Libro delle Fondazioni - Capitoli 19, 20
Autore: Santa Teresa d'Avila
CAPITOLO 19
Si continua a parlare della fondazione di San Giuseppe nella città di Salamanca.
1. Mi sono allontanata molto dall’argomento. Quando mi viene in mente una cosa che il Signore si è degnato di farmi intendere con l’esperienza, mi par male non renderla oggetto di raccomandazione: potrà darsi che quel che giudico buono sia tale davvero. Voi, figlie mie, informatevi sempre di ogni cosa presso persone dotte: esse v’insegneranno con prudenza e verità il cammino della perfezione. Ecco di che cosa hanno soprattutto bisogno le priore, se vogliono adempiere bene il loro ufficio: avere un confessore dotto, altrimenti cadranno in molti errori, prendendoli per atti di santità, e procurare anche che le loro religiose si confessino da persone dotte.
2. Arrivammo, dunque, alla città di Salamanca, la vigilia di Tutti i Santi dell’anno che ho detto. Giunti all’alloggio, cercai di un brav’uomo di lì chiamato Nicolás Gutiérrez, gran servo di Dio, che avevo incaricato di farmi trovar libera la casa. In ricompensa della sua santa vita aveva ottenuto da Sua Maestà una straordinaria pace e serenità nelle molte tribolazioni che aveva sofferto; vistosi infatti cadere in estrema miseria dopo aver goduto di una grande prosperità, la sopportava con la stessa letizia che può dare la ricchezza. Egli lavorò molto in questa fondazione, con singolare impegno e devozione. Quando venne, mi annunziò che la casa non era libera, non essendo riuscito a mandar via gli studenti. Gli dissi di quale importanza fosse per noi che ce la dessero subito, prima che si sapesse che ero in città, poiché – ripeto – temevo sempre qualche nuova difficoltà. Egli allora andò dal proprietario della casa e si diede tanto da fare, che gli studenti la sgombrarono quella sera stessa. Era quasi notte quando vi entrammo.
3. Fu la prima volta che io fondai un monastero senza porvi il santissimo Sacramento. Prima credevo che non potesse esserci presa di possesso, se non a questa condizione, ma avevo ormai saputo che ciò non era necessario, e me ne rallegrai molto quando vidi il cattivo stato in cui gli studenti avevano lasciato la casa. Poiché, a quanto sembra, essi non hanno cura della pulizia, era tutta in tali condizioni che avemmo da lavorare non poco quella notte. La mattina seguente si celebrò la prima Messa, e io mandai a chiamare altre religiose che dovevano venire da Medina del Campo. Passammo sole, la mia compagna ed io, la notte di Tutti i Santi. Vi assicuro, figlie mie, che quando ripenso alla paura di questa consorella, che era María del Sacramento, una religiosa più anziana di me e gran serva di Dio, mi viene ancora voglia di ridere.
4. La casa era molto grande, in estremo disordine, piena di soffitte. La mia compagna non poteva dimenticare gli studenti, avendo l’impressione che, siccome si erano fortemente irritati di dover sloggiare, qualcuno fosse rimasto nascosto in casa; lo avrebbero potuto fare assai facilmente, con lo spazio che c’era. Ci chiudemmo in una stanza dove stava la paglia, che era ciò di cui io anzitutto mi provvedevo nelle mie fondazioni, perché così non ci mancava un letto. La notte dormimmo su questa paglia con due coperte avute in prestito. L’indomani, certe religiose che abitavano vicino a noi, di cui avevamo pensato che la nostra presenza in quel luogo riuscisse loro molesta, ci prestarono un po’ di roba per le compagne che dovevano venire e ci mandarono qualche elemosina. Erano le suore del monastero intitolato a santa Elisabetta e per tutto il tempo che siamo rimaste in quella casa ci hanno beneficato molto e fatto continue elemosine.
