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Sotto la patina: l’immagine di Dio che non si cancella - XXIX Domenica del Tempo Ordinario Anno A (Mt 22,15-21)

Autore: Don Flavio Maganuco

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Is 45,1.4-6 Sal 95 1Ts 1,1-5 Mt 22,15-21

SOTTO LA PATINA

l’immagine di Dio che non si cancella

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Nella vita, abbiamo imparato per esperienza che quando qualcuno ci si avvicina con troppe belle parole, a volte è perchè nella migliore delle ipotesi vuole imbonirci per ottenere qualcosa; nella peggiore, per fregarci.

Ci dice che siamo bravi, che con noi si può parlare, che noi sì che capiamo, e da qualche parte dentro suona un campanello d’allarme.

Ci è capitato a tutti. E sappiamo anche cosa viene da fare: si socchiude la porta, si risponde con due parole di circostanza, e magari ci si prende pure la piccola soddisfazione di non esserci fatti fregare. I farisei arrivano da Gesù proprio così. «Maestro, sappiamo che sei veritiero; tu insegni la via di Dio secondo verità; Tu non hai soggezione di alcuno.Dunque, di’ a noi il tuo parere.» Tutto vero, e tutto detto per incastrarlo, ma senza riuscirci.

Matteo ci dice che Gesù conosce la loro malizia. Eppure la porta non la chiude. Li chiama ipocriti, perché anche questo fa parte della verità, ma poi risponde. Chiede di vedere una moneta e domanda: di chi è questa immagine e questa iscrizione? Non gli consegna una sentenza da usare contro qualcuno, gli rimanda una domanda che li fa guardare in tasca, e forse un po’ anche dentro. E Matteo chiude dicendo che, udita la risposta di Gesù, lo lasciarono e se ne andarono.

Il Signore ha dato una parola buona a chi non voleva davvero ascoltarlo. Perchè è questa la sua natura; se nella moneta c’era l’immagine di Cesare, in Cristo invece vi è l’immagine di Dio. Lo stesso Dio di cui abbiamo letto nella prima lettura, che dice a Ciro, un re pagano: ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Perchè Dio ragiona così: si dona e si fa compagno di strada anche di chi non gli riconosce niente. Noi, a dirla tutta, funzioniamo spesso al contrario. Ci facciamo vicini a chi ci stima, a chi ci vuole bene, a chi ci dirà grazie. E per questo motivo pensiamo che si, in Cristo è impressa e immediatamente visibile l’immagine di Dio, ma nella nostra , piena di imperfezioni e di cicatrici, l’immagine di Dio non si vede. O peggio, non c’è. Eppure è proprio la parola che abbiamo ascoltato oggi a dirci che non è così. Dio ci ha chiamati per nome prima ancora che lo conoscessimo. Molti di noi sono stati battezzati da piccolissimi, senza saperne niente.

Ci è stato impresso un sigillo, ci è stato detto di chi siamo, prima che potessimo dire di chi vogliamo essere. E quel sigillo, quell’”immagine”, quell’”iscrizione” ci sono ancora. Magari assomigliano a quelle di una moneta rimasta troppo a lungo in fondo alla tasca: annerita, graffiata, con il volto che non si legge più. Per quello che la vita ci ha fatto, per quello che abbiamo fatto noi, per le volte che abbiamo smesso di crederci. Ma basta strofinare un po’ con il pollice, e sotto la patina ricompare un volto. Non era sparito. Era solo coperto.E come si pulisce, allora, la nostra “moneta”? Il salmo ce lo dice ripetendo un verbo ben tre volte: date. Date al Signore; E dare al Signore, significa vivere nell’amore: Ogni volta che qualcuno ci ha voluto bene senza che lo meritassimo, e ogni volta che l’abbiamo fatto noi con un altro, abbiamo strofinato un pezzetto di quella “moneta”, e il volto che vi impresso, è tornato un po’ più chiaro.

Gesù aggiunge una sfumatura alla parola “date”; dice “rendete”. Rendere non è dare di più, è dare sapendo che quello che doni lo hai ricevuto. Rendere a Dio quello che è di Dio vuol dire riportargli noi stessi, che siamo suoi, e il modo è imparare a vivere come lui, donando senza fare il conto di chi ci ringrazierà. Tra poco ci accostiamo all’Eucaristia. Lì c’è ben più di un immagine impressa, c’è Cristo, c’è Dio stesso, che si dona senza chiederci niente in cambio. Mentre lo riceviamo, ringraziamolo, e chiediamogli di rafforzare in noi la fede, la speranza e la carità di cui parla Paolo, perché anche noi impariamo a donarci agli altri, come lui ha fatto con noi.

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