Tra voi, però, non sia così (2 parte)
Tra voi, però, non sia così Per la ricezione diocesana del cammino sinodale - Proposta pastorale 2025-2026 (2 parte) Arcivescovo Mario Delpini
Autore: Monsignor Mario Delpini
Primo Intermezzo
Stavo per scrivere qualche domanda per favorire il lavoro degli operatori pastorali e di tutti i fedeli. Avrei voluto chiedere: quale attenzione si pone nella nostra comunità alla vita e alle proposte della Chiesa diocesana e della Chiesa universale? Con quali forme si comunica nella nostra comunità? Come il Consiglio pastorale coinvolge e aiuta tutti i fedeli ad avvertire l’importanza, la pertinenza, la grazia di cammini sinodali?
Stavo dunque scrivendo qualche domanda, quando mi sono assopito. Infatti certi lavori sono un po’ noiosi. E nel sonno ho fatto un sogno.
Dialogo immaginario del Piccolo Principe in viaggio nell’universo
Si dice che su un asteroide smarrito nel grande universo abitasse il Piccolo Principe: era solo e si godeva i tramonti e le albe. No, non era solo: aveva fatto amicizia con una rosa che era spuntata chi sa come sull’asteroide. Se ne curava e le parlava. Non è facile l’amicizia con una rosa: ha le sue spine e i suoi capricci. Un giorno, dopo un battibecco con la rosa, il Piccolo Principe decise di andare a esplorare altri pianeti in cerca di migliore compagnia.
Il Piccolo Principe arrivò sul pianeta abitato dai gaudenti.
Il Piccolo Principe: «È bella la vita sul vostro pianeta. Si canta, si danza, di mangia, si beve. È sempre festa. Perché fate festa? Non avete mai preoccupazioni? Io infatti sono contento del mio pianeta, ma sono molto preoccupato per la rosa che è diventata mia amica.»
I gaudenti: «Piccolo Principe impertinente! Su questo pianeta tutto è possibile, tutto è lecito. Una cosa sola è proibita: fare domande.»
Il Piccolo Principe riprese pertanto il suo viaggio nell’immenso universo. Arrivò presto sul pianeta di Ego. Ego abitava solo e perciò non aveva motivo di parlare molto. In sostanza il suo vocabolario era ridotto a una parola: io, io, io.
Il Piccolo Principe: «Buon giorno, signore! Non c’è nessuno su questo pianeta?»
Il signor Ego: «Come nessuno? Ci sono io! Io ho fatto, io ho deciso, io ho nominato il sindaco e il parroco, il maestro e il sacerdote.»
Il Piccolo Principe: «Ma chi sono questi personaggi?»
Il signor Ego: «Io, io, io.»
Il Piccolo Principe: «E chi c’era prima? E chi verrà dopo?»
Il signor Ego: «Io, io, io.»
Il Piccolo Principe: «È piuttosto noioso abitare su questo pianeta.»
Il Piccolo Principe riprese il suo viaggio nell’immenso universo. Dopo aver viaggiato e viaggiato arrivò sul Pianeta triste.
Il Piccolo Principe: «Signora Mestizia, perché mai sono tutti tri-sti su questo pianeta?»
Signora Mestizia: «Qui sono tutti tristi perché sono tutti intelligenti. Perciò non credono a niente che non sia scientifico. L’unica verità indiscutibile è che tutti sono destinati a morire. Qui sono tutti tristi perché sono tutti realisti: c’è poco da stare allegri se si guarda come sono gli uomini, le donne, i giorni, le notti, gli stati e i cittadini. Qui sono tutti tristi perché sono tutti colti: sanno la storia, sanno le statistiche, sanno le malattie e sanno i progetti dei potenti. Perciò hanno imparato a non fidarsi di nessuno e a non aspettarsi niente.»
