"Nostro Signore provvedeva man mano alla sua casa"
Libro delle Fondazioni - Capitoli 9, 10, 11
Autore: Santa Teresa d'Avila
CAPITOLO 9
Tratta della sua partenza da Medina del Campo per la fondazione del monastero di San Giuseppe di Malagón.
1. Quanto mi sono allontanata dal mio soggetto! Ma può darsi che siano più opportuni alcuni di questi consigli da me dati che il racconto delle fondazioni. Mentre, dunque, mi trovavo a San Giuseppe di Medina del Campo, ero intimamente felice nel vedere come le consorelle di questo monastero seguissero le orme di quelle di San Giuseppe di Avila, per il fervore religioso, la carità fraterna, lo spirito interiore. Nostro Signore provvedeva man mano alla sua casa, sia di quanto era necessario per la chiesa, sia di quanto occorreva al sostentamento delle stesse consorelle. Nel frattempo cominciarono ad entrare alcune novizie, che sembravano scelte dal Signore quali conveniva che fossero per servire di fondamento a tale edificio. Da questi principi infatti ritengo che dipenda tutto il bene dell’avvenire perché, una volta che le prime trovino il cammino, le altre che vengono dopo non fanno che seguirlo.
2. C’era a Toledo una signora, sorella del duce di Medinaceli in casa della quale io ero stata per ordine dei superiori, come ho detto più a lungo trattando della fondazione di San Giuseppe. Ella mi si affezionò moltissimo, e questo affetto, indubbiamente, era un mezzo di cui Dio si servì per stimolarla a fare quanto poi si fece. Sua Maestà infatti spesso si vale, per i suoi fini, di certi mezzi che a noi, ignari del futuro, sembrano di poca importanza. Non appena la signora seppe che avevo il permesso di fondare monasteri, cominciò a chiedermi insistentemente di aprirne uno in un suo feudo che aveva nome Malagón. Io non volevo in alcun modo acconsentirvi per il fatto che si trattava di un villaggio così piccolo che il monastero, per potersi mantenere, aveva bisogno, senza meno, di una rendita, cosa a cui io ero assolutamente contraria.
3. Ne parlai con alcune dotte persone e con il mio confessore e tutti mi dissero che facevo male; poiché il santo Concilio consentiva di aver rendite, non si doveva, per un’opinione personale, tralasciare di fondare un monastero, dove il Signore poteva essere così ben servito. A ciò si aggiunsero le ripetute insistenze di questa signora e mi vidi costretta a consentirvi. Ella diede alla fondazione una rendita conveniente. Amo sempre infatti che i monasteri o siano del tutto poveri o abbiano disponibilità sufficienti onde evitare che le religiose debbano importunare chicchessia per ovviare alle loro necessità.
4. Feci ricorso a tutte le misure possibili perché nessuna possedesse la benché minima cosa e si osservassero integralmente le Costituzioni, come negli altri nostri monasteri improntati a povertà. Fatti tutti i documenti, mandai a chiamare alcune consorelle per provvedere alla fondazione e, insieme con quella signora, ci recammo a Malagón. Ma siccome la casa non era ancora pronta per accoglierci, ci trattenemmo più di otto giorni in un alloggio del castello.
5. La domenica delle Palme dell’anno 1568, essendo venuti a prenderci in processione gli abitanti del luogo, noi, con i veli calati sul viso e tenendo indosso le cappe bianche, andammo nella chiesa del villaggio. Dopo la predica, si portò il santissimo Sacramento nel nostro monastero. Ciò fu motivo di gran devozione per tutti. Lì mi trattenni alcuni giorni. Una mattina, mentre, dopo essermi comunicata, stavo in orazione, udii da nostro Signore ch’egli in quella casa sarebbe stato ben servito. Credo d’esser rimasta in quel luogo neanche due mesi, perché mi sentivo nell’intimo sollecitata a recarmi a fondare la casa di Valladolid, per la ragione che ora dirò.
