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Quarta Domenica di Quaresima Anno A - (Gv 9,1-41)
Autore: Don Flavio Maganuco
IV DOMENICA Di QUARESIMA (ANNO A)
1Sam 16,1.4.6-7.10-13 Sal 22 Ef 5,8-14 Gv 9,1-41
ETICHETTE
tu che cosa vedi?
C’è una punta di ironia nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato.
Di tutti i personaggi del racconto, l’unico che non vedeva… alla fine è Il solo che vede davvero.
Tutti gli altri, che vedono benissimo, che studiano la Legge, che pensano di sapere tutto su Dio… rimangono nel buio. È tragicamente buffo, non trovate?
Proviamo allora ad entrare meglio in questo brano, e per farlo vi chiedo, per un momento, di provare ad immaginare la vita di quest’uomo.
Era nato cieco, e al tempo di Gesù questo non era solo un problema fisico: era una condanna sociale. La gente passava accanto a lui e pensava subito che ci fosse dietro una colpa. «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»
Ma come si fa a peccare prima ancora di nascere? Oggi sarebbe assurdo pensare questa cosa; eppure una volta funzionava così: gli altri non vedevano una persona, vedevano una condizione, una colpa, una spiegazione religiosa già pronta, una condanna a un senso di colpa costante, che era come sale sulla ferita (io non l’ho mai provato davvero a mettere sale, ma se esiste questo detto ci sarà un motivo, e non ho bisogno di provarlo per sapere che probabilmente farà un male cane).
Quell’uomo non era solo cieco. Era etichettato; la gente passava e non si chiedeva «chissà come se la vive, come se la cava, come lo posso aiutare»… il dubbio era solo uno: «Di chi è la colpa? Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?»
Allora permettimi di opporre con gioia a questo modus operandi umano, quello divino, quello che da solo basterebbe – se se ne facesse esperienza – per convincere anche il più ateo degli atei a cambiare bandiera:
«L’uomo guarda l’apparenza, mentre Dio guarda il cuore».
L’uomo è velocissimo nel catalogare le persone, nel ridurle a un’etichetta, a un errore, a una storia già scritta. Dio invece guarda molto più in profondità, vede il cuore, vede col cuore (cit. Piccolo Principe), vede quello che è nascosto, vede lo splendore che ancora può nascere.
Gesù ha proprio questo sguardo: «Nessuno ha peccato – dice – ma è così perché in lui possa manifestarsi l’opera di Dio».
Ma quanta fede ci vuole per credere che un tuo handicap, una tua situazione difficile, un’orribile cicatrice possa diventare sacrario dove si manifesta l’opera di Dio… un meraviglioso miracolo, lento, graduale, non rapido, come il miracolo del germoglio di un fiore, come il miracolo che fa Gesù.
Si ferma, fa del fango con la terra e la saliva, lo mette sugli occhi del cieco e gli dice di andare a lavarsi. È un gesto che ricorda la creazione dell’uomo, quando Dio plasmò
l’uomo con la polvere del suolo. È come se Gesù stesse dicendo: non ti sto soltanto guarendo, ti sto ricreando. E infatti quell’uomo torna che ci vede.
Oggi nelle letture sono presenti molti elementi battesimali: l’acqua, l’unzione regale con l’olio, la luce… e voi sapete già che il battesimo è una nuova creazione, un nuovo «venire alla luce»; i primi battezzati venivano infatti chiamati «illuminati». Ecco. Possiamo dire che questo cieco è stato illuminato da Gesù.
Purtroppo è proprio in quel momento che cominciano i problemi. Perché quando uno comincia a vedere davvero, – sembra un altra assurdità lo so – ma non tutti ne sono contenti. I vicini non ci credono, i farisei si irritano; perfino i suoi genitori hanno paura di difenderlo. È incredibile: un uomo ritrova la vista e invece di gioire insieme a lui molti reagiscono con sospetto, con resistenza, con fastidio.
Succede anche oggi. Quando qualcuno cambia davvero, quando qualcuno ricomincia a vivere, quando qualcuno guidato dalla fede trova il coraggio di rimettere ordine nella propria vita… spesso gli altri sono un ostacolo. Probabilmente perchè quel cambiamento rompe uno status quo, rompe un equilibrio al quale ci si è abituati; A volte una condizione negativa degli altri è persino confortante e conveniente, è un motivo per stare meglio, perché fa sentire superiori; ed. anche un ottimo alibi per giustificarsi, per non faticare, per non rischiare di soffrire, per restare nel buio.