Il Piccolo Principe: «E pensare che io ero convinto che l’intelligenza, la cultura, il realismo fossero di aiuto per tenere viva la speranza…»
Il Piccolo Principe si rese conto che nell’universo ci sarebbe voluto qualcuno per seminare speranza, fraternità, sapienza. E tra sé e sé meditava: «Forse toccherebbe a me».
2 – LA CONVERSIONE ALLA QUALE SIAMO CHIAMATI: IL PRIMATO DELL’OPERA DELLO SPIRITO SANTO
Il linguaggio piuttosto innocuo dei documenti può assopire le comunità in un assestamento nell’inerzia che ripete la prassi di sempre perché legge le parole di sempre.
Ma ci sono parole di fuoco e ci sono parole di sale: certo, la foto del fuoco non scalda; certo, la foto del sale non dà sapore. Perciò è necessario mettere in evidenza le parole di fuoco e di sale perché lo Spirito ci chiama a conversione.
2.1 – L’identità del popolo di Dio
Dal Battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo scaturisce l’identità del Popolo di Dio. Essa si attua come chiamata alla santità e invio in missione per invitare tutti i popoli ad accogliere il dono della salvezza (cfr. Mt 28,18-19). È dunque dal Battesimo, in cui Cristo ci riveste di Sé (cfr. Gal 3,27) e ci fa rinascere dallo Spirito (cfr. Gv 3,5-6) come figli di Dio, che nasce la Chiesa sinodale missionaria.
(DF 15)
Il tema della missione è imbarazzante per le nostre comunità
La riduzione della natura missionaria della Chiesa a luogo comune è l’anestetico che spegne l’inquietudine e l’interrogativo della missione.
L’imbarazzo segnala forse una crisi di fede che spegne ogni desiderio di condivisione, convince alla reticenza a proposito di Gesù, della sua promessa, della sua missione di unico salvatore del mondo. L’annuncio della risurrezione di Gesù, fondamento della nostra fede, rischia di essere offerto come un assioma un po’ improbabile, come un “amen” convenzionale. Perciò – a quanto sembra – non suscita entusiasmo, non irradia gioia, non offre ragioni per la speranza.
Lo Spirito ci chiama a conversione
La conversione alla quale lo Spirito chiama la nostra Chiesa diocesana e la vita cristiana di ciascuno e di tutti è per vivere proprio attraverso la docilità al mandato missionario. A quanto pare coloro che hanno partecipato all’Assemblea sinodale hanno vissuto questa esperienza: «Il processo sinodale ci ha fatto provare il “gusto spirituale” (EG 268) di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse» (DF 17).
La visione di Chiesa che è stata proposta nel documento Chiesa dalle genti ispira la nostra Chiesa diocesana a quella condivisione del gusto di essere popolo di Dio con tutte le genti per vivere la missione di tutti verso tutti, giovinezza della Chiesa.
Nell’elaborazione del documento Chiesa dalle genti ci siamo interrogati non su “come vanno le cose” o come dobbiamo gestire l’esistente, ma su quale riforma ci chiede il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo.
La Chiesa è missione
L’identità missionaria del popolo di Dio non si può recuperare con uno sforzo volontaristico, con i buoni propositi; neppure può bastare il rammarico di constatare la diminuzione numerica e l’irrilevanza del messaggio proprio della comunità cristiana nel nostro contesto.
Lo Spirito di Dio che accompagna tutta la vita dei battezzati e tutte le scelte e le forme della vita cristiana alimenta lo zelo, dona intelligenza critica e fiduciosa perché il mandato missionario dia forma alla Chiesa. In questa docilità allo Spirito si incontrano tutti i battezzati, di ogni confessione cristiana, perché avvertono come una ferita la divisione tra i cristiani e sentono come un’urgenza il cammino ecumenico. Riscopre il suo significato profondo, proprio in questo quadro, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che chiede di essere meglio valorizzata e celebrata.
