"Senza sfuggire" - Omelia del predicatore della Casa Pontificia - II Domenica di Avvento Anno A
«Vieni, Signore, re di giustizia e pace.» (Mt 3,1-12)
Autore: Padre Roberto Pasolini
Le omelie di Padre Roberto Pasolini,
predicatore della Casa Pontificia,
per comprendere la straordinaria forza del Vangelo.
SENZA SFUGGIRE
II DOMENICA D’AVVENTO
«Vieni, Signore, re di giustizia e pace.»
Questa domenica di Avvento è tutta pervasa da un incessante appello a desiderare una vera conversione nei nostri cuori, non tanto in vista
di un personale incremento di vita, ma per poter essere lievito di un mondo nuovo: «… suscita in noi gli stessi sentimenti di Cristo, perché portiamo frutti di giustizia e di pace» (Colletta).
Per compiere il suo desiderio di giungere fino
a noi, il Signore ha bisogno di una strada per poterci incontrare, i cui confini non siano né troppo sfumati né troppo irregolari. Così gridava a suo tempo Giovanni il Battista, «nel deserto» del torpore e della superficialità:
«Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» (Mt 3,3).
Il significato di queste parole si chiarisce subito nei toni di accusa tutti finalizzati a ricondurre il popolo alla coscienza della sua elezione e dell’alleanza con Dio: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?» (3,7).
Il vizio di defilarsi, cioè di disertare il compito della nostra e altrui umanizzazione in vista dei doni e della grazia di Dio, è la forma più ordinaria con cui poniamo intralcio alla venuta del Regno e al compimento della sua giustizia. Incuranti delle con- seguenze che le nostre azioni imprimono nella realtà, ci abituiamo a tollerare e a occultare le tenebre di cui siamo complici o, talvolta, persino artefici. La non as- sunzione di responsabilità diventa particolarmente velenosa quando viene giustificata con i sentimenti di devozione e di appartenenza a Dio che custodiamo dentro di noi come un segreto vanto:
«E non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo» (Mt 3,8-9).
Fortunatamente, la nostra relazione con Dio non è fondata su quello che noi pensiamo (di poter dire), ma sull’opera che lo Spirito riesce a compiere in noi attra- verso la nostra libera e creativa collaborazione.
«Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (3,10). Gli alberi che non portano frutto devono essere tagliati, non perché chi taglia
sia cattivo, ma perché ciò che viene tagliato ha as- soluto bisogno di essere rigenerato e restituito a una possibile fecondità. La «perseveranza e conso- lazione» che «provengono dalle Scritture» ci possono concedere di avere «gli uni verso gli altri gli stessi sen- timenti, sull’esempio di Cristo Gesù» (Rm 15,4-5), nel- la misura in cui smettiamo di sfuggire all’imminente venuta del Signore, avvertendola come una pericolosa minaccia alla stabilità del nostro essere. Il sentimento d’ira annunciato da Giovanni Battista non è da con- fondere con un giudizio di condanna sulla nostra pic- colezza, ma da intendere come un appassionato disap- punto nei confronti di quella distanza ancora esistente tra la realtà e il disegno di Dio, tra il divenire della sto- ria e il compimento del Regno:
«Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà» (Is 11,6).
Questo è il vero presepe che va componendosi lungo la storia e si manifesta ogni volta che non sfuggiamo dai nostri reali contorni e ci diamo il permesso di es- sere tronchi capaci di attendere il germoglio, radici fiduciose di poter spandere ancora fragranza. Solo su corpi inermi e consegnati, infatti, può tornare a posarsi lo Spirito del Veniente:
«spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11,2).
(7 dicembre 2025)
Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12