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L'alfabeto della speranza

VI Domenica di Pasqua - Anno A - (Gv 14,15-21)

Autore: Don Flavio Maganuco

VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

At 8,5-8.14-17 Sal 65 1Pt 3,15-18 Gv 14,15-21

L’ALFABETO DELLA SPERANZA

Da cosa prendono forma le tue giornate?

Siamo giunti alla sesta domenica di Pasqua. Mancano due settimane alla Pentecoste, e la liturgia comincia già a orientarci verso di essa. È lo Spirito Santo, infatti, il filo che attraversa tutte le letture di oggi. Negli Atti vediamo Pietro e Giovanni invocare lo Spirito sui Samaritani. Pietro nella seconda lettura ci parla della forza vivificante dello Spirito. Gesù, nel Vangelo che abbiamo ascoltato, la sera prima di morire, promette ai suoi discepoli qualcuno che non li lascerà mai soli: il Paraclito, lo Spirito di Verità.

Vale la pena fermarsi su questa parola: Paraclito. Significa colui che viene chiamato accanto, colui che sta dalla tua parte, che ti difende, che davanti alle accuse del mondo dica “non è vero, non è come dite voi”. Tutti sappiamo cosa significa avere qualcuno così, qualcuno cioè che quando il mondo ti accusa, o quando sei tu stesso ad accusarti, si mette in mezzo. Ma da cosa ci difende questo Spirito? Da cosa abbiamo bisogno di essere difesi?

Sicuramente da tante voci accusatorie, ognuno qui probabilmente ce le ha già chiare, davanti, in prima linea; ma c’è una voce ben precisa, dalla quale lo Spirito vuol difenderci, tutti e ciascuno. È una voce che conosciamo tutti molto bene perché parla con la nostra stessa voce, e quindi è difficile da smascherare. È la voce che parte quasi in automatico appena qualcosa nella giornata non va come avevamo previsto. Un imprevisto, una richiesta che non aspettavamo, qualcuno che ha bisogno proprio adesso. Quella voce comincia a fare i conti: quanto tempo ho, quanta pazienza mi resta, quanto posso permettermi di deviare da quello che avevo programmato, facendo montare in noi sentimenti come frustrazione, ansia, fastidio, tutte cose “molto belle” insomma, con cui “sicuramente” ci piace stare. La cosa triste è che, anche se non ci piace per nulla, diamo corda a quella voce, e la vita, pian piano, si trasforma in una continua gestione di risorse che scarseggiano sempre più. E più facciamo i conti, più ci sembra di avere poco. E più abbiamo poco, più diventiamo stretti, chiusi, incapaci di offrire qualcosa che non sia già stato pesato e misurato. Diventiamo amministratori delegati delle nostra povertà.

Ora, se Pietro ci chiede di essere pronti a rendere ragione della speranza che è in noi, come possiamo farlo se diamo retta a questa voce? Se ci ricamiamo sopra? Possiamo farlo se impariamo. Che bella questa parola: imparare, cioè apprendere qualcosa che ancora non so, o che ho disimparato nel tempo. E che cosa dobbiamo imparare — di nuovo, o per la prima volta? Che essere pronti non significa avere le risposte giuste, non significa essere sempre sereni e disponibili. Significa avere la prontezza di riconoscere che quella famosa vocina non porta a nulla di buono; facciamo invece un respiro profondo, e mettiamola a tacere. Disubbidiamole. E obbediamo a qualcos’altro.

Obbedire, ecco un’altra parola insidiosa; noi, prima di obbedire, vogliamo capire. Vogliamo essere d’accordo, vogliamo essere convinti, vogliamo le garanzie. La fede, invece ci chiede qualcosa di diverso, fuori da questi schemi: ci chiede di muoversi prima, di obbedire subito, intanto, certi che in cambio si riceverà molto più di quello che si dà.

È possibile? Sì, è possibile; lo è perché dentro di noi c’è già qualcosa che sa; che sa che facendo così le cose andranno bene; che cos’è questo qualcosa? Chi ce l’ha messo dentro di noi? Da dove viene? È la fede, e viene da Dio. Che bello questo dono della fede, che incredibile che è: è dentro di noi ma non nasce da noi, e possiamo cercarlo, trovarlo, e usarlo, specialmente quando la voce che fa i conti diventa più forte. Obbediamo, allora. E a chi dobbiamo obbedire? Ce lo dice Gesù nel Vangelo: obbediamo allo Spirito di Verità. E qual è la verità? La verità che sicuramente conosciamo tutti meglio è quella che pesa; la voce che ci ricorda gli sbagli, i sogni infranti, le volte che non siamo stati all’altezza. Una voce che sui fatti non mente, ma che finisce per farci coincidere con loro, per ridurci a quello che abbiamo sbagliato, dicendoci che abbiamo investito male, che chi investe su noi sbaglia, che la nostra vita è un fallimento. Lo Spirito invece, senza negare la verità, ci porta uno sguardo diverso sugli stessi fatti — li guarda da dentro un amore che non guarda alle nostre performance, che non si misura con i nostri bilanci. Chi riesce a lasciarsi guardare così scopre che il suo valore non sta in quello che riesce a fare, ma in quello che ha già ricevuto. Scopre che non è più un amministratore che deve far quadrare i conti, ma un apostolo, un inviato che deve solo testimoniare che quell’amore esiste. E allora, se non ho più paura di aver investito male, se non ho più la paura di fallire perché il mio valore è già al sicuro, posso permettermi quella cosa che Pietro chiama dolcezza. Posso smettere di essere acido o di mordere chi mi ruba tempo, perché so che la mia vita non dipende più da quei conti.

E dopo — non sempre durante, spesso dopo — arriva qualcosa che non si riesce a spiegare del tutto con la soddisfazione di aver fatto la cosa giusta. Una leggerezza. Avete presente quando vi divertite, o lavorate con passione, o state con qualcuno con cui vi piace stare insieme? In quei momenti non facciamo calcoli, non guardiamo l’orologio, non ci importa se stiamo investendo bene o male sentimenti, tempo o risorse; se stiamo bene, non guardiamo più orologio, tasche o paure. Quello che stiamo ricevendo, vale tutto. Ecco, se riusciamo a obbedire allo Spirito della Verità, lui in cambio ci restituisce proprio questa specie di letizia silenziosa che non fa rumore ma che tiene lontano certi ragionamenti, rende inutili certi calcoli. Forse è questo che Pietro chiama speranza. Qualcosa che si deposita dentro dopo aver disubbidito alla voce dei conti, e che fa andare avanti più leggeri. Una speranza che ci rende persino manifestazione e segno dell’amore di Dio. Chiediomola questa speranza di cui dobbiamo dare ragione; facciamolo con la preghiera:

Signore, quante volte abbiamo dato ragione alla voce sbagliata.

Quante volte abbiamo fatto i conti invece di fare spazio.
Quante volte abbiamo aspettato di essere convinti, prima di muoverci.

Aiutaci a riconoscere che quella voce non è la nostra voce più vera. Che dentro di noi hai messo qualcosa di più grande;
una fiducia che non abbiamo costruito noi,
una fede che non dipende da quello che riusciamo a capire.

Fa’ che impariamo a disubbidire ai conti e a obbedire a Te
non perché abbiamo capito tutto, ma perché ci fidiamo
che Tu sei accanto, che non fai i conti con noi,
che in quello spazio che apriamo
ci metti sempre molto più di quello che prendiamo. Amen.