Risuonano con efficacia le parole di papa Francesco che incoraggia la Chiesa ad accogliere, ad ascoltare, a prendersi cura di tutti: todos, todos, todos. Non si tratta di accondiscendere a ogni idea e sensibilità, ma che tutti si sentano accolti, chiamati a conversione, destinatari di una vocazione.
2.2 – Annuncio
Un terreno buono
Lo Spirito di Dio ispira le Scritture perché siano come seme che porta frutto, come consolazione che tocca i cuori, come spada tagliente che dice: «Sì, sì», «No, no». La Parola ci chiama dunque a un ascolto che sia come un terreno buono in cui il seme può portare frutto.
Ma come giungerà la Parola ispirata dallo Spirito alla gente del nostro tempo?
Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? Come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!».
(Rm 10,14-15)
Occorrono energie e risorse per dare corpo a forme inedite di annuncio del Vangelo in questo nostro cambiamento d’epoca. Ripenso alle intuizioni e all’audacia dei vescovi miei predecessori (le nuove chiese dei cardinali Montini e Martini, i gesti di carità del cardinale Tettamanzi, i nuovi Aeropaghi del cardinale Scola) e mi accorgo che anche oggi siamo chiamati a osare nuovi passi. Per questa ragione ho accettato l’invito e la sfida a immaginare una presenza religiosa nell’area che fu di Expo 2015 e ora di Mind.
Sento davvero come nostra la sfida che papa Leone XIV ha presentato a noi vescovi italiani nell’udienza del 17 giugno scorso, ovvero, la capacità, come cristiani (ma anche come religioni), di testimoniare un umanesimo che sappia valorizzare, anche dentro l’epoca del digitale, elementi antropologici essenziali come il corpo, la vulnerabilità, la sete di infinito, il bisogno di legami.
L’annuncio della Parola
Nella vita delle nostre comunità in molte forme si pratica l’annuncio della Parola: nell’omelia domenicale, nelle proposte di catechesi e di studio della teologia, per laici e consacrati, nei gruppi di ascolto della Parola, nei percorsi formativi proposti da associazioni e movimenti. Coloro che presiedono l’Eucaristia hanno anche la responsabilità di incoraggiare e orientare le molte forme con cui la Parola “corre” sulle strade degli uomini. D’altra parte tutto il popolo cristiano contribuisce a provocare i preti perché la vita renda, con le sue domande e le sue bellezze, con i suoi drammi e il suo splendore, vive e ardenti le parole di cui hanno responsabilità.
Chi semina la parola di salvezza là dove si vive, si lavora, si fa festa, si soffre?
Come si può testimoniare e annunciare il Vangelo fuori dagli ambienti ecclesiali? La risposta a questa
domanda non è facile e non può essere solo individuale. Sento il dovere di incoraggiare tutte le forme di missione che lo Spirito suscita nei discepoli di Gesù perché siano lievito, presenza silenziosa e siano voce e conversazione nel dialogo quotidiano e nelle diverse situazioni della vita. Con questa intenzione, tra le altre iniziative, stanno prendendo vita le Assemblee sinodali decanali. Sono forme di pratica sinodale per la missione ancora embrionali, ma promettenti.
L’Assemblea sinodale decanale può essere uno stimolo per tutta la comunità e un laboratorio per sperimentare con quale atteggiamento di discrezione, di rispetto e di franchezza sia praticabile la missione senza diventare proselitismo, propaganda o timida omologazione.
Un impegno in più?
Si deve riconoscere che non di rado l’opera del Gruppo Barnaba e l’avvio delle Assemblee sinodali decanali sono stati circondati da un certo scetticismo da parte di molti, come si trattasse di una struttura superflua, di un impegno in più, di un organismo che complica le dinamiche delle comunità.
Le ragioni dello scetticismo devono essere considerate con sapienza. Insieme però è necessario considerare l’intenzione di rendere significativa la testimonianza dei cristiani nella vita ordinaria e responsabilizzare tutti i battezzati perché si facciano carico della missione. Solo una vera gioia, solo una sapienza del discernimento, solo una procedura sinodale della decisione potrà smentire le ragioni dello scetticismo.
