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Custodire o Condannare? Commento al Vangelo XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A - (Mt 18,15-20) - Don Flavio Maganuco -

Autore: Don Flavio Maganuco

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Ez 33,1.7-9 Sal 94 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20

CUSTODIRE… O CONDANNARE?

dall’avere ragione al camminare insieme alla sequela di Cristo

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Se domenica scorsa abbiamo ascoltato l’invito del Maestro a seguirlo, oggi riceviamo la sua lezione più importante, l’ossigeno indispensabile per vivere davvero le nostre interazioni con gli altri dentro il nostro cammino di discepolato. E la lezione è questa: L’amore non è una delle tante virtù cristiane; è il criterio con cui siamo chiamati a vivere tutte le nostre relazioni. San Paolo ce lo ricorda con chiarezza: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole».

Paolo ci sta cioè spiegando che anche quando dobbiamo affrontare un conflitto o trovare il coraggio di dire una parola difficile, la domanda propedeutica deve essere sempre la stessa: ciò che sto dicendo nasce dall’amore? Perché lo sappiamo bene, possiamo dire una cosa vera ma ferendo l’altro, e si può facilmente scambiare lo zelo per la fede con il gusto di giudicare. È la differenza tra essere sentinelle, cioè custodi dei fratelli, ed essere invece loro censori, pronti a cercare l’errore piuttosto che la salvezza.

Ezechiele ci ha ricordato che Dio ci chiama non ad essere giudici, ma ad essere sentinelle; La sentinella veglia sulla vita dell’altro perché ne sente la responsabilità; il censore, invece, cerca l’errore dell’altro perché si sente autorizzato a giudicarlo. In un tempo in cui è fin troppo facile lanciare sentenze, anche attraverso una tastiera o davanti a una telecamera, siamo chiamati a riconoscere la differenza tra custodire e condannare.

Quando Gesù, nel Vangelo, ci dice: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo», ci sta insegnando che prima dell’errore, viene sempre il fratello. Gesù non ci consegna una tecnica per mettere qualcuno davanti al suo errore, ma una strada per custodire una relazione ferita. L’obiettivo non è dimostrare di avere ragione, ma «guadagnare il fratello». Possiamo vincere una discussione e perdere una persona; possiamo ottenere il consenso della piazza e, nello stesso tempo, allontanare ancora di più proprio colui che avevamo il dovere di custodire.

Per questo la correzione è «fraterna»: non nasce dalla superiorità, ma da una relazione, da una conoscenza, da un cammino condiviso. L’amore non si improvvisa quando arriva il momento di dire una parola difficile: si costruisce prima, pazientemente, attraverso la presenza, la stima e la cura reciproca. È dentro una relazione abitata dall’amore che anche una parola scomoda può essere ascoltata non come una condanna, ma come una mano tesa.

E quando la verità si lascia abitare dall’amore, si compie la promessa di Cristo: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

La misura della nostra fedeltà al Vangelo, allora, non è quanti errori sappiamo individuare, ma quanta comunione sappiamo custodire. Nella Chiesa non siamo chiamati ad avere ragione gli uni sugli altri, ma a camminare gli uni con gli altri.

Chiediamo allora al Signore, presente nell’Eucaristia che celebriamo, di donarci un cuore capace di questo amore. Sia Lui, il pane spezzato per noi, a guarire le nostre ferite, a insegnarci la verità della carità e a farci camminare insieme, come fratelli, dietro l’unico Maestro.

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