando Gesù dice: «Fate questo in memoria di me», non ci sta chiedendo solo di ripetere il gesto del pane e del vino.
Ci sta chiedendo di ripetere tutto: di amarci come Lui ci ha amati, di inginocchiarci gli uni davanti agli altri, di servirci a vicenda, di lavare anche i piedi di chi ci ha ferito o ci tradito.

E oggi, cosa significa allora lavare i piedi?
Significa scegliere, nella vita concreta di ogni giorno, i gesti più umili e scomodi per amore degli altri: cambiare alle tre di notte il pannolino al figlio piccolo.. come anche al genitore anziano; ascoltarsi in famiglia anche quando si è stanchi, senza interrompere, senza per forza avere l’ultima parola. Significa anche perdonare chi ci ha ferito, servire senza aspettare di essere serviti, mettere da parte il proprio tempo per dedicarlo a chi ci sta accanto. Significa inginocchiarsi davanti a chi il mondo considera “inferiore” e trattarlo con la stessa dignità con cui Gesù ha trattato i suoi discepoli.

Tra poco avrà luogo la lavanda dei piedi; vivremo questo gesto per ricordarci quanto Cristo ci ama.

E lo fa con un amore che non si ferma davanti alla polvere dei nostri piedi:
la polvere delle nostre giornate faticose, delle nostre cadute ripetute, delle nostre parole sbagliate, delle nostre paure che non vogliamo confessare.
Lo fa con un amore che lava anche il tradimento che portiamo nel cuore – quel tradimento piccolo o grande con cui a volte feriamo chi ci sta accanto, o con cui tradiamo persino noi stessi e la nostra vocazione.
Lo fa con un amore che si china sulla nostra stanchezza più profonda: la stanchezza di chi non ce la fa più, di chi si sente inadeguato, di chi combatte da anni con lo stesso limite e ha quasi smesso di sperare.

Gesù non lava piedi puliti. Lava i nostri piedi, così come sono oggi: sporchi, segnati, stanchi.
E mentre lo fa, ci dice con tutta la tenerezza del mondo: «Ti vedo. Ti conosco. Ti amo lo stesso. E non ti lascio così».

Cari fratelli e sorelle,
quando fra poco mi inginocchierò davanti a voi, non guardate me. Guardate Lui che attraverso questo gesto vi sta dicendo ancora una volta: «Sei amato. Profondamente. Fino in fondo. Fino alla croce».

E proprio perché siamo amati in questo modo – con un amore che si abbassa, che purifica, che non si arrende –
siamo chiamati a vivere ogni giorno lo stesso amore: umile, concreto, capace di chinarsi davanti all’altro, anche quando costa.

Portate via con voi questa certezza:
non siamo amati perché siamo puliti.
Siamo puliti perché siamo amati.
E da questo amore possiamo finalmente imparare ad amare.

Amen.

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