5. Quando la mia compagna si vide chiusa in quella stanza, parve acquietarsi un po’ dalla paura degli studenti, anche se non faceva che guardare da una parte all’altra, ancora in preda a timori. Il demonio doveva certo alimentarglieli, presentandole pericoli immaginari, allo scopo di turbare anche me giacché, debole di cuore come sono, di solito bastava poco. Le chiesi cosa guardasse, visto che lì non poteva entrare nessuno. Mi rispose: «Madre, sto chiedendomi che cosa fareste voi, sola, qui, se io ora morissi». Questo, davvero, se fosse avvenuto, mi sembrava difficile da sopportare; cominciai a pensarci un po’ su e, insieme, ad aver paura, perché la vista dei cadaveri, sebbene non mi spaventi, mi produce un certo cedimento di cuore anche se non sono sola. E siccome i rintocchi delle campane – essendo, come ho detto, la notte dei Morti – aumentavano le mie apprensioni, il demonio aveva buon gioco per farci perdere la testa con timori puerili; quando, infatti, vede che non si ha paura di lui, ricorre ad altre astuzie. Risposi alla mia compagna: «Sorella, quando ciò avverrà, penserò a quello che devo fare; ora mi lasci dormire». Siccome avevamo passato due cattive notti, il sonno ci tolse presto le paure. L’indomani arrivarono le altre religiose e i timori scomparvero del tutto.
6. La comunità rimase in questa casa circa tre anni, e forse anche quattro, perché non lo ricordo di preciso, essendomi stato ordinato di andare all’Incarnazione di Avila. Di mia iniziativa, io non lascerei né ho mai lasciato alcun monastero prima che le religiose abbiano una casa propria, raccolta e sistemata secondo i miei desideri. Dio mi faceva a questo riguardo la grazia straordinaria di godere d’essere la prima nella fatica e di adoperarmi a procurare tutte le cose che potevano servire al loro riposo e alla loro comodità, perfino le più piccole, come se dovessi vivere tutta la vita in quella casa. E la mia gioia era grande quando le lasciavo ben sistemate. Soffrii molto, quindi, pensando a ciò che le consorelle pativano qui, se non per mancanza di vitto (perché di questo io avevo gran cura di provvederle dal luogo dove mi trovavo, sapendo quanto la casa fosse fuor di mano per ricevere elemosine), per la loro cattiva salute, essendo la casa assai umida e fredda e troppo grande per poterla riparare. E il peggio era la mancanza del santissimo Sacramento il che, in così stretta clausura, è molto sconfortante. Eppure esse non si sentivano infelici, ma sopportavano tutto con una letizia che era motivo per lodarne il signore: alcune mi dicevano che sembrava loro imperfezione desiderare un’altra casa, e che lì si sarebbero sentite felicissime, se avessero avuto il santissimo Sacramento.
7. Il prelato, vedendo la loro virtù e le sofferenze che pativano, mosso da compassione, mi fece venire dall’Incarnazione. Esse si erano già messe d’accordo con un cavaliere della città perché desse loro una casa, ma era in tale stato che fu necessario spendere più di mille ducati per entrarvi. Benché facesse parte d’un maggiorasco, il proprietario ci permise di entrarvi prima ancora che fosse giunta l’autorizzazione del re, e, insieme, di elevare le mura. Mi feci accompagnare dal padre Giuliano d’Avila, cioè il padre che, come ho detto, veniva sempre con me in queste fondazioni e che mi aveva seguito a Salamanca; così visitammo la casa per decidere quello che vi fosse da fare: l’esperienza mi dava una buona competenza in materia.
8. Eravamo allora in agosto e, pur con tutta la fretta possibile, i lavori si protrassero fino a san Michele, che è il tempo in cui lì si affittano le case. Ma mancava ancora molto per ultimare i lavori; d’altra parte, non avendo rinnovato per l’anno seguente l’affitto di quella in cui eravamo, essa apparteneva già ad un altro inquilino, ed eravamo pertanto sollecitate ad andarcene. Si era quasi terminato d’intonacare la cappella, e il cavaliere che ci aveva venduto la casa era assente. Alcune persone amiche dicevano che facevamo male ad andare lì così presto, ma quando urge la necessità, i consigli non servono a nulla, se non si ha la possibilità di metterli in pratica.