I ministeri istituiti per il servizio delle comunità e per la missione
L’istituzione dei ministeri dell’Accolito, del Lettore, del Catechista, che quest’anno riguarda un primo gruppo di uomini e donne, si inserisce nel percorso sinodale come una forma di corresponsabilità per la missione.
È opportuno che in ogni comunità sia offerta la proposta del percorso di formazione e di esercizio dei ministeri istituiti come forma di corresponsabilità per la missione.
2.3 – Iniziazione, battesimo
La testimonianza dei catecumeni
Ci sono i catecumeni. Pochi, dispersi qua e là in diocesi, di età, storie, provenienze diverse: adolescenti, giovani, adulti che chiedono di ricevere il battesimo per essere parte della comunità cristiana.
Può essere sorprendente, ma far parte della comunità cristiana è desiderabile. La testimonianza dei catecumeni, del loro itinerario di iniziazione, della festa del loro battesimo, può forse risvegliare anche coloro che ritengono che far parte della comunità cristiana sia noioso. Il racconto delle storie di vita di coloro che chiedono il battesimo ricorda spesso che le motivazioni per questa scelta sono proprio l’incontro con fratelli e sorelle incrociati in università, negli ambienti di lavoro, nella pratica del volontariato, nell’aver cominciato “ad andare a messa”, per amicizia, per curiosità, per rispondere a un invito.
Il passaggio decisivo del battesimo
Non siamo autorizzati a sottovalutare l’opera che Dio sta compiendo, anche se i nostri occhi sono talora miopi e incapaci di vedere.
In queste vicende di persone che chiedono di far parte della comunità cristiana risulta con più evidenza che il battesimo è passaggio decisivo e assunzione di responsabilità.
Il Battesimo è il fondamento della vita cristiana perché introduce tutti nel dono più grande: essere figli di Dio, cioè partecipi della relazione di Gesù al Padre nello Spirito. Nulla vi è di più alto di questa dignità, ugualmente donata a ogni persona, che ci fa rivestire di Cristo ed essere innestati in Lui come tralci nella vite. […] Grazie all’unzione dello Spirito Santo ricevuta nel Battesimo (cfr. 1Gv 2,20.27), tutti i credenti possiedono un istinto per la verità del Vangelo, chiamato sensus fidei.
(DF 21-22)
Tutti i battezzati hanno il diritto e la responsabilità di prendere la parola per contribuire all’edificazione della Chiesa, alla conoscenza della verità del Vangelo, all’annuncio della salvezza a tutte le genti. Ogni battezzato è pietra viva nell’edificazione della Chiesa: è chiamato a contribuire secondo le sue possibilità, in semplicità e carità; è chiamato a consigliare, senza la pretesa di imporre il suo punto di vista; è chiamato a rendersi disponibile per le necessità della comunità, senza lasciarsi trattenere dalla pigrizia o dal pregiudizio di essere inadeguato.
2.4 – La celebrazione eucaristica
L’Eucaristia dà forma alla Chiesa
La consapevolezza proclamata che «l’Eucaristia fa la Chiesa» e la Chiesa riceve la sua “forma” di comunità unita e pluriforme dalla celebrazione eucaristica è spesso ribadita.3 Non potrà essere ricevuto il dono della comunione, non potrà vivere la comunità, non potrà essere praticata la sinodalità, se i discepoli non si lasciano plasmare dalla partecipazione spirituale alla celebrazione eucaristica.
Un dovere un po’ noioso?
Queste affermazioni, però, sembrano spesso smentite da uno sguardo realistico sulla vita delle comunità. Infatti sembra che i battezzati, in gran numero, possano vivere e avere coscienza di essere cristiani e operare per praticare i valori evangelici a prescindere dalla partecipazione alla messa. Per molti – a quanto sembra – la partecipazione alla messa domenicale è un dovere un po’ noioso che si aggiunge alle molte cose da fare. La vita di comunità cristiane di altri Paesi racconta che i cristiani affrontano anche molte fatiche e pericoli per partecipare alla messa, che sentono come necessaria.