CAPITOLO 10
In cui si tratta della fondazione del monastero di Valladolid, monastero intitolato alla Concezione di Nostra Signora del Carmine.
1. Quattro o cinque mesi prima che si fondasse questo monastero di San Giuseppe di Malagón, un giovane e illustre cavaliere con cui mi trovai a parlare, mi disse che, se avessi voluto fondare un monastero in Valladolid, egli mi avrebbe dato molto volentieri una sua casa, che disponeva di un orto assai fertile ed esteso con annessa una gran vigna. Voleva cederne subito la proprietà, che era di molto valore. Io accettai, anche se non ero ben decisa a fondare il monastero in quel luogo, perché distava un quarto di lega dalla città. Mi sembrò peraltro che, una volta presone possesso, ci saremmo potute trasferire in città; inoltre, poiché la sua offerta era fatta assai di buon animo, non volli opporre un rifiuto a un’opera così meritoria, né essere di ostacolo alla sua devozione.
2. Di lì a due mesi, più o meno, fu colpito da un male di tale rapido decorso da togliergli l’uso della parola prima che potesse fare una buona confessione, anche se manifestò con molti segni di chiedere perdono al Signore. Morì in brevissimo tempo, molto lontano dal luogo dove io allora mi trovavo. Il Signore mi disse che la sua salvezza era stata molto in pericolo e che aveva avuto misericordia di lui per il servizio reso a sua Madre con il dono di quella casa destinata a un monastero del suo Ordine. Aggiunse che non sarebbe uscito dal purgatorio finché lì non si fosse celebrata la prima Messa; solo allora se ne sarebbe liberato. Io avevo talmente presenti le grandi sofferenze di quest’anima che, sebbene desiderassi fondare un monastero a Toledo, per il momento vi rinunciai e mi adoperai, quanto più in fretta potei, a realizzare, in qualunque modo, la fondazione di Valladolid.
3. Tuttavia la cosa non poté farsi così presto come desideravo, perché mi vidi costretta a fermarmi parecchi giorni a San Giuseppe di Avila, ove ero priora, e in seguito a San Giuseppe di Medina del Campo, trovandomi a passare di là. Un giorno, mentre stavo in orazione in quest’ultimo monastero, il Signore mi disse di affrettarmi, perché quell’anima soffriva molto. Benché mancassi ancora di molte cose, partii subito e il giorno di san Lorenzo entrai a Valladolid. Quando vidi la casa fui presa da grande angoscia perché mi resi conto che era una pazzia per le nostre religiose stabilirsi in quel luogo, senza dover incorrere in ingenti spese. Inoltre, se il posto era molto attraente, grazie a quell’orto così delizioso, non poteva non essere malsano, per la vicinanza del fiume.
4. Pur essendo stanca, dovetti andare a Messa in un monastero del nostro Ordine, che era all’ingresso della città, ma tanto lontano da raddoppiarmi l’angoscia. Tuttavia non dicevo nulla alle mie compagne per non scoraggiarle. Anche se debole, avevo, peraltro, una certa fiducia che il Signore, il quale mi aveva esortato a fare quanto ho detto, mi avrebbe dato il suo aiuto. Feci così venire in gran segretezza alcuni operai per cominciare il lavoro dei muri di cinta della clausura e per quanto altro occorreva. Erano con noi Giuliano d’Avila, il sacerdote di cui ho parlato, e uno dei due frati che, come ho detto, volevano farsi scalzi, per conoscere il nostro modo di vivere in questi monasteri della Riforma. Giuliano d’Avila si occupava di ottenere l’autorizzazione dell’Ordinario che, prima del mio arrivo, aveva già dato buone speranze. Ma non si poté fare tutto tanto presto che, prima di aver ottenuto l’autorizzazione, non sopraggiungesse la domenica. Ci fu permesso tuttavia di far celebrare la Messa nel luogo da noi destinato a servire da cappella e così non mancammo di parteciparvi.