9. Facemmo il trasloco la vigilia di san Michele, poco prima dell’alba. Si era già reso noto che si sarebbe posto il santissimo Sacramento proprio in quel giorno e dato l’annuncio del sermone che si doveva tenere. Ma fu volere di nostro Signore che la sera del nostro trasloco venisse giù un acquazzone così violento da rendere assai difficile il trasporto delle cose necessarie. La cappella era del tutto nuova e le tegole così mal connesse, che vi pioveva dentro quasi dovunque. Vi assicuro, figlie mie, che quel giorno costatai la mia grande imperfezione. Siccome ormai la notizia della cerimonia era di dominio pubblico, non sapevo cosa fare e mi sentivo struggere di pena, finché dissi a nostro Signore – quasi lamentandomi – o di non comandarmi più d’occuparmi di queste opere, o di sopperire a quella necessità. Il buon Nicolás Gutiérrez, mantenendo la sua imperturbabilità, come se nulla fosse, mi diceva con gran calma di non aver pena, perché Dio vi avrebbe posto rimedio. E fu così: il giorno di san Michele, nell’ora in cui doveva venire la gente, cominciò a splendere il sole. Ciò m’ispirò una profonda devozione e vidi quanto avesse fatto meglio quel sant’uomo a confidare in nostro Signore che non io a logorarmi di pena.
10. Ci fu un gran concorso di popolo, esecuzione di musica, e si pose il santissimo Sacramento con grande solennità. Essendo situato in un buon posto, il monastero cominciò ad essere conosciuto e a ispirare devozione. Ci furono di molto aiuto specialmente la contessa di Monterrey, donna María Pimentel, e un’altra signora che si chiamava donna Mariana, il cui marito era Corregidor della città. Ecco, però, che subito l’indomani, a gettare acqua sul fuoco della gioia di avere il santissimo Sacramento, comparve il cavaliere a cui apparteneva la casa, così infuriato, che non sapevo come regolarmi a suo riguardo; era certamente il demonio a impedirgli di sentire ragioni, perché noi avevamo soddisfatto tutti gli impegni convenuti con lui. Ma era tempo perso insistere a dirglielo. Dopo che gli ebbero parlato alcune persone, parve placarsi un po’, ma poi cominciò a cambiare idea. Io ero già decisa a lasciargli la casa; neanche questo valeva, perché quanto pretendeva era che gliela pagassimo interamente subito. Sua moglie, a cui la casa apparteneva, aveva voluto venderla per mettere a posto due figlie: a questo titolo si era chiesta l’autorizzazione e si era depositato il denaro presso la persona da lui designata.
11. Fatto sta che, nonostante siano passati da tale vicenda più di tre anni, la vendita non si è conclusa, né so come si andrà a finire e se il monastero resterà là, cioè in tale casa, giacché tutto quello che ho detto era per arrivare a questa conclusione.
12. Ciò che so è che in nessun monastero di quelli che il Signore ha finora fondato della Regola primitiva, le religiose hanno passato, senza paragone possibile, tribolazioni tanto grandi. Ma per la misericordia di Dio ci sono in esso così eccellenti religiose che sopportano tutto con letizia. Piaccia a Sua Maestà che ciò le aiuti a progredire! Che una casa sia comoda o no, importa poco; anzi, è una grande gioia per noi trovarci in una dimora dalla quale ci possono mandar via, ricordandoci come il Signore del mondo non ne ebbe alcuna. Il fatto di alloggiare in case non nostre, come si vede dal racconto di queste fondazioni, ci è accaduto varie volte, ed è certo che non ho mai visto alcuna religiosa soffrirne. Piaccia alla divina Maestà, per la sua infinita bontà e misericordia, che non ci manchino le eterne dimore! Amen.
CAPITOLO 20
Si tratta della fondazione di Nostra Signora dell’Annunciazione in Alba de Tormes, l’anno 1571.
