20 minuti

Tra voi, però, non sia così (3°parte)

Tra voi, però, non sia così. Per la ricezione diocesana del cammino sinodale - Proposta pastorale 2025-2026 (3° parte)

Autore: Monsignor Mario Delpini

La conversione alla quale siamo chiamati: custodire l’originalità cristiana nelle relazioni. 

La sinodalità è innanzitutto una disposizione spirituale che permea la vita quotidiana dei Battezzati e ogni aspetto della missione della Chiesa. Una spiritualità sinodale scaturisce dall’azione dello Spirito Santo e richiede l’ascolto della Parola di Dio, la contemplazione, il silenzio e la conversione del cuore.

(DF 43)

3.1 – Un discernimento incarnato

La missione esige e configura il discernimento ecclesiale. Come essere un segno della presenza del Regno nella storia di oggi? Come annunciare il Vangelo a tutte le creature, in tutte le lingue, in ogni cultura?

Non basteranno i discorsi e i documenti magisteriali che orientano tutta la Chiesa. Per questo è necessario praticare un discernimento ecclesiale che si incarni nel contesto preciso in cui vive la comunità cristiana.

Il discernimento ecclesiale non è una tecnica organizzativa, ma una pratica spirituale da vivere nella fede. […] Prevedendo l’apporto di tutte le persone coinvolte, il discernimento ecclesiale è allo stesso tempo condizione ed espressione privilegiata della sinodalità, in cui si vivono insieme comunione, missione e partecipazione. Quanto più tutti sono ascoltati, tanto più il discernimento è ricco.

(DF 82)

3.2 – Perfetti nell’unità?

Il discernimento per orientare il cammino della comunità nella missione di cui ha la responsabilità richiede relazioni fraterne “secondo lo Spirito”. Chi si cura della qualità delle relazioni? Il comandamento di amarci gli uni gli altri come Gesù ha amato noi deve configurare la comunità cristiana.

La preghiera che Gesù rivolge al Padre perché i suoi discepoli siano «perfetti nell’unità e il mondo conosca… perché il mondo creda…» (cfr. Gv 17,21.23) è stata certo esaudita dal Padre. Non sembra però che la grazia dell’unità invocata da Gesù sia stata accolta nelle comunità cristiane. Sono infatti divisi nelle diverse confessioni che potrebbero essere espressione della molteplicità dei doni e invece sono ferite che non si lasciano curare. Si stenta a riconoscere che sono «perfetti nell’unità» anche i discepoli che si riconoscono nella Chiesa cattolica e anche nelle singole comunità cristiane di cui si compone la nostra diocesi.

Le nostre comunità sono generose, intraprendenti, creative, impegnate in molti ambiti per il servizio di molti. È più difficile, invece, riconoscere che sono perfette nell’unità.

3.3 – Dal presbitero al presbiterio

La responsabilità della presidenza delle comunità, che in forza del sacramento dell’Ordine è attribuita al vescovo e al prete, deve essere intesa come servizio alla comunione, cura perché le relazioni siano vissute secondo il Vangelo.

Come vivere il ministero in una Chiesa comunione che pratica la sinodalità?

Ai preti sono stati attribuiti troppi compiti e le pretese che li circondano rendono faticosa la vita del sacerdote. È necessaria una riforma del clero per interpretare il ministero in modo più adatto alla nostra situazione e rendere più sostenibile la vita del prete.

La riforma del clero deve avere la priorità di passare dal presbitero al presbiterio. I preti sono chiamati a essere uniti al vescovo, uniti tra di loro, uniti nell’unico clero diocesano con i diaconi.

La forma sinodale dell’esercizio del ministero ordinato deve propiziare quel cammino verso l’unità perfetta per cui Gesù ha pregato.

È dunque necessario che la formazione dei preti e l’esercizio del ministero presbiterale abbiano come elemento qualificante la consapevolezza di appartenere al presbiterio e di avere la responsabilità della comunione. Alcune immagini tradizionali per descrivere il ministero del prete, come quella del pastore, del maestro, di “colui che presiede” eccetera, devono essere interpretate nello spirito evangelico e secondo la parola di Gesù che chiama all’originalità nell’esercizio della responsabilità e del potere: «Tra voi però non è così e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,43-44).