Nel nostro territorio, forse in altri tempi essere cristiani si esprimeva nell’“andare almeno a messa”, come se la partecipazione al rito fosse sufficiente per l’adempimento dei propri doveri. Al contrario, per molti oggi è abituale dichiararsi cristiani, anche se “non sono praticante e a messa ci vado poco”. I due atteggiamenti rivelano una inadeguata comprensione della vita cristiana e della sua origine e forma.
Il pane del cammino
La proposta pastorale è, in sostanza, l’anno liturgico, cioè siamo cristiani per quella grazia che riceviamo dal mistero che celebriamo.
Tutti i fedeli sono chiamati a celebrare l’Eucaristia presieduta dal ministro ordinato perché la comunità faccia memoria della Pasqua di Gesù.
Con questa sottolineatura si vuole ribadire che non possiamo camminare se non ci nutriamo del pane del cammino che è Gesù. Non possiamo essere testimoni della verità che salva se non siamo uniti in un cuore solo e un’anima sola spezzando l’unico pane che è Gesù.
Non possiamo aver parte alla vita eterna se non mangiamo la carne e il sangue, cioè la Pasqua di Gesù. Non possiamo realmente obbedire al comando di Gesù del «fate questo in memoria di me», se non viviamo come memoria di Gesù.
Non possiamo edificare il corpo di Cristo, nella sua unità e pluriformità, se non ci conformiamo a Gesù per opera dello Spirito Santo.
Non possiamo salvarci dal pericolo di ridurre la vita cristiana a organizzazione, iniziative, riunioni, calendari, se non ci lasciamo accendere il cuore dalla parola di Gesù e se non lo riconosciamo nello spezzare del pane.
Curare le celebrazioni
Perché lo Spirito di Gesù configuri il volto della Chiesa per il nostro tempo, come per tutti i tempi, è necessario curare le condizioni e la forma della celebrazione.
La pubblicazione della seconda edizione del Messale Ambrosiano (come precedentemente del Messale Romano) è un’occasione per prendersi cura della celebrazione eucaristica perché il “maestro interiore” conceda la grazia di gustare, capire, vivere l’Eucaristia.
Il Messale non è un libro da leggere, ma uno strumento da utilizzare perché ogni comunità celebri in modo significativo.
Come potrà essere vissuta la messa che dà forma alla comunità se non si ascoltano le parole, se le Scritture non sono adeguatamente commentate perché ne scaturisca il fuoco, se non si curano i gesti, se non si esprime la creatività richiesta dal rito all’assemblea e a colui che presiede, se non c’è attenzione per trasformare il convenire dei singoli in un’assemblea, se non si vive il congedo come una missione, come potrà essere vissuta la messa come grazia che dà forma alla comunità? La cura per la celebrazione eucaristica merita attenzione costante e competenza proporzionata: per questo insisto che in ogni comunità sia attivo il Gruppo liturgico.
Essere comunità cristiana nel cambiamento d’epoca
Ricevere il battesimo e celebrare la messa è principio di tutto, ma non è tutto.
La forma della missione, la grazia della comunione sono provocati dalla realtà in cui la comunità cristiana vive. Il cambiamento d’epoca cambia anche la comunità cristiana e la sua presenza nella storia, perché il territorio non è un fossile, ma un fluido e la vita della gente assomiglia di più a un migrare che a un abitare.
Per dare forma, letizia, fiducia all’inedito è necessario che i discepoli, condotti dallo Spirito, pratichino con serietà e sapienza il discernimento comunitario, esercitandosi nell’ascolto, nella conversazione spirituale, nell’invocare il giudizio della Parola di Dio e nel propiziare l’opera di chi presiede la comunità per il consenso e la decisione sulla strada da percorrere.