5. Ero molto lontana dal pensare che quanto mi era stato detto di quell’anima dovesse compiersi allora. Mi era stato riferito della «prima Messa» ed io ero persuasa che bisognava riferirsi a quella in cui sarebbe stato posto nella nostra cappella il santissimo Sacramento. Mentre il sacerdote veniva con la santa Eucaristia fra le mani dove noi dovevamo comunicarci e io mi appressavo a riceverla, mi apparve vicino al sacerdote il cavaliere di cui ho parlato, con volto splendente e pieno di gioia. Mi ringraziò a mani giunte di quello che avevo fatto perché uscisse dal purgatorio; poi, la sua anima salì al cielo. Certo, la prima volta che mi fu detto che egli era sulla via della salvezza, ero ben lontana dal pensarlo, anzi, provavo una gran pena, sembrandomi che avrebbe avuto bisogno di un’altra morte, dopo il genere di vita che aveva condotto. Difatti, sebbene non gli mancassero buone qualità, era molto invischiato nelle cose del mondo. Tuttavia, come aveva detto alle mie compagne, aveva sempre presente il pensiero della morte. È davvero una cosa straordinaria quanto riesca gradito a nostro Signore qualunque servizio reso a sua Madre e quanto sia grande la sua misericordia. Sia di tutto lodato e benedetto, egli che ricompensa con la vita eterna e con la gloria del paradiso la pochezza delle nostre opere e le rende grandi, nonostante il loro scarso valore!
6. Giunto dunque il giorno dell’Assunzione di nostra Signora, che cade il 15 agosto, nell’anno 1568, si prese possesso di questo monastero. Ma vi restammo poco, perché ci ammalammo gravemente quasi tutte. Lo seppe una signora del luogo, chiamata donna María de Mendoza, moglie del commendatore Cobos, madre del marchese di Camarasa, profondamente cristiana e di straordinaria carità (come davano a vedere le sue generose elemosine). Avevo sperimentato la sua grande benevolenza prima ancora del nostro incontro, perché sorella del vescovo di Avila, che ci aveva favorito molto nella fondazione del primo monastero e in tutto quello che riguarda il nostro Ordine. Dotata com’è di tanta carità, vedendo che lì non saremmo potute restare senza gravi inconvenienti, sia per l’insalubrità del luogo, sia anche per la distanza che rendeva difficile le elemosine, ci propose di cedere a lei quella casa, in cambio di un’altra. E così fece, dandocene una che valeva molto più della prima, e fornendoci da allora fino ad oggi di tutto il necessario, cosa che farà per l’intero corso della sua vita.
7. Il giorno di san Biagio ci trasferimmo nel nuovo monastero con grande processione e devozione del popolo, devozione tuttora viva, perché il Signore usa grandi misericordie a questa casa, conducendovi anime di cui un giorno sarà messa in luce la santità a lode sua. Egli si compiace con tali mezzi di rendere più grandi le sue opere e concedere grazie alle sue creature. Vi entrò infatti una giovinetta, la quale diede ben a vedere che cosa sia il mondo, con il disprezzo che ella ne fece in così tenera età. Mi è sembrato opportuno parlarne qui, a confusione di coloro che tanto lo amano, e a edificazione delle giovani alle quali il Signore farà dono di buoni desideri e sante ispirazioni, affinché li mettano in pratica.
8. In questa città risiede una signora, chiamata donna María de Acuña, sorella del conte di Buendía. Sposatasi con l’Adelantado di Castiglia, rimase vedova in giovanissima età con un figlio e due figlie. Cominciò a condurre una vita di tale santità e ad educare i figli in tanta virtù, da meritare che il Signore li chiamasse al suo servizio. Mi sono sbagliata circa il numero dei figli: di figlie ne aveva tre. La prima si fece subito religiosa; la seconda non si volle sposare e conduceva con sua madre una vita di grande edificazione; il figlio, fin da piccolo cominciò a capire che cosa fosse il mondo e come Dio lo chiamasse alla vita religiosa con tale invito che nessuno fu in grado d’impedirgli di ascoltarlo. Sua madre ne era tanto contenta che, credo, l’aiutasse con la sua preghiera presso nostro Signore, pur non facendo trapelare nulla, a causa dei parenti. In conclusione, quando Dio vuole per sé un’anima, le creature valgono poco a impedirlo. Fu quanto avvenne qui, perché, dopo tre anni in cui si tentò di bloccare la decisione del giovane con ogni genere di esortazioni, egli entrò nella Compagnia di Gesù. Un confessore di questa signora mi riferì ch’ella gli aveva detto che mai nella sua vita aveva sentito in cuore tanta gioia come il giorno in cui suo figlio fece la sua professione.