3.4 – Come presiedere nella sinodalità

La responsabilità di colui che presiede è di servire la gente perché sia custodita la comunione che è dono di Dio e sia riconoscibile l’unità della comunità. Questa responsabilità deve trovare concreto esercizio nel promuovere la responsabilità di tutti nell’edificare la comunità, secondo il dono di ciascuno. La sinodalità non è una pratica senza presidenza, la presidenza non è una pratica senza promozione dell’unità, della vocazione di ciascuno, della pluriformità convocata in armonia.

Il prete, che presiede l’Eucaristia e, in nome del vescovo, è a servizio della comunione, ha un ruolo irrinunciabile e benedetto. È necessario coltivare la fierezza di questo servizio e circondare di stima i discepoli che se ne fanno carico entrando nel ministero ordinato. La sinodalità non è una riduzione del ruolo del prete, ma una sua esaltazione. La corresponsabilità non è un attentato al potere del prete, ma la forma cristiana per onorare la dignità battesimale e promuovere la comunione come dono di Dio e vita comunitaria.

Parlando al clero di Roma, papa Leone XIV ha insistito sulla vocazione all’unità e sulle difficoltà che la insidiano.4

3.5 – Formarsi a uno stile

Tutte le componenti della comunità sono chiamate a entrare nella logica della sinodalità.

È necessaria una formazione del clero e dei laici che siano aiutati a praticare la spiritualità, vivere uno stile, agire con senso di responsabilità per contribuire alla missione della Chiesa nell’edificare la comunione ecclesiale.

Nelle nostre comunità non c’è bisogno solo di un’accortezza organizzativa: c’è bisogno di insistere per un cammino virtuoso perché lo Spirito di Dio possa rendere disponibili alla costruzione dell’unità. Pertanto potrebbe essere significativo richiamare in modo ricorrente qualche testo biblico che esorta alla pratica delle forme della carità, come, per esempio, la Lettera ai Romani (12,2ss):

Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. […] Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione. […] La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Non stimatevi sapienti da voi stessi.

 

3.6 – Conversione e riconciliazione

La grazia della comunione è anche un esigente richiamo alla conversione, alla riconciliazione. Pertanto è necessario che siano proposte durante l’anno celebrazioni penitenziali comunitarie e che questo testo o altri analoghi diventino punto di partenza per l’esame di coscienza personale e comunitario. Per guidare questi momenti penitenziali sarebbe opportuno favorire interventi di tutte le componenti del popolo di Dio, quindi laici e laiche, consacrati e consacrate, diaconi e preti.

 

4 –  Per l’apprendistato della sinodalità per la missione 

I passaggi del discernimento ecclesiale possono articolarsi in diversi modi, a seconda dei luoghi e delle tradizioni. Anche sulla base dell’esperienza sinodale, è possibile identificare alcuni elementi chiave che non dovrebbero mancare:

a) la presentazione chiara dell’oggetto del discernimento e la messa a disposizione di informazioni e strumenti adeguati per la sua comprensione;

b) un tempo conveniente per prepararsi con la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio e la riflessione sul tema;

c) una disposizione interiore di libertà rispetto ai propri interessi, personali e di gruppo, e l’impegno per la ricerca del bene comune;

d) un ascolto attento e rispettoso della parola di ciascuno;

e) la ricerca di un consenso il più ampio possibile, che emergerà attraverso ciò che più «fa ardere i cuori» (cfr. Lc 24,32), senza nascondere i conflitti e senza cercare compromessi al ribasso;

f) la formulazione da parte di chi guida il processo del consenso raggiunto e la sua presentazione a tutti i partecipanti, perché manifestino se vi si riconoscono o meno.

Sulla base del discernimento, maturerà la decisione opportuna che impegna l’adesione di tutti, anche quando il proprio parere non è stato accolto, e un tempo di recezione nella comunità, che potrà portare a successive verifiche e valutazioni.

(DF 84)

4.1 – Necessità della formazione

La descrizione delle attenzioni e delle procedure richieste per tradurre la sinodalità in pratica, cioè come espressione di comunione fraterna, di stima vicendevole, di franchezza nel confronto, di sapienza nell’esercizio della autorità e nella elaborazione del consenso, suggerisce l’importanza di momenti di formazione. Tutti i soggetti coinvolti nelle procedure decisionali, cioè tutto il popolo di Dio – fedeli laici, preti, diaconi, consacrati, consacrate –, sono chiamati a coltivare una matura sensibilità ecclesiale, una cura per la relazione fraterna, una spiritualità sinodale.

I Consigli pastorali, le Assemblee sinodali decanali, le fraternità decanali del clero hanno ricevuto proposte di formazione che hanno preso la forma di un laboratorio di sinodalità.

