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"Il posto del discepolo" - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A - Mt Mt 16,21-27 - Don Flavio Maganuco - SmartPray

Omelia

Autore: Don Flavio Maganuco

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ger 20,7-9   Sal 62   Rm 12,1-2   Mt 16,21-27

“IL POSTO DEL DISCEPOLO ”  per trasformare ogni boccone amaro in strumento di conversione

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,21-27

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ger 20,7-9   Sal 62   Rm 12,1-2   Mt 16,21-27

“IL POSTO DEL DISCEPOLO ”  per trasformare ogni boccone amaro in strumento di conversione

Se confrontiamo il Vangelo di oggi con quello di domenica scorsa, proviamo quasi un senso di vertigine. Domenica scorsa avevamo lasciato Simone sul tetto del mondo: avevariconosciuto Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e Gesù lo aveva esaltato davanti a tutti, cambiandogli il nome, chiamandolo Pietro e promettendogli le chiavi del Regno. Oggi, pochi versetti dopo, davanti agli stessi discepoli, Gesù gli dice: «Va’ dietro a me, Satana!». Da «Roccia» a «pietra d’inciampo», da braccio destro a «Satana»: sembra che tra una domenica e l’altra sia crollato tutto.
Proviamo a metterci nei panni di Pietro. Pietro ama profondamente Gesù e, proprio perché gli vuole bene, non riesce ad accettare quello che Gesù ha appena annunciato:
«Doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto». Lo prende in disparte e gli dice: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai!». In fondo, Pietro sta cercando di proteggerlo. Sta facendo quello che probabilmente faremmo anche noi davanti a una persona che amiamo: se posso evitarti la sofferenza, perché dovresti attraversarla?
Eppure proprio lì Pietro sbaglia. Perché può accadere anche a noi di voler sinceramente bene a qualcuno e, nello stesso tempo, di pretendere di sapere quale sia la strada giusta per lui. Può accadere perfino con Dio. Diciamo di fidarci del Signore, ma dentro di noi abbiamo già deciso come dovrebbe andare la nostra vita, quale risposta dovrebbe darci, quale strada dovrebbe aprirci.
E quando Dio prende una direzione diversa da quella che avevamo immaginato, quando arriva una sofferenza che non avevamo previsto, quando un progetto fallisce o una porta si chiude, possiamo scoprire che stavamo seguendo Dio con una condizione: che fosse Lui a seguire i nostri programmi.
È questo che accade a Pietro. Il problema non è che non ama Gesù; è che vuole ancora un Gesù secondo le proprie aspettative. Pietro vuole un Messia senza Croce, un cammino nel quale il bene possa affermarsi senza passare attraverso la sofferenza. E forse questa tentazione ci appartiene più di quanto immaginiamo.
Anche noi vorremmo una fede capace di proteggerci da ogni ferita, una preghiera che ci eviti ogni fallimento, un Dio che intervenga prima che qualcosa ci faccia male. Ma quando la vita prende una direzione che non abbiamo scelto, possiamo sentirci senza punti di riferimento e lasciarci trascinare
dalla corrente delle nostre paure, della rabbia o dello scoraggiamento.
In quei momenti, proviamo a farci anche noi destinatari di quel comando così forte:
«Mettiti dietro di me». Pietro aveva cercato di mettersi davanti a Gesù, di indicargli la strada, quasi di diventare lui la guida del Maestro. Gesù gli ricorda invece quale sia il posto del discepolo: non davanti, ma dietro; non a decidere la strada, ma a seguirla.
E forse questa è una delle conversioni più difficili della nostra vita: accettare che Dio sia Dio anche quando non comprendiamo la strada che sta percorrendo con noi.
Perché quando qualcosa ci ferisce possiamo continuare a chiederci soltanto «perché  proprio a me?», oppure possiamo lentamente imparare a chiedere: «Signore, come posso attraversare questa situazione senza perdermi?». Perché anche da ciò che ci ha ferito possa nascere un cammino di vita, come lo è stato per Pietro.
La tradizione antica lega il Vangelo di Marco alla predicazione di Pietro.
E c’è un dettaglio molto bello: nel racconto di Marco, parallelo a questo, troviamo tutta la reprimenda di Gesù, troviamo Pietro chiamato «Satana», ma non troviamo l’elogio solenne della Roccia e delle chiavi che Matteo ci ha consegnato. È bello pensare a Pietro ormai anziano che
non ha bisogno di conservare l’immagine del grande leader; può raccontare anche la propria figuraccia, il momento nel quale aveva pensato secondo gli uomini e non secondo Dio.
Quello che era stato un boccone amaro era diventato per Pietro una potatura.
Aveva dovuto lasciare cadere l’idea di essere lui a sapere quale strada dovesse percorrere Gesù.
E forse questa è la domanda che il Vangelo ci consegna oggi: che cosa facciamo dei nostri bocconi amari? Perché tutti ne abbiamo: parole che ci hanno ferito, persone che ci hanno deluso, situazioni che non abbiamo scelto, progetti che non sono andati come speravamo, croci che ancora oggi facciamo fatica ad accettare.
Possiamo continuare a masticare quel dolore fino a trasformarlo in amarezza e risentimento, oppure possiamo consegnarlo al Signore e permettergli di mostrarci che cosa può nascere anche da ciò che avremmo voluto evitare.
Oggi Gesù ci chiede qualcosa di semplice e, allo stesso tempo difficile: «Mettiti dietro di me». Torna al tuo posto di discepolo, lascia che sia io a indicarti la strada, fidati di me anche quando non riesci ancora a vedere dove conduce. Perché il discepolo non è quello che non cade mai, ma quello che, anche dopo essere caduto, trova ancora la forza di rimettersi dietro a Gesù.
E allora oggi, davanti all’altare, possiamo portare proprio questo: i nostri bocconi amari, ciò che ancora ci brucia, ciò che non abbiamo capito, ciò che avremmo voluto diverso.
Lo portiamo insieme al pane e al vino, perché nell’Eucaristia consegniamo a Cristo anche ciò
che facciamo fatica a consegnargli. Chiediamo la grazia di Pietro: non quella di non sbagliare mai, ma quella di lasciarci trasformare dalle nostre ferite, fino a imparare anche noi quella difficile posizione del discepolo: non davanti a Gesù per indicargli la strada, madietro di Lui, fidandoci abbastanza da continuare a camminare.

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