9. Oh, Signore! Di quale insigne grazia voi favorite coloro cui date tali genitori, che amano i propri figli di un amore così vero da non volere per loro possessi, maggioraschi e ricchezze se non in quella beatitudine che non avrà fine! Che pena vedere oggi il mondo in tanta miseria e cecità da far sì che i genitori fanno consistere il loro onore nell’aver sempre presente questo sterco dei beni terreni senza ricordarsi che, presto o tardi, devono tutti finire! No, tutto ciò che ha fine non merita stima perché, per quanto possa durare, un giorno finirà. Ma certi genitori, a spese dei loro poveri figli, vogliono mantenere le loro vanità ed hanno la gran temerità di togliere a Dio le anime che egli vuole per sé, privando esse stesse di un così grande bene. Infatti, a prescindere dal fatto che sarà una felicità eterna quella a cui Dio li invita con lo stato religioso, non è forse un vantaggio inestimabile vedersi liberi dagli affanni e dalle leggi del mondo, peso tanto più grave quanto maggiori sono i beni mondani posseduti? Aprite loro gli occhi, mio Dio; fate loro intendere quale sia l’amore a cui sono tenuti verso i propri figli, per non recare ad essi un così gran male e non dover udire le loro lagnanze alla vostra presenza, nel giorno del giudizio finale in cui, pur controvoglia, comprenderanno il valore di ogni cosa.
10. Quando, dunque, la misericordia di Dio fece lasciare il mondo a questo cavaliere, figli di donna María de Acuña (egli si chiama don Antonio de Padilla), all’età, più o meno, di diciassette anni, tutti i beni e i titoli restarono alla figlia maggiore, donna Luisa de Padilla, perché il conte di Buendía non ebbe figli e chi ereditava la contea e il titolo di Adelantado di Castiglia era don Antonio. Siccome non riguarda il mio argomento, non dico quanto ebbe a soffrire da parte dei suoi parenti per riuscire nel suo scopo. Potrà bene immaginarlo chi sa quanto la gente del mondo desideri che non manchi discendenza al proprio casato.
11. Oh, Figlio dell’Eterno Padre, Gesù Cristo, nostro Signore, vero Re dell’universo! Che cosa avete lasciato voi nel mondo? Che cosa hanno potuto ereditare da voi i vostri discendenti? Che cosa avete posseduto voi, mio Signore, se non sofferenze, dolore, ignominia, fino ad avere solo l’aiuto di un tronco d’albero per inghiottire l’amaro calice della morte? Infine, mio Dio, se vogliamo essere vostri figli legittimi e non rinunziare alla vostra eredità, non dobbiamo rifuggire dalla sofferenza. Il vostro stemma è fatto di cinque piaghe. Su, dunque, figlie mie, questa deve essere la nostra insegna, se dobbiamo ereditare il suo regno: non con il riposo, non con i piaceri, non con gli onori, non con le ricchezze si deve guadagnare ciò ch’egli ha acquistato a prezzo di tanto sangue. Oh, gente illustre, per amor di Dio, aprite gli occhi! Considerate che i veri cavalieri di Gesù Cristo e i principi della sua Chiesa, un san Pietro, un san Paolo, non hanno seguito il cammino che seguite voi. Credete forse che per voi il cammino debba essere un altro? Non pensatelo davvero. Osservate come il Signore cominci ad indicarvelo con l’esempio di persone così giovani come quelle di cui ora parliamo.
