Trasfusione di Grazia - Venerdì Santo - (Gv 18,1- 19,42)
Autore: Don Flavio Maganuco
VENERDÌ SANTO (ANNO A)
Is 52,13- 53,12 Sal 30 Eb 4,14-16; 5,7-9 Gv 18,1- 19,42
TRASFUSIONE DI GRAZIA
perchè la nostra buona volontà non basta a farci risorgere
Carissimi, se la Domenica della Palme abbiamo ascoltato la passione di Cristo secondo il vangelo di Matteo, oggi l’abbiamo ascoltata secondo quello di Giovanni, e oggi, come domenica scorsa, dopo aver ascoltato di nuovo questa storia fatta di tradimenti, di inganni, di crudeltà, di sangue e dolore, la domanda è inevitabile ed è la stessa che ha fatto ammattire i teologi per duemila anni: Perché? Perché è stato necessario tutto questo? Dio è l’Onnipotente: non poteva salvarci con un colpo di spugna? Non poteva perdonarci con un semplice decreto dall’alto dei cieli?
La risposta è scomoda: Dio non vuole salvarci ‘nonostante’ la nostra storia, ma ‘dentro’ la nostra storia. Un perdono a distanza sarebbe stato un colpo di spugna magico, ma non avrebbe toccato la nostra carne sanguinante. Per tirarti fuori dal fango, Dio deve affondare i piedi nel tuo stesso fango.
Se tuo figlio è bloccato in una casa in fiamme, non gli gridi “sei salvo” dal marciapiede opposto. Entri nell’incendio, rischi la pelle, segui la logica del fuoco per tirarlo fuori.
Dio ha fatto esattamente questo. Non ha seguito una sua metodologia divina e “aliena” alla nostra; ha seguito la nostra. È sceso nelle nostre regole del gioco, fatte di tradimenti, tribunali farsa, chiodi e polvere, perché è lì che noi ci eravamo perduti. Ha imparato il linguaggio del dolore. Ci ha amati fino a questo punto non per darci un esempio di eroismo, ma per redimerci. Redenzione significa riscatto: noi eravamo incastrati in un vicolo cieco di egoismo e morte, e Lui ha detto: “Resto io qui dentro, tu esci e torna a vivere”, pagando il prezzo con il suo sangue.
E qui arriviamo al punto che oggi facciamo fatica a capire: perché serve proprio il sangue? Per la Bibbia, e per la vita stessa, il sangue non è morte: è la sede della vita. Ed è proprio la vita che Dio vuole donarci.
Noi siamo qui stasera perché siamo “anemici” nello spirito, malati nell’amore, spenti nella speranza. Non possiamo salvarci solo con la nostra buona volontà; sarebbe come versare un bicchiere d’acqua in un deserto: non basta a rimetterci in piedi.
Ci serve una trasfusione.
Gesù sulla croce non sta pagando una multa a un Dio arrabbiato. Sta facendo un’operazione chirurgica d’urgenza: versa il suo sangue – cioè la sua vita integra, pura, divina – dentro la nostra carne malata.
Non è schiavo delle nostre logiche di morte; le abita per farle esplodere dall’interno. Prende lo strumento di tortura più atroce e lo trasforma nel segno di un amore che non si arrende.
Tra poco baceremo questo segno.
Non baceremo il dolore di un uomo, ma la firma di Dio sulla nostra libertà.
Baciando la Croce, diremo: “Ho capito che non potevo farcela da solo. Ho capito che la mia vita è costata la Tua. Grazie perché non hai guarito dall’alto, ma sei sceso nel mio incendio”.
Restiamo ora in silenzio davanti a questo mistero.
Non cerchiamo altre parole. Guardiamo Lui. Lasciamoci raggiungere dalla Sua vita. Davanti a questo legno, deponi l’illusione di salvarti da solo. Accetta il Suo riscatto. Lascia che sia il Suo sangue, oggi, a farti tornare a vivere.