In particolare per i Consigli pastorali continua il percorso – promosso dalla diocesi in collaborazione con l’Azione Cattolica Ambrosiana – dedicato alle giunte dei Consigli (parroci e moderatori) e quest’anno incentrato sul tema della “missione”. A un primo incontro fondativo nella stessa data per tutta la diocesi seguirà un secondo incontro metodologico nelle Zone. Anche quest’anno saranno proposte schede di autoformazione per i Consigli pastorali.

Per le Assemblee sinodali decanali continueranno gli incontri “Artigiani di sinodalità” – promossi dalla diocesi in collaborazione con l’Azione Cattolica – e proseguirà la proposta di formazione metodologica “Ascoltare, partecipare, collaborare… sono cose da imparare!”. Proseguiranno anche gli incontri di condivisione del cammino compiuto nelle Zone pastorali con i referenti diocesani e i vicari di Zona.

Per la formazione permanente del clero le proposte e le iniziative sono raccolte nel tradizionale sussidio curato dal vicariato. Oltre a offrire materiale per la riflessione e lo studio personale, il “Quaderno della Formazione Permanente del Clero” vuole essere strumento di comunione e di diocesanità per tutto il clero anche nella scelta della formazione. Lo strumento offre per tutti materiale e linee da seguire e ovviamente richiede di essere adattato per una formazione contestualizzata nel territorio e nella concreta fraternità di ogni decanato.

Nel corso dell’anno saranno convocati insieme il Consiglio pastorale diocesano, il Consiglio presbiterale, l’Assemblea dei decani per una sessione congiunta che potrà contribuire a precisare le forme di ricezione della pratica della sinodalità nella nostra diocesi.

4.2 – Cammini avviati

Ambiti pastorali

Una “scuola di pratica sinodale” può essere la famiglia. La vita quotidiana delle famiglie e le proposte pastorali diocesane offrono percorsi, tematiche, appuntamenti che raccomando all’attenzione di tutti. La differenza decisiva tra uomo e donna, la relazione intergenerazionale, la responsabilità verso il generare, l’accudire, l’educare e il curare sono la pratica di cui vive l’umanità e sono espressione di un camminare insieme che offre elementi istruttivi per tutti.

Tutto l’ambito della pastorale sociale e caritativo è coinvolto nella conversione a uno stile sinodale. È anche da qui che possono nascere alcune delle intuizioni più vere del cammino sinodale. Questo ambito, infatti, ci ricorda che la Chiesa non può parlare da un pulpito distante, ma deve farsi compagna di strada, abitare le fatiche quotidiane, mettersi accanto ai lavoratori, ai giovani, alle famiglie, ai territori. È una pastorale che ci riporta con i piedi per terra, là dove la vita accade. E ci insegna che la fede non è un mondo a parte, ma si intreccia con le scelte concrete, con la giustizia, con la dignità del lavoro, con le fragilità che attraversano le comunità. Proprio in questo contesto si capisce che la sinodalità non è una teoria, ma una pratica. È imparare a lavorare insieme, a non procedere da soli. È dare valore all’ascolto, al confronto, al tempo speso per costruire relazioni vere. E in tutto questo si apre una sfida decisiva: formare coscienze libere, mature, capaci di discernimento.

Per questo motivo, proprio a partire da quella eccellenza che come diocesi possiamo esibire che è la testimonianza della carità, stiamo immaginando come gli organismi di Curia che si fanno carico della carità, della pastorale sociale, della pastorale della salute possano stabilire rapporti di collaborazione e integrazione per la promozione dello sviluppo umano integrale: si tratta di trascinare, nell’ottica della comunione che stiamo descrivendo, tutti i settori della vita sociale, perché lo splendore di una dimensione diventi il riflesso di luce di tutte le azioni che come Chiesa svolgiamo nel sociale.

La Curia diocesana

La comunità di lavoro che è la “Curia allargata” ha sperimentato la stesura della “Carta dei valori” che ne esprime sinteticamente l’identità e la missione.