12. Ho visto qualche volta questo don Antonio e ho parlato con lui; avrebbe voluto possedere molto di più allo scopo di abbandonare tutto. Fortunato giovane e fortunata giovinetta, per aver così ben meritato presso Dio, che nell’età in cui il mondo, generalmente, domina chi vi ha la sua dimora, essi lo hanno calpestato. Benedetto sia colui che si è mostrato con loro tanto generoso!
13. Quando la sorella maggiore si vide in possesso di tutti gli averi, li disprezzò come aveva fatto suo fratello, perché fin da bambina si era dedicata tanto all’orazione – proprio dove il Signore dà luce per intendere la verità – da non averne, come lui, alcuna stima. Oh, Dio mio, a quante fatiche, tormenti, processi e anche con quale rischio della vita e dell’onore, si sarebbero esposti molti per assicurarsi quest’eredità! Essi, invece, ebbero a soffrire non poco per ottenere di spogliarsene. Così va il mondo, le cui follie ci sarebbero bene evidenti se non fossimo ciechi. Di tutto cuore, per liberarsi di quest’eredità la giovinetta ne fece rinuncia in favore di sua sorella, l’ultima che restasse in casa, dell’età di dieci o undici anni. Subito, perché non si estinguesse la miserabile gloria del casato, i parenti stabilirono di far sposare questa fanciulla con uno zio, fratello di suo padre. Ottenuta la dispensa dal Papa, si celebrarono gli sponsali.
14. Ma il Signore non volle che la figlia di una tale madre e la sorella di tali fratelli avesse, diversamente da loro, gli occhi chiusi alla verità. Avvenne, pertanto, quello che ora dirò. Quando la ragazza cominciava a disporre di vestiti e di ornamenti mondani che, adeguati al suo rango, avrebbero dovuto allettare una fanciulla di tenera età come la sua, e non erano trascorsi ancora due mesi dal suo fidanzamento, il Signore prese ad illuminarla, pur senza che allora ella se ne accorgesse. Dopo aver trascorso una giornata molto felice con il suo promesso sposo, che ella amava con un trasporto superiore a quanto comportasse la sua età, si sentiva presa da una gran tristezza costatando come quel giorno fosse ormai passato e pensando che così sarebbero passati anche tutti gli altri. Oh, grandezza di Dio! Dalla stessa gioia provata nei piaceri fugaci di questo mondo fu tratta a detestarli. La sua tristezza era così profonda che non riusciva a nasconderla al suo fidanzato, né sapeva quale ne fosse la causa né cosa dirgli, quando gliene chiedeva il motivo.
15.Nel frattempo al fidanzato capitò di essere obbligato a fare un viaggio per recarsi assai lontano dalla città. Ella ne soffrì molto, perché lo amava profondamente. Ma subito il Signore le scoprì la causa della sua pena: cioè la sua anima cominciava a propendere per ciò che non avrà fine. Prese infatti a considerare come i suoi fratelli si fossero aggrappati al partito più sicuro, lasciando lei fra i pericoli del mondo. Questo, da una parte; dall’altra l’affliggeva il pensiero che la sua situazione era senza rimedio, non essendo venuto ancora a sua conoscenza – come poi seppe, dietro sua richiesta – che, pur essendo fidanzata, poteva ugualmente abbracciare la vita religiosa. Ma, soprattutto, l’amore che aveva per il suo promesso sposo le impediva di prendere una tale decisione, ragion per cui viveva in grande angoscia.