1. Non erano ancora passati due mesi dalla presa di possesso, nel giorno di Tutti i Santi, della casa di Salamanca, quando da parte dell’amministrazione del duca d’Alba e di sua moglie fui richiesta con insistenza di fare in quella cittadina la fondazione di un monastero. Io non ne avevo molta voglia perché, trattandosi di un luogo piccolo, bisognava che il monastero avesse rendita e io propendevo ad abolire le rendite. Il padre domenicano fra Domingo Báñez, che era il mio confessore, del quale ho parlato al principio delle Fondazioni, si trovava per caso a Salamanca. Egli mi rimproverò e mi disse che, poiché il Concilio autorizzava le rendite, non sarebbe stato opportuno rinunciare alla fondazione di un monastero per questo motivo, che io non me ne intendevo, che nulla poteva impedire alle religiose d’essere povere e assai perfette. Ma prima d’andare avanti, voglio dire chi era la fondatrice e come il Signore l’abbia indotta a realizzare quest’opera.
2. Fondatrice del monastero dell’Annunciazione di Nostra Signora in Alba de Tormes fu Teresa Layz, nata da genitori nobili, perfetti gentiluomini e di puro sangue. Ma, non essendo così ricchi come richiedeva la nobiltà della famiglia, risiedevano in un villaggio chiamato Tordillos, a due leghe dalla suddetta cittadina di Alba. Fa proprio pena che, a causa dell’eccesso di vanità cui obbediscono le cose del mondo, si preferisca vivere nella solitudine di questi piccoli luoghi, privi d’istruzione e di molte altre risorse di luce per le anime, piuttosto che venir meno a una sola delle regole imposte da quello che si chiama punto d’onore. I genitori di Teresa avevano già avuto quattro figlie quando nacque lei e si rattristarono molto per la nascita di un’altra figlia.
3. È davvero assai deplorevole che i mortali, ignari di quello che sia il meglio per loro, in quanto ignorano del tutto i giudizi di Dio, non conoscendo né i grandi beni che possono venir loro dalle figlie né i grandi mali di cui i figli possono essere causa, lungi dal rimettersi a colui che tutto sa e tutto crea, muoiono di pena per ciò di cui si dovrebbero rallegrare. Come gente dalla fede addormentata, non spingono lontano lo sguardo nelle loro riflessioni, non ricordano che è Dio a disporre così le cose e che, pertanto essi devono abbandonarsi nelle sue mani. E se sono così ciechi da non farlo, è anche prova di grande ignoranza non capire l’inutilità di tali angustie. Oh, mio Dio! Come ci appariranno chiari questi errori nel giorno in cui ci verrà svelata la verità di tutte le cose! E quanti padri si vedranno precipitati nell’inferno per aver avuto figli, e quante madri si vedranno, invece, in paradiso per l’aiuto delle loro figlie!
4. Ritornando dunque a quel che dicevo, le cose giunsero a tale estremo, che i genitori, comportandosi in modo da rendere evidente quanto poco loro importasse della vita della bambina, il terzo giorno dalla sua nascita la lasciarono sola dalla mattina alla sera, senza che nessuno si prendesse cura di lei. L’unica cosa buona da loro fatta era di aver procurato che un sacerdote la battezzasse appena nata. Quando la sera venne la donna che doveva occuparsene e seppe ciò che accadeva, si precipitò di corsa a vedere se era morta, seguita da varie persone che erano andate a visitare la madre e che furono testimoni di quanto ora dirò. La donna, piangendo, la prese fra le braccia e le disse: «E che, figlia mia, non siete voi dunque cristiana?», volendo con ciò far capire che quell’abbandono era stato una crudeltà. La piccina alzò la testa e rispose: «Sì, lo sono», e dopo questo non parlò più fino all’età in cui tutti i bambini cominciano di solito a parlare. Quelli che la udirono rimasero sbigottiti, e la madre da quel momento cominciò ad amarla e a vezzeggiarla; diceva sempre che avrebbe voluto vivere fino a quando avesse potuto vedere ciò che Dio avrebbe fatto di questa bambina. La educò cristianamente, formandola alla virtù.