Pensate a quelle mattine d’estate, quando i bambini o i ragazzi dormono fino a tardi. La stanza è tutta buia, le tende sono tirate, e loro stanno bene così. Poi arriva la mamma, spalanca le finestre e fa entrare la luce. E cosa succede? Subito la protesta: «Chiudi le tende! Spegni la luce!» Magari si girano dall’altra parte, si coprono la faccia con il cuscino, si nascondono sotto le coperte per tornare nel buio.
È una scena televisiva divertente, ma dice anche qualcosa di molto serio della nostra vita. A volte restiamo così a lungo al buio che finiamo di preferirlo alla luce. E ci abituiamo talmente tanto che «il non vederci più» diventa normale.
E quando qualcuno apre le tende e fa entrare la luce, quella luce ci disturba.
Ma la Parola di Dio oggi è molto chiara. Anche se abbiamo paura, anche se fa male, quelle tende vanno aperte, perchè da cristiani le tenebre non ci appartengono più. San Paolo dice:
«Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli della luce, non partecipate alle opere delle tenebre».
È una frase forte. Significa che ogni volta che nella nostra vita si apre una possibilità di bene, di verità, di giustizia, e noi ci opponiamo, in quel momento stiamo scegliendo di restare nel buio.
La luce non sempre è comoda. A volte illumina ferite, incoerenze, cambiamenti necessari. Ma è l’unico modo per vivere davvero.
“L’ex-cieco”, che prima stava seduto ai margini della strada, ora è più libero, persino più coraggioso. Davanti alle domande dei farisei, gli altri hanno paura di rispondere, lui no. E
non fa discorsi complicati. Dice solo una frase semplicissima: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».
È la testimonianza più bella che ogni cristiano può dare. Perchè è proprio quello che succede quando una persona incontra davvero Cristo. A un certo punto guardi La tua vita e ti accorgi che vuoi vivere in modo diverso, con una nuova consapevolezza: Se il te prima di Cristo era diverso, spento, quasi senza vita, adesso qualcosa dentro ti spinge a vivere.
Hai fatto esperienza che la luce esiste… ed è possibile! Anche per chi ha sempre sbagliato tutto, anche per chi sente di non potersi rialzare più, anche per chi si è convinto di non valere niente, anche per chi «è nato tutto nei peccati». E chi viene rinnovato così mette in crisi chi vuole restare uguale. Usando le parole di san Paolo: le persone illuminate mettono in crisi chi vuole restare nel buio.
Per questo quell’uomo viene cacciato fuori. Ma proprio in quel momento Gesù appare di nuovo. È una scena bellissima: quando tutti lo respingono, Cristo gli si avvicina.
Gli fa una domanda semplice: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?»
E lui risponde con una sincerità che commuove: «Chi è, Signore, perché io creda in lui?» Gesù gli dice: «Lo hai visto: è colui che parla con te».
E allora quell’uomo pronuncia la frase che è espressione di una gioia sempre sperata ma che ormai non si credeva realizzabile: «Credo, Signore».
È questa la gioia del Vangelo, è questa la gioia di questa «domenica in Laetare». Credere di poter scovare il bene là dove altri non lo riconoscono, la speranza dove altri vedono solo fatica, una strada dove altri vedono solo vicoli ciechi.
È proprio come quando si aprono le tende e finalmente, dopo tanto buio, entra il sole nella stanza. All’inizio quasi dà fastidio agli occhi, è vero, ma poi ci si accorge che tutto diventa più vero, più vivo, più bello più colorato.
Proviamo oggi, allora, a fare questa preghiera :
Signore, fammi vedere bene.
Fammi vedere la mia vita con i tuoi occhi.
Fammi vedere il bene che non riesco più a riconoscere. Fammi vedere la via quando non so più dove sbattere la testa.
Così che nasca dentro me qualcosa di nuovo: un desiderio di vita, di verità, di santità. Così che possiamo dire con gratitudine che la nostra storia, che sia frutto del nostro passato o delle convinzioni altrui, può essere riscritta. Quello che eravamo prima di Te, resti alle spalle… e la vita diventi più vera, più luminosa, più bella… più colorata. Amen.