16. Siccome però il Signore la voleva per sé, le tolse a poco a poco questo amore e le fece crescere il desiderio di abbandonare tutto. In quel tempo era animata solo dal desiderio di salvarsi e di cercare i mezzi migliori a tal fine. Le sembrava infatti che, invischiata di più nelle cose del mondo, si sarebbe dimenticata di adoperarsi per quelle eterne. Questa la saggezza che Dio le infondeva nell’anima per la quale, pur in così tenera età, si sentiva spinta a cercare il modo d’impossessarsi di ciò che è eterno. Anima felice che così presto si liberò della cecità nella quale muoiono tanti vecchi! Non appena si sentì padrona del suo volere, decise di impiegarlo tutto al servizio di Dio. Fino a quel momento aveva taciuto; da allora cominciò a parlarne con sua sorella. Questa, credendola una fanciullaggine, cercava di dissuaderla dicendole, fra l’altro, che si poteva salvare anche nello stato matrimoniale. Per tutta risposta la giovinetta le chiese perché lei vi avesse rinunciato. Così passarono alcuni giorni, durante i quali il suo desiderio non faceva che aumentare. A sua madre, tuttavia, non osava dire nulla, e forse era proprio lei, con le sue sante preghiere, a suscitarle quelle lotte.
CAPITOLO 11
Prosegue sull’argomento iniziato, raccontando gli espedienti a cui donna Casilda de Padilla fece ricorso per realizzare i suoi santi desideri d’essere religiosa.
1. In questo tempo avvenne che prendesse l’abito nel nostro monastero della Concezione una sorella conversa, della quale forse racconterò la vocazione perché, sebbene di diversa condizione, essendo un’umile contadina, per le insigni grazie di cui Dio l’ha favorita è stata da lui elevata talmente da meritare, a lode di Sua Maestà, che se ne faccia speciale menzione. Donna Casilda (si chiamava così questa prediletta di Dio), recatasi ad assistere alla vestizione con la nonna, che era la madre del suo promesso sposo, si affezionò molto a questo monastero, sembrandole che in esso le religiose, essendo in poche e povere, potessero servire meglio il Signore. Pur tuttavia non era decisa a lasciare il suo sposo, giacché era questo – come ho detto – il legame più forte che ancora la trattenesse.
2. Considerava che, prima di fidanzarsi, era solita dedicare un po’ di tempo all’orazione, abitudine in cui era cresciuta con i fratelli, per la bontà e la santità di sua madre. Infatti questa, sin dall’età di sette anni, li conduceva di tanto in tanto in un oratorio, insegnava loro a meditare sulla passione del Signore e li faceva confessare spesso; per questo ha assistito al pieno successo dei suoi desideri, che erano di vederli consacrati a Dio. Ella mi ha detto che glieli offriva di continuo e lo supplicava di tirarli fuori dal mondo, essendo ormai consapevole del poco conto che si deve farne. Penso, a volte, quanto questi figli dovranno ringraziare una tale madre, una volta in possesso dei beni eterni, nel riconoscere che la madre è stata per loro il mezzo per conseguirli, e quale sarà la gioia di questa madre nel vedere i suoi figli in paradiso. Al contrario, quanto diversa la sorte di coloro che, per non aver cresciuto i propri figli come figli di Dio (di cui sono più figli, che non di loro stessi), si vedranno con essi nell’inferno! Quali maledizioni si scaglieranno e quale disperazione li tormenterà!
3. Tornando dunque a quello che dicevo, Casilda, vedendo che attendeva di malavoglia anche alla recita del rosario, temette molto di dover andare sempre peggio, e le sembrò evidente che, entrando in questo monastero, si sarebbe assicurata la salvezza. Prese pertanto la sua risoluta decisione. Una mattina, essendo venuta qui con sua sorella e sua madre, si diede loro l’occasione di entrare in monastero, senza il minimo sospetto da parte di alcuno che ella facesse ciò che fece. Non appena si vide lì dentro, non ci fu verso di mandarla fuori. Versava tali fiumi di lacrime perché ve la lasciassero e diceva tali cose commoventi, da far restare tutte le religiose sbigottite. Sua madre, benché nel suo intimo ne godesse, temeva dei parenti e non voleva che rimanesse lì in quel modo, onde evitare di essere accusata d’averla indotta lei a fare quel passo. Anche la priora era della stessa opinione: riteneva la fanciulla troppo giovane e pensava che fosse necessario provarla più a lungo. Questo accadeva al mattino; dovettero restare lì fino a sera; fu mandato a chiamare il suo confessore, come anche il padre maestro fra Domingo, domenicano, di cui ho fatto menzione all’inizio, che era il mio confessore. In quel momento non mi trovavo in tale monastero. Questo padre riconobbe subito che si trattava dello spirito del Signore e aiutò molto Casilda, sopportando ben ardue difficoltà da parte dei suoi parenti (così dovrebbero fare tutti coloro che pretendono di servire il Signore, quando vedono che un’anima è chiamata da Dio, e non badare tanto a considerazioni umane!). Egli promise di aiutarla a rientrare nel monastero un altro giorno.