5. Giunto il tempo in cui volevano sposarla, ella vi si rifiutava non avendone il desiderio; ma, quando seppe di essere stata chiesta in sposa da Francisco Velázquez, attualmente suo marito e confondatore di questa casa, appena ne udì il nome, si decise a sposarlo, sebbene non lo avesse mai visto in vita sua. Il Signore, infatti, sapeva che questo matrimonio sarebbe stato utile ai fini della buona opera compiuta da entrambi a gloria di Sua Maestà. Il Velázquez, oltre ad essere ricco e virtuoso, ama sua moglie e a buon ragione la compiace in tutto, perché ella ha ricevuto in modo perfetto dal Signore tutte le qualità che si possono esigere da una donna sposata. Questa infatti, insieme a una cura estrema della casa, possiede una così gran virtù che, avendola suo marito condotta ad Alba, di cui è nativo, ed essendo accaduto che gli ufficiali del duca facessero prendere alloggio nella loro casa a un giovane gentiluomo, ne soffrì tanto, che cominciò ad avere in odio quel posto. Infatti, giovane com’era e di bell’aspetto, senza una ben salda virtù avrebbe potuto incorrere in qualche pericolo, per i cattivi pensieri che il demonio cominciò a far nascere in quel giovane.
6. Ella, appena se ne accorse, pregò il marito, tacendogliene il motivo, di farla andar via da lì. Quest’ultimo l’accontentò e la condusse a Salamanca, dove entrambi stavano assai bene e godevano di molti vantaggi, occupando Velázquez una carica che gli procurava, da parte di tutti, il desiderio di compiacerlo e il tributo di attenzioni particolari. L’unica loro pena era che nostro Signore non dava loro figli e, per averli, ella praticava grandi devozioni e attendeva a ferventi orazioni: non supplicava d’altro il Signore se non di darle una discendenza in modo che, morta lei, ci fosse chi potesse lodare Sua Maestà. Le sembrava infatti assai spiacevole il pensiero che la famiglia si estinguesse con lei e non ci fosse chi, dopo la sua morte, benedicesse Sua Maestà. Mi diceva che i suoi desideri non avevano mai avuto altro scopo. È una donna di grande sincerità e di tanta pietà e virtù, come ho detto, che spesso, vedendo le opere da lei compiute e la sua anima così desiderosa di contentare sempre Dio e di non tralasciare mai d’impiegare bene il tempo, mi sento spinta a lodare il Signore.
7. Perdurandole, dunque, già da molti anni questo desiderio e raccomandandone ella l’esaudimento a sant’Andrea, di cui le avevano detto che era un valido intercessore a tal fine, oltre ad aver praticato molte altre devozioni, una notte, mentre era a letto, udì rivolgersi queste parole: «Non desiderare figli, perché ti danneresti». Ne restò piena di stupore e di sgomento, ma non per questo le cessò tale desiderio, ritenendo ella che non ci fosse ragione di dannarsi nel perseguire un fine così santo. pertanto continuava a chiedere questa grazia a nostro Signore, facendo speciali preghiere a sant’Andrea. Un giorno, mentre accarezzava il suo desiderio – non sa dire se era sveglia o addormentata, ma comunque fosse, dagli effetti si vide che la visione veniva da Dio –, le sembrò di trovarsi in una casa nel cui cortile, sotto la galleria, vi era un pozzo, e vide in quel luogo un prato verde smaltato di fiori bianchi di una tale bellezza da non saperne fare adeguata descrizione. Vicino al pozzo le apparve sant’Andrea con un aspetto così bello e venerando da infondere gioia a guardarlo. Le disse: «Eccoti qui figli diversi da quelli che tu desideri». Ella avrebbe voluto che non fosse mai cessata la felicità di cui godeva in quel luogo, ma presto la visione scomparve. Capì chiaramente, senza che alcuno glielo dicesse, che quel santo era sant’Andrea e anche che era volontà di nostro Signore che ella fondasse un monastero. Da qui è facile dedurre che questa visione fu al tempo stesso intellettuale e immaginaria, e che non fu una fantasia né un’illusione del demonio.