SECONDO INTERMEZZO
Stavo per scrivere qualche domanda per favorire il lavoro degli operatori pastorali e di tutti i fedeli. Avrei voluto chiedere: come è promossa nelle nostre comunità la dignità battesimale e la vocazione alla corresponsabilità che è connessa? Chi, come, con quale frutto cura la celebrazione della messa, in modo che sia principio della vita e della missione della comunità? Come funziona il Gruppo liturgico e come si ha cura del rapporto tra la messa e la vita, tra il radunarsi e il disperdersi negli ambienti della vita della gente?
Stavo dunque scrivendo qualche domanda, quando mi sono assopito. Infatti certi lavori sono un po’ noiosi. E nel sonno ho fatto un sogno.
Dialogo immaginario tra il padrone della vigna e la gente della piazza
Il padrone della vigna: «Che cosa fate qui tutto il giorno senza fare nulla?»
La gente della piazza: «Noi non siamo stati invitati. Quelli della prima ora e della seconda ora occupano
tutti i posti, esercitano tutti i ruoli. Siamo quelli chiamati per ultimi quando tutto è già stato deciso e organizzato.»
Il padrone della vigna: «Venite anche voi a lavorare.
C’è bisogno di tutti nella vigna del Signore.
Venite però con disponibilità a collaborare con gli altri.
Per combinare qualche cosa di utile non dovete pretendere di essere i primi e i migliori e che le vostre proposte diventino legge.»
La gente della piazza: «Be’, però c’è bisogno almeno di essere ascoltati. Ci sarebbero molte cose da dire. Le cose infatti non vanno bene nella vigna. Ma è difficile convincere quelli che dicono: “Qui si è sempre fatto così”! Sembra che abbiano già deciso tutto. Replicando quello che hanno fatto l’anno scorso. Per coltivare la vigna non basta averla coltivata l’anno scorso. Forse non si sono accorti che la situazione è cambiata, piove quando non dovrebbe e vengono talora grandinate e siccità.»
Il padrone della vigna: «Venite anche voi a lavorare nella mia vigna. Ho bisogno proprio di gente che porti idee nuove, nuove energie.»
La gente della piazza: «Noi abbiamo idee nuove e idee antiche. Noi abbiamo la sapienza dei secoli e quella di Mosè. A Mosè ha parlato Dio, ma tu con che autorità puoi introdurre un insegnamento nuovo?»
Il padrone della vigna
«In realtà a me è stato dato ogni potere.
Perciò sono venuto: per raccogliere il frutto della vigna che mio Padre ha piantato
e che ha affidato ai lavoratori.
Venite anche voi a lavorare nella mia vigna.»
La gente della piazza: «Ma io non posso venire: ho comprato un campo e devo andare a coltivarlo. Ma io non posso venire: ho appena preso moglie. Ma io non posso venire: il direttore dei lavori mi è antipatico. Ma io non posso venire: io non sono competente sui lavori in corso. Se entro nella vigna mi sembra di entrare in un altro mondo. Si usano parole che non capisco. Si fanno dei problemi che non esistono.»
Il padrone della vigna: «Siete come bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
Venite a lavorare nella mia vigna, prendete le vostre responsabilità, invece di stare qui a criticare.»
La gente della piazza: «Se lasciamo le nostre cose per entrare nella vigna, che vantaggi ne avremo?»
Il padrone della vigna: «No, non ci sono vantaggi. Non ci sono premi. È ridicolo pensare che si faccia carriera. Ci sarà solo il dono. Riceverete anche voi un denaro, come quelli della prima ora. Un denaro, quanto basta per entrare nella casa del Signore.»
La gente della piazza: «Ci proponi strani affari. Però, mentre tutti servono prima il vino buono e poi, quando gli invitati sono ubriachi, servono il vino meno buono, tu hai tenuto in serbo finora il vino migliore. Lasciaci entrare dunque nella tua vigna!»
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