4. Dopo una lunga opera di persuasione e soprattutto affinché la colpa non dovesse ricadere su sua madre, per questa volta ella se ne andò via da lì. Ma i suoi desideri non facevano che aumentare. La madre, allora, cominciò a parlarne segretamente con i suoi parenti, e la ragione di questa segretezza stava nella speranza che, così facendo, il fidanzato non venisse a saperlo. Essi dissero che era una bambinata e che Casilda doveva aspettare d’avere un’età conveniente, visto che non aveva compiuto dodici anni. Ella rispondeva che se l’avevano trovata di un’età adatta per sposarla e lasciarla nel mondo, come mai non la trovavano matura per darsi a Dio? Diceva cose che davano ben a vedere come non fosse lei a parlare a questo riguardo.
5. La cosa, tuttavia, non poté restare così segreta, che non ne fosse informato il fidanzato. Quando ella lo seppe, non le sembrò opportuno attendere il suo ritorno, e il giorno della festa della Concezione, trovandosi in casa di sua nonna, che era anche la sua futura suocera e che non sapeva nulla di questo, la pregò caldamente di lasciarla andare in campagna con la governante, a ricrearsi un poco. La nonna vi acconsentì per farle piacere, dandole una carrozza con vari suoi servitori. Casilda diede a uno di essi un po’ di denaro, pregandolo di aspettarla alla porta del monastero con alcuni fasci di sarmenti, mentre ella faceva girare la carrozza in modo da essere condotta davanti a questa casa. Appena giunta alla porta, fece chiedere alla ruota una brocca d’acqua, raccomandando di non dire per chi servisse, e scese in gran fretta dalla vettura. Le dissero che gliel’avrebbero portata dov’era, ma ella non volle. Già i fasci erano là. Fece allora pregare le suore di venire alla porta per prenderli, ed ella vi rimase accanto. Apertasi la porta, si precipitò dentro, corse ad abbracciare una statua della Madonna, piangendo e supplicando la priora di non cacciarla. Frattanto i servi lanciavano alte grida e bussavano con violenza alla porta. Casilda si recò alla grata per parlare con essi: disse loro che in nessun modo sarebbe uscita di là e li incaricò di riferirlo a sua madre. Le donne che l’avevano accompagnata emettevano grandi lamenti, ma a lei importava poco di tutto questo. La nonna, non appena ebbe la notizia di quanto era avvenuto, volle subito andare lì.
6. In conclusione, né lei né lo zio né il fidanzato che, al suo ritorno, si diede molto da fare per convincerla attraverso la grata, riuscirono ad altro che a tormentarla con la loro presenza, e lasciarla poi più radicata nella sua decisione. Il fidanzato le diceva, dopo molti lamenti, che avrebbe potuto servir meglio il Signore facendo elemosine. Ella gli rispondeva che le facesse lui; alle altre sue argomentazioni replicava che soprattutto doveva pensare alla propria salvezza, che si sentiva debole e che vedeva di non potersi salvare fra i pericoli del mondo; dopo tutto egli non aveva motivo di lamentarsi di lei, perché non l’aveva lasciato se non per Dio, pertanto non gli recava offesa alcuna. Ma, vedendo che nulla riusciva a persuaderlo, si alzò e lo lasciò solo.