8. La prova essenziale che non fu una fantasia è il grande effetto che ne seguì, perché da quel momento non desiderò mai più figli e le restò in cuore tale radicata convinzione che era questa la volontà di Dio, da cessare di chiederglieli e anche di augurarseli. Cominciò così a pensare come avrebbe potuto fare per adempiere la volontà del Signore. L’effetto che ne seguì mostra anche chiaramente che non era opera del demonio, perché ciò di cui egli è l’autore non può apportare alcun bene, come il fatto che il monastero è ormai fondato, e vi si serve con grande perfezione nostro Signore. Inoltre, la visione ebbe luogo più di sei anni prima della fondazione del monastero, e il demonio non può conoscere il futuro.
9. Assai impressionata da ciò che aveva visto, disse al marito che, poiché Dio non aveva voluto dar loro figli, avrebbero fatto bene a fondare un monastero di religiose. Egli, buono com’era e molto affezionato alla moglie, gioì della proposta. Insieme, allora, cominciarono a cercar di vedere in che luogo avrebbero potuto farlo sorgere. Ella avrebbe voluto che fosse quello dov’era nata, ma egli le oppose giuste obiezioni perché si rendesse conto che non era il posto adatto.
10. Mentre trattavano di questo, la duchessa d’Alba fece chiamare il marito. Quando questi fu da lei, gli propose di tornare ad Alba per ricoprire una carica e adempiere certe funzioni nella sua casa. Egli, chiesto e saputo di che si trattava, accettò, quantunque tale carica comportasse assai minor profitto di quella che egli aveva avuto a Salamanca. Sua moglie, appena lo seppe, se ne afflisse molto, perché, come ho detto, aveva in odio quel luogo. Dopo che egli le ebbe assicurato che nessuno avrebbe più alloggiato in casa loro, si calmò alquanto, nonostante continuasse a sentire un grande dispiacere, perché a Salamanca si trovava a suo gusto. Il marito comprò la casa e mandò a prendere la moglie. Questa arrivò tutta agitata, e lo divenne molto di più quando vide la casa, perché quantunque fosse ben situata e grande, non aveva stanze a sufficienza. Trascorse, così, tutta la notte in grande costernazione. L’indomani mattina, appena entrò nel cortile, vide, dalla stessa parte dove l’aveva visto nella visione, il pozzo presso cui le era apparso sant’Andrea e tutto il resto, né più né meno come allora. Parlo soltanto del luogo, perché non vide né il santo, né il prato, né i fiori, benché avesse ed abbia ancora tutto ben fisso nella mente.
11. Ciò visto, restò impressionata e determinata a fondare lì il monastero. Si sentì ormai consolata e tranquilla, tanto da non pensare più di andare altrove. Cominciarono ad acquistare altre case attigue, fino ad avere sufficiente spazio. Ella si preoccupava molto della scelta dell’Ordine, perché desiderava che le suore fossero poche e di stretta clausura. Interpellati due religiosi di Ordini diversi, uomini di gran dottrina e virtù, entrambi le dissero che sarebbe stato meglio fare altre opere, perché le monache per la maggior parte erano scontente del loro stato, e aggiunsero molte altre ragioni, in quanto il demonio, a cui la fondazione dispiaceva, voleva impedirla. Così faceva loro credere che le argomentazioni da essi addotte fossero assai giuste. La loro insistenza nel biasimare l’iniziativa, e quella ancor più grande del demonio a intralciarne l’esecuzione, le furono causa di timore e di turbamento e la indussero a decidere di non farne nulla. Ne parlò allora a suo marito. Entrambi ritennero di doverci rinunciare, visto che persone tali li biasimavano, mentre il loro intento non era se non quello di servire nostro Signore. Così rimasero d’accordo di far sposare un nipote di lei, figlio d’una sua sorella, che ella amava molto, con una nipote di lui, e cedere loro molta parte del patrimonio, impiegando il resto per il bene della propria anima. Il nipote era assai giovane e di esemplare virtù. Presa questa decisione, restarono saldi in essa, senza darsi più pensiero d’altro.