Un tratto distintivo e singolare di tale comunità di lavoro che è la Curia allargata è rappresentato dalla copresenza di preti, consacrati e laici. Condividendo gli stessi valori e perseguendo la medesima missione, si lavora insieme in una corresponsabilità differenziata ma sinergica, che discende dai diversi stati di vita e dai differenti compiti/ruoli di ciascuno. Nel servizio alla diocesi, la Curia, richiamando quanto scriveva il cardinale Angelo Scola, si impegna a equilibrare al meglio il nesso tra i soggetti della concreta azione pastorale (parrocchie, unità e comunità pastorali, associazioni, movimenti, congregazioni religiose, decanati e zone) e la Curia stessa. Compito degli uffici è accompagnare i soggetti ad approfondire il rapporto con gli ambiti di vita reale della gente […]. I mezzi poi debbono essere sempre subordinati e proporzionati ai fini. (Il Campo è il mondo, cap. 6 paragrafo c)

4.3 – La celebrazione del segno della Chiesa

La celebrazione di un appuntamento che sia invocazione di grazia e segno riconoscibile del cammino in atto offre a tutta la comunità un richiamo e un incoraggiamento. Infatti è immenso il popolo di preti, diaconi, religiosi, religiose, laici e laiche che sono a servizio del cammino della nostra Chiesa diocesana. La terza domenica di ottobre, quando si celebra la solennità della Dedicazione del Duomo, quest’anno il 19 ottobre, è il momento propizio per rendere noti a tutti le raccomandazioni diocesane, i passi compiuti, le proposte future, le correzioni necessarie.

 

Conclusione

Stavo per scrivere una conclusione adatta, incoraggiante e sintetica per raccomandare la ricezione della proposta pastorale, ma, in confidenza, penso di aver scritto abbastanza. E mentre ero incerto sul da farsi mi sono assopito. E nel sonno ho sognato.

 Dialogo immaginario tra don Camillo e il Signore crocifisso

Signore: «Don Camillo, dove vai così di corsa? Fermati un momento. Ho una cosa da dirti.»

Don Camillo: «Scusami, Signore, ma sono proprio di fretta. Più tardi, spero, avrò un po’ di tempo. Ma che cos’hai da dirmi?»

Signore: «Come mai tanta fretta? Volevo parlarti di quella lettera che hai in tasca. L’hai forse letta? Forse non sei d’accordo? È per questo che sei indaffarato: per non pensarci?»

Don Camillo: «Si tratta di una di quelle lettere inutili che scrivono i monsignoroni di Curia che non hanno niente da fare. Mentre io non ho un momento libero. Qui devo pensare io a tutto: adesso devo correre a preparare l’aula per i bambini del catechismo. Quelle pesti! Alcuni sono proprio scapestrati. Purtroppo devo anche riconoscere che i più simpatici e attenti sono i figli di Peppone, quel comunista mangiapreti.»

Signore: «Ma che cosa dice la lettera inutile, don Camillo?»

Don Camillo: «Mah, le solite cose! Dice che si deve formare il Consiglio pastorale e che si deve decidere insieme quello che si deve fare in parrocchia. Ma ti pare? Qui tocca sempre a me fare tutto. Ci voleva anche il Consiglio pastorale! Scusami, Signore, ma adesso devo proprio andare a preparare l’aula. Oltre a Brescello devo occuparmi anche di Ghiarole. Ti rendi conto? Due parrocchie e un solo prete.»

 Signore: «Don Camillo, don Camillo, non dire bugie. A Ghiarole c’è chi può aiutarti.»

Don Camillo: «Chi? Quel pretino di don Pierino? Ma se non va neanche in bicicletta…»

Signore: «Non ho mai comandato agli apostoli di andare in bicicletta. Devono solo andare e don Pierino è andato.»

Don Camillo: «Ma se Peppone gli dà un cazzotto lo spedisce al paese vicino.»

 Signore: «Ma perché Peppone gli dovrebbe dare un cazzotto? Forse è un modo di discutere tra voi. Ma non è propriamente da persone educate…»

Don Camillo: «Perdonami, Signore. Adesso devo proprio andare.»

Signore:  «Don Camillo, don Camillo, e la questione del Consiglio pastorale?»

Don Camillo: «Signore, non discuto che possa essere una buona idea. Ma la gente di Brescello non è pronta, non è preparata, non ci tiene a ragionare insieme. È gente che lavora e lavora, ma delle cose di Chiesa non si intende.»

Signore:  «Ho sentito dire, però, che in Consiglio comunale si discute animatamente e si decide.»

Don Camillo: «Ma che dici? Mi porti a modello quei farabutti comunisti amici di Peppone?»

Signore: «Solo per dire che in paese c’è gente che discute, che confronta le idee e decide. Per esempio perché non chiedi al ragioniere? O alla maestra? O alla signora Amalia?»

Don Camillo: «Ma che cosa mi suggerisci? Il ragioniere è un bravo ragioniere ma non distingue il turibolo dall’ostensorio! E la vecchia maestra non so perché è la confidente della moglie di Peppone. E la signora vuole impegnarsi in politica in questo paese di matti!»