7. Le sue parole non la turbarono minimamente; anzi, restò del tutto sdegnata con lui perché, quando Dio dà a un’anima la luce della verità, le tentazioni e gli ostacoli frapposti dal demonio le sono di maggior aiuto, perché allora è Sua Maestà a combattere per lei; questo appariva chiaro in Casilda, essendo evidente che non era lei a parlare.
8. Quando il suo fidanzato e i suoi parenti videro che, a volerla far uscire di buon grado, non si ricavava nulla, cercarono di ricorrere alla forza. Presentarono, così, un provvedimento reale che ordinava di metterla fuori del monastero e di lasciarla libera. In tutto questo intervallo di tempo, cioè dalla festa della Concezione a quella degli Innocenti in cui la fecero uscire, nel monastero non le fu dato l’abito, ma ella attese a tutte le pratiche religiose come se lo avesse, e con grande gioia. Nel giorno stabilito venne a prenderla la giustizia e fu portata in casa di un gentiluomo. La condussero via mentre, sciogliendosi in lacrime, continuava a dire che non v’era ragione di tormentarla, poiché non avrebbe loro giovato a nulla. In questa casa dovette subire un’insistente opera di persuasione, tanto da parte di religiosi come di altre persone: gli uni, infatti, vedevano nel suo comportamento una fanciullaggine, le altre desideravano che godesse del suo stato. Sarebbe dilungarmi molto se dicessi le dispute che dovette sostenere e il modo in cui si liberava da tutte le argomentazioni. Le sue risposte lasciavano tutti sbalorditi.
9. Quando videro l’inutilità dei loro sforzi, la riportarono a casa di sua madre per trattenervela un po’ di tempo. La madre, stanca ormai di tante agitazioni, non l’aiutava minimamente, anzi, a quanto sembrava, le era ostile. Può darsi che lo facesse per provarla maggiormente; perlomeno così poi mi ha detto: è così santa che si deve assolutamente credere alle sue parole. Ma la giovinetta non si rendeva conto di questo modo di agire. Anche un sacerdote dal quale si confessava le era oltremodo contrario. Così non trovava altra consolazione che in Dio e in una damigella di sua madre. In queste lotte ed angosce trascorse il tempo che le restava per compiere dodici anni, quando scoprì che, non potendo impedirle di essere religiosa, cercavano di farla entrare nel monastero in cui stava sua sorella, perché vi si praticava minore austerità.
10. Appena si rese conto di questo, decise di adoperarsi con tutti i mezzi a sua disposizione per raggiungere l’agognata felicità, portando avanti il suo disegno. Un giorno andò con sua madre a Messa. Mentre erano in chiesa, sua madre entrò in un confessionale. A quel punto, Casilda pregò la sua governante di andare a chiedere a uno dei padri di celebrare una Messa per lei; appena la vide allontanarsi, si mise le scarpette nella manica, si alzò la gonna e corse quanto più celermente poté verso il monastero, che era molto distante. La sua governante, non trovandola più, si mise a inseguirla e, quando era già vicina a raggiungerla, pregò un uomo di fermarla. Ma questi la lasciò andare perché, come ebbe poi a raccontare, si sentì nell’impossibilità di muoversi. Casilda, dopo aver varcato la prima porta del monastero, la chiuse e cominciò a chiamare. Quando giunse la governante, già era dentro. Le diedero subito l’abito, e così poté appagare i santi desideri che il Signore le aveva messo nel cuore. Sua Maestà prese a ricompensarla assai presto con grazie spirituali ed ella, da parte sua, a servirlo con grandissima gioia, profonda umiltà e completo distacco.
11. Sia benedetto per sempre, egli che rende felice, sotto povere vesti di bigello, colei che era prima così attaccata a quelle eleganti e ricche. Tali povere vesti peraltro non riuscivano a nascondere la sua bellezza, giacché il Signore le aveva concesso insieme alle grazie spirituali anche quelle naturali. Ella è dotata infatti di un carattere e di un ingegno così piacevoli che le consorelle lodano il Signore. Piaccia a Sua Maestà che siano in molte a rispondere come lei alla sua chiamata.