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Trasfigurazione: la luce che precede e abita ogni fatica

Omelia nella Seconda Domenica di Quaresima Anno A - Mt 17,1-9

Autore: Don Flavio Maganuco

II DOMENICA Di QUARESIMA (ANNO A)

Gen 12,1-4 Sal 32 2Tm 1,8-10 Mt 17,1-9

TRASFIGURAZIONE: la luce che precede e abita ogni fatica.

Quaresima è tempo di penitenza; è tempo di fioretti; è tempo di rinunce; in una sola parola: è tempo di fatica.
Tutto vero: non “rivoluzioniamo” nulla. Ma questa fatica non è affatto una fatica sterile o fine a se stessa, e sopratutto: non la facciamo da soli.

Permettetemi allora di sottolineare la grande importanza della Celebrazione Eucaristica e di dire grazie; perchè, di domenica in domenica, ci viene ricordata questa bella verità e veniamo arricchiti dalla sapienza e dalla saggezza che solo la Parola di Dio è capace di donare.

Domenica scorsa ci siamo soffermati a riflettere sul dono dell’alito di Vita che Dio ha consegnato all’umanità; oggi veniamo guidati da un altro segno, quello della Trasfigurazione.

Qualora pensassimo che la Quaresima sia solo un tempo di penombra, la liturgia di oggi ribalta le nostre prospettive offrendoci invece l’immagine del volto luminoso di Cristo.

Perché questa luce adesso? Perché non alla fine?

Forse perché Dio sa che non si può attraversare la “valle di lacrime” – come la chiamiamo noi nella preghiera del “Salve Regina” – se prima non si è fatta l’esperienza luminosa del monte Tabor.

Su quel monte Gesù si trasfigura, le sue vesti diventano splendenti, e una voce dal cielo dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato”.

Prima della passione, prima del rifiuto, del tradimento, prima del Getsemani, il Padre gli ricorda chi è. Non gli toglie la croce. Gli ricorda che è l’Amato.

Anche la prima lettura ci racconta qualcosa di simile. Abramo è un uomo che aveva una terra, una stabilità, una misura. Eppure Dio lo chiama a uscire; ma prima di indicargli il cammino, prima di dargli qualsiasi istruzione, lo benedice.

Questa Parola oggi ci sta dicendo che la benedizione viene prima del cammino, che l’amore precede la prova.
Abramo parte non perché ha tutto chiaro, non perché ha il cuore leggero, ma perché è forte della benedizione e della promessa di bene che Dio gli ha dato, perché si fida di Lui.

Nella seconda lettura Paolo di Tarso scrive a Timoteo: non promette rose e fiori, la vita del discepolo non è facile, ma lo invita ad affrontare ogni prova “con la forza di Dio”.
Non dice: sii forte da solo. Dice: lasciati sostenere.

È un’altra prospettiva.
La prova non è il luogo dove sperimentiamo l’assenza di Dio; quella è solo – l’ennesima – tentazione del maligno.
La prova è invece il luogo in cui “risplende” la Sua forza, la Sua grazia, la Sua vittoria.

Forse è proprio questo il segreto di Abramo, di Paolo, di tanti uomini e donne della Sacra Scrittura, dei Santi e di Gesù stesso.
Loro non affrontano la prova e il dolore per meritarsi l’amore del Padre; li affrontano perché sanno di essere benedetti, perché sanno di essere accompagnati e sostenuti; in una sola parola: perché sanno di essere amati.

La luce non è il premio dopo la fatica. È una forza prima della fatica, dentro la fatica.

Sapete, mi sono accorto, nella mia vita, che sapere di essere amati cambia davvero il modo di stare dentro le cose.
Le confessioni che mi hanno fatto più bene, sia da penitente che da confessore, non sono state quelle in cui ho spiegato meglio gli errori, ma quelle in cui, alla fine, ci siamo lasciati con questa semplicissima ma potentissima verità: che siamo amati.

E magari fuori le cose non cambiano. Le fatiche della vita sono ancora lì. Le fragilità anche. Alcuni errori del passato non si cancellano dalla memoria.
Ma davanti a Dio quei peccati non c’erano più. Erano davvero perdonati.
Questo cambia ogni prospettiva. Non perché sparisce il vissuto, ma perché non ha più il potere di accusarci. Non definisce più chi siamo.

Ho capito che il problema non è che Dio non perdona abbastanza.
È che noi facciamo fatica a vivere da perdonati.
Continuiamo a guardarci con lo sguardo del fallimento: il genitore che pensa di aver sbagliato tutto con i figli; il marito che si sente inadeguato; la donna che porta addosso una scelta che rimpiange; il prete che misura il suo ministero dai risultati.
Quando uno non si sente amato, ogni errore diventa una sentenza. Ogni caduta diventa un’identità.

Ma quando uno sa di essere amato, qualcosa si trasfigura.
La fragilità resta, sì, ma non governa più. La memoria resta, vero, ma non schiaccia.
Si può riprovare. Si può continuare a donarsi.
Si può scendere dal monte e affrontare la “valle di lacrime” senza che i propri limiti diventino una prigione.

E allora capiamo anche Pietro: “È bello per noi essere qui”.
Vorrebbe fermare quel momento, costruire tende, trattenere la luce.
È una tentazione che conosciamo: quando finalmente sentiamo pace, quando qualcosa

funziona, vorremmo congelarlo.
Ma Gesù non resta sul monte. La luce non è un rifugio. È una preparazione. È memoria.

Ogni Eucaristia è il nostro Tabor.
Anche noi saliamo, ascoltiamo la Parola, riconosciamo il Signore nel pane spezzato. Anche noi ascoltiamo, in fondo, la stessa voce: sei amato.
Non perché sei perfetto. Non perché non sbagli. Ma perché sei figlio.

E tra poco scenderemo. Torneremo alle nostre case, alle relazioni complesse, alle responsabilità faticose, alle preoccupazioni che non si sono dissolte.
La “valle di lacrime” è ancora lì. Ma possiamo attraversarla diversamente.

Vi auguro, ci auguro che questa Quaresima non sia tempo in cui diventiamo più impeccabili, ma il tempo in cui impariamo a vivere da amati.
Perché quando uno sa di essere amato, può affrontare anche ciò che non capisce. Può riprovare dopo una caduta. Può servire senza essere paralizzato dalla paura di non essere all’altezza.

Non scendiamo dal monte con una tenda da montare, ma con una parola da custodire e da condividere.
E se domani tutto sembrerà difficile, ricordiamoci almeno questo: prima della prova, c’è una voce – l’unica che ha il diritto di definirci – che dice chi siamo.

E quella voce non smetterà mai di ricordarcelo con amore.

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