Signore:  «Don Camillo, il Consiglio pastorale non deve essere il Consiglio di sacrestia, né si deve pensare che quelli che fanno parte del Consiglio non si interessino del paese e di chi lo abita. Coraggio, don Camillo, mettiti all’opera: hai bisogno di gente che ti consigli e che ti aiuti, gente che sa della vita e della gente, del Vangelo e della Chiesa. Non vorrai mica salvare il paese da solo…»

Don Camillo: «Signore, con te non si può discutere.

Hai sempre ragione.»

————————————————————-

1 «Nel corso del processo sinodale è maturata una convergenza sul significato di sinodalità che sta alla base di questo Documento: la sinodalità è il camminare insieme dei Cristiani con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione a tutta l’umanità; orientata alla missione, essa comporta il riunirsi in assemblea ai diversi livelli della vita ecclesiale, l’ascolto reciproco, il dialogo, il discernimento comunitario, il formarsi del consenso come espressione del rendersi presente di Cristo vivo nello Spirito e l’assunzione di una decisione in una corresponsabilità differenziata. In questa linea comprendiamo meglio che cosa significa che la sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa» (cfr. CTI, n. 1, in DF 28).

2 Prosegue poi papa Francesco: «Il Documento finale partecipa del Magistero ordinario del Successore di Pietro (cfr. EC 18 § 1; CCC 892) e come tale chiedo che venga accolto. Esso rappresenta una forma di esercizio dell’insegnamento autentico del Vescovo di Roma che ha dei tratti di novità ma che in effetti corrisponde a ciò che ho avuto modo di precisare il 17 ottobre 2015, quando ho affermato che la sinodalità è la cornice interpretativa adeguata per comprendere il ministero gerarchico. Approvando il Documento, il 26 ottobre scorso, ho detto che esso “non è strettamente normativo” e che “la sua applicazione avrà bisogno di diverse mediazioni. Questo non significa che non impegni fin da ora le Chiese a fare scelte coerenti con quanto in esso è indicato. Le Chiese locali e i raggruppamenti di Chiese sono ora chiamati a dare attuazione, nei diversi contesti, alle autorevoli indicazioni contenute nel Documento, attraverso i processi di discernimento e di decisione previsti dal diritto e dal Documento stesso».

3 «La celebrazione dell’Eucaristia, soprattutto alla domenica, è la prima e fondamentale forma con cui il santo Popolo di Dio si riunisce e si incontra. […] Nella “piena, consapevole e attiva partecipazione” (SC 14) di tutti i Fedeli, nella presenza di diversi ministeri e nella presidenza da parte del Vescovo o del Presbitero, si rende visibile la comunità cristiana, nella quale si realizza una corresponsabilità differenziata di tutti per la missione. Per questo la Chiesa, Corpo di Cristo, impara dall’Eucaristia ad articolare unità e pluralità: unità della Chiesa e molteplicità delle assemblee eucaristiche; unità del mistero sacramentale e varietà delle tradizioni liturgiche; unità della celebrazione e diversità delle vocazioni, dei carismi e dei ministeri. Nulla più dell’Eucaristia mostra che l’armonia creata dallo Spirito non è uniformità e che ogni dono ecclesiale è destinato all’edificazione comune» (DF 26).

4 «Ma dobbiamo vigilare perché, oltre al contesto culturale, la comunione e la fraternità tra di noi incontrano anche alcuni ostacoli per così dire “interni”, che riguardano la vita ecclesiale della Diocesi, le relazioni interpersonali, e anche ciò che abita nel cuore, specialmente quel sentimento di stanchezza che sopraggiunge perché abbiamo vissuto delle fatiche particolari, perché non ci siamo sentiti compresi e ascoltati, o per altri motivi. Io vorrei aiutarvi, camminare con voi, perché ciascuno riacquisti serenità nel proprio ministero; ma proprio per questo vi chiedo uno slancio nella fraternità presbiterale, che affonda le sue radici in una solida vita spirituale, nell’incontro con il Signore e nell’ascolto della sua Parola. Nutriti da questa linfa, riusciamo a vivere relazioni di amicizia, gareggiando nello stimarci a vicenda (cfr. Rm 12,10); avvertiamo il bisogno dell’altro per crescere e per alimentare la stessa tensione ecclesiale» (Leone XIV al clero di Roma, 12 giugno 2025).