Non perderti in un bicchier d’acqua: La misura dell'amore di Dio va oltre la grandezza dei nostri gesti
Omelia per la XIII Domenica del Tempo Ordinario Anno A - Mt 10,37-42
Autore: Don Flavio Maganuco
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
2Re 4,8-11.14-16 Sal 88 Rm 6,3-4.8-11 Mt 10,37-42
Non perderti in un bicchier d’acqua
La misura dell’amore di Dio va oltre la grandezza dei nostri gesti
Quante volte abbiamo preparato qualcosa per qualcuno che amiamo — un pasto, un pensiero, un favore fatto col cuore — e poi siamo rimasti in attesa, magari senza dirlo a nessuno. Aspettiamo di capire se quel gesto è arrivato all’altro con lo stesso peso con cui era partito da noi. È un’attesa che trattiene il fiato. Un piccolo esame che ci infliggiamo da soli, dentro le relazioni più care… e che, se siamo onesti, infliggiamo anche agli altri, quando misuriamo quanto un loro gesto valga secondo il nostro metro.
Forse è per questo che il Vangelo di oggi, ascoltato con le orecchie sbagliate, ci stringe lo stomaco. “Chi non mi ama più degli altri… chi non prende la sua croce… non è degno di me.” E subito pensiamo ai nostri ritorni indietro, ai momenti in cui Dio non è stato la nostra priorità, e sentiamo la sentenza di un esame fallito. Come se servisse il dieci, e ogni voto più basso fosse un’espulsione.
La prima lettura ci racconta un’altra storia, più semplice, e forse più vera. Una donna di Sunem vede passare Eliseo, lo riconosce come un uomo di Dio, e gli prepara una stanza. La costruisce in muratura; qualcosa di stabile, non un gesto di passaggio. Non gli chiede credenziali, non sta comprando un favore. Riconosce quanto vale quella presenza nella sua vita, per quello che già è. Gli fa spazio, e basta.
Il salmo compie lo stesso movimento, in un altro registro: “Canterò per sempre l’amore del Signore.” Non lo racconta soltanto. Lo canta. E quando trasformiamo delle parole in canto è perchéé le sentiamo preziose: è un modo di dire a Dio “tu hai un posto speciale nella mia vita”, proprio come se gli costruissimo una stanza nel nostro cuore.
Il Vangelo allarga questo sguardo: non vale solo verso Dio o verso un suo “ufficiale”; si passa da chi accoglie un profeta, a chi accoglie un giusto, e poi, fino in fondo alla scala, a chi dà un bicchiere d’acqua fresca a uno dei piccoli nel nome di Cristo. Nessun titolo, nessuna veste: la presenza del Padre passa anche dove non ce l’aspettiamo.
Questa dinamica è di fatto il ribaltamento di cui parla Paolo: il passaggio dalla morte alla vita, vissuto nel battesimo, non è il premio di chi ha capito meglio, ma il dono di un’identità — quella stessa identità che fa di ogni battezzato, anche il più piccolo, un uomo di Dio. Non appartiene solo a chi ha un rapporto con Lui più giusto o più maturo; raggiunge anche chi vive la fede con misure povere, perfino in modi che noi fatichiamo a comprendere o stimare. Perché Dio sembra capire linguaggi che a noi sfuggono, vede semi di bene dove noi vediamo solo limiti. Riconosce desideri autentici dove noi vediamo soltanto insufficienze.
Quindi: la donna di Sunem costruisce una stanza per un profeta. Il salmista canta l’amore di Dio e il suo amore per Lui. Il discepolo prende la sua croce ogni giorno e trova il volto di Dio anche nei piccoli — anche in sé stesso, anche in chi gli sta vicino. Ma nessuno di loro sta cercando di conquistare Dio: tutti rispondono a una presenza, e a un’identità, che li ha già raggiunti.
Torniamo allora al Vangelo, a quel “non sei degno di me” che tanto ci spaventa. Ciò che leggiamo resta una parola vera, e dura, perché le richieste di Gesù — mettere lui al primo posto, prendere la croce — sono esigenti: ciò di cui abbiamo bisogno è viverle attraverso lo sguardo di Dio; Lo stesso Gesù, infatti, che ci chiede tutto dice anche che basta un bicchiere d’acqua fresca, dato a uno dei piccoli, per non perdere la propria ricompensa; la stessa di chi perde la vita per lui! Capiamo allora che in questo modo non è che la croce diventata opzionale. Capiamo piuttosto che cosa Dio guarda nella verità di ogni nostro gesto: l’amore che lo muove, non la misura della sua grandezza.
Forse allora la domanda da portare a casa oggi non è “sono degno?”. Quella domanda ci porta sempre ad una valutazione, ad un confronto con gli altri, persino con Dio. La domanda vera è un’altra: quanto è preziosa per me la mia relazione con Dio? Quale stanza gli costruisco, dentro la mia vita? Quanto forte è il canto che gli dedico, anche nei giorni in cui la voce trema? Perché se davvero nutro, custodisco e vivo la mia relazione con Dio, nel modo in cui il Vangelo me la propone, allora sarà proprio la bellezza, la purezza e la verità di quella relazione, a orientare le nostre scelte, per farci fare sempre le cose belle, giuste e vere, piccole o grandi che siano.
Dunque, lasciate che queste domande risuonino ancora nel nostro cuore: quanto è preziosa per me la mia relazione con Dio? Quale stanza gli costruisco, dentro la mia vita? Quanto forte è il canto che gli dedico, anche nei giorni in cui la voce trema? Lasciamo che queste domande tornino ogni giorno, anche quando andiamo indietro, anche quando dobbiamo ripartire, perché è proprio lì che scopriamo e riscopriamo ogni volta la verità più bella e consolante di tutti: che mentre noi fatichiamo a fargli spazio nella nostra vita, mentre noi a volte “ci perdiamo in un bicchier d’acqua”, lui intanto ci ha già preso per mano, ci canta il suo amore per noi, e ci ha già costruito e preparato un posto speciale nel cuore di Dio, non per interrogarci sui risultati, ma per farci sentire a casa.