12. Ma, siccome Dio aveva disposto diversamente, quanto avevano concordato non ebbe alcun esito: prima, infatti, che fossero trascorsi quindici giorni, il nipote fu colto da una così grave malattia, che in pochissimo tempo nostro Signore lo chiamò a sé. Teresa rimase talmente convinta che la causa della morte era stata la determinazione da loro presa di rinunziare all’opera voluta da Dio, per cedere i beni a lui, che nacque in lei una grande paura. Ricordandosi di quel che era accaduto al profeta Giona per non aver voluto obbedire a Dio, le sembrava che la morte di quel nipote da lei tanto amato fosse un castigo della sua colpa. Da quel giorno si decise a non rinunziare per nulla al mondo a fondare il monastero, e suo marito fu d’accordo con lei: solo che non sapevano in che modo riuscirvi. Dio infatti sembrava metterle in cuore l’ispirazione di fare come ora si è fatto, ma coloro ai quali ne parlava delineando il quadro del monastero da lei vagheggiato, ridevano, convinti che fosse un’utopia. Così pensava soprattutto un suo confessore frate francescano, uomo dotto e ragguardevole. Ella ne era desolata.
13. Nel frattempo avvenne che quel religioso andasse in una certa località, dove gli giunse notizia dei monasteri di nostra Signora del Carmine che allora si fondavano. Egli, prese tutte le informazioni necessarie, tornò da lei e le disse che aveva ormai trovato ciò che ella cercava, e che poteva fondare il monastero in base ai suoi desideri; la mise al corrente di tutto e le disse di affrettarsi a trattarne con me. Ed ella così fece. Stentammo a metterci d’accordo, in quanto la mia esigenza nel fondare monasteri con rendita è stata sempre che essi ne avessero a sufficienza, affinché le religiose non dovessero ricorrere ai loro parenti né ad altre persone. Il convento deve provvederle di cibo, vestiario e di tutto quello di cui hanno bisogno, e deve garantire la scrupolosa cura delle malate, perché quando manca loro il necessario, nascono molti inconvenienti. Se si tratta di fondare monasteri poveri, senza rendite, per molti che siano, non mi manca mai il coraggio né la fiducia di farlo, nella certezza che Dio non verrà loro meno; ma se il progetto riguarda monasteri con rendite e questa è scarsa, mi manca tutto, e preferisco non fondarli.
14. Finalmente quei signori giunsero a un accordo con me e assegnarono al monastero una rendita proporzionata al numero delle religiose. Ciò che mi fece nutrire una grande stima nei loro confronti fu il fatto che essi lasciarono la propria casa per cederla a noi e se ne andarono in un’altra molto scomoda. Si pose il santissimo Sacramento e s’inaugurò la fondazione il giorno della conversione di san Paolo dell’anno 1571, a onore e gloria di Dio, che credo vi sia ben servito. Piaccia a Sua Maestà che vada sempre più progredendo!
15. Avevo cominciato a dire certe cose particolari riguardanti alcune religiose di questi nostri monasteri pensando che, quando queste pagine avrebbero visto la luce, esse non sarebbero state più in vita. Mi parve che un tale racconto sarebbe servito d’incoraggiamento ai posteri per mettere in pratica buoni principi. Ma poi mi è sembrato che altri avrebbero potuto farlo meglio, con maggiori particolari e senza il timore che ho avuto io di essere accusata di parzialità. Pertanto ho tralasciato molte cose che, essendo soprannaturali, sono considerate miracolose da coloro che le hanno viste o ne hanno avuto notizia. Non ho voluto parlare né di alcune di queste né delle grazie accordate manifestamente da nostro Signore per le preghiere delle consorelle. Nella data delle fondazioni, nonostante che faccia ricorso a tutta la diligenza possibile, temo di essere caduta in qualche errore. Siccome ciò è di poca importanza, potendosi sempre fare in seguito una rettifica, le indico come me le suggerisce la memoria; se c’è qualche errore, la differenza non sarà grande.