Il Fior di Frumento e i nostri confini - Solennità del Corpus Domini - (Gv6,51-58)
Autore: Don Flavio Maganuco
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)
Dt 8,2-3.14-16 Sal 147 1Cor 10,16-17 Gv 6,51-58
IL FIOR DI FRUMENTO E I NOSTRI CONFINI
dall’umiliazione del deserto al retrogusto dolce della Comunione
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Fratelli e sorelle; Nella seconda domenica dopo Pentecoste, come da tradizione, la Chiesa celebra la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, popolarmente chiamata la solennità del “Corpus Domini”. Oggi la liturgia ci chiede di soffermare il nostro sguardo su Cristo che prende la forma del Pane degli Angeli, del pane dei pellegrini, del vero pane dei figli, come abbiamo recitato nella sequenza. E già qui la parola ci sta dicendo che c’è un vero pane e un falso pane, e che dobbiamo fare la fatica di tracciare i confini fra l’uno e l’altro.
Cosa sono i confini? Se oggi dovessimo disegnare qualunque cosa, probabilmente non partiremmo dai dettagli, la prima cosa che tracceremmo sarebbero i confini di quella cosa. Perchè il confine è ciò che definisce. Se uno ad esempio ci chiede di disegnare l’Italia, ne disegniamo proprio i suoi confini: perchè è questo che fanno; danno identità, dicono dove una cosa finisce e dove inizia qualcos’altro.
E quali sono i nostri confini? Non le frontiere sulle mappe. Sono i limiti che portiamo dentro: la capacità di sopportare che a un certo punto si esaurisce, il controllo che ci sfugge di mano, l’amore che non riesce ad arrivare dove vorremmo. Sono i luoghi dove ci scopriamo più vulnerabili, più veri. Il confine è ciò che ci definisce, dice fin dove possiamo arrivare. E nella nostra cultura, quei luoghi li nascondiamo, ce ne vergogniamo, li combattiamo. Eppure è proprio lì che Dio ha deciso di portare la sua pace.
Ma come arriva questa pace? La prima lettura ce lo dice senza sconti: attraverso il deserto. Dio ha fatto camminare il suo popolo nel deserto per umiliarlo e provarlo, per sapere cosa aveva nel cuore. Nella mentalità del mondo, l’umiliazione è il male assoluto, la perdita della dignità. Ma nella pedagogia di Dio, l’umiliazione è un’azione di grazia. Perché l’umiliazione è la fatica della verità dentro di sé.
Finché siamo pieni di noi stessi, delle nostre maschere di autosufficienza, viviamo nell’illusione di non avere confini, di essere noi stessi dei piccoli dei. Poi arriva il deserto. Arriva la prova della fame. E nella fame, tutto può sembrare commestibile. Il nemico della nostra anima ci sussurra la stessa tentazione: “Fa’ che queste pietre diventino pane.” Ci convince che possiamo saziare la nostra fame profonda con le pietre del successo, dell’attivismo, del possesso, delle apparenze. Ma le pietre non si digeriscono. E così diventiamo bulimici spirituali: mangiamo tutto, consumiamo tutto, ma restiamo insaziabili. Abbiamo fame di senso, fame di pace, fame di felicità, e cerchiamo di saziarla costringendo a diventare cibo la prima cosa che capita.
L’umiliazione del deserto rompe questo guscio di finzione. Ci fa male, ma ci restituisce la verità: ci fa riconoscere di cosa abbiamo davvero fame e di chi abbiamo davvero bisogno. Ci fa accettare i nostri limiti.
Di fronte alla nostra fame autentica, il Padre non ci dà una pietra, ci dà il Figlio. Gesù è il Pane vivo disceso dal cielo. E cosa fa questo Pane quando lo riceviamo? San Paolo ce lo ha detto: “Poiché vi è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo.” Cristo
assume le nostre povertà, le nostre debolezze, e persino quel confine doloroso che è il nostro limite. Dio non supera i nostri limiti, ci entra dentro. E li trasforma da luoghi di divisione in luoghi di comunione. Perchè quando impariamo ad accoglierci umilmente per quello che siamo — pezzi del suo corpo, capaci di portarci dietro con tenerezza — allora diventiamo capaci di amare anche i fratelli. Nelle relazioni autentiche, nel dono reciproco, quel confine che prima ci pesava si trasforma nello spazio dell’incontro, nel luogo dove la pace di Dio finalmente abita. Il Signore mette pace nei tuoi confini e ti sazia con Fior di frumento.
È Cristo il “fiore di frumento” che, attraverso la via dell’umiliazione e dell’offerta, dona alle nostre vite, a volte amare, un retrogusto dolce. La vita, piano piano, ricomincia a diventare bella, perché riconciliata. lI Fiore di Frumento è la parte più intima, nobile e pura del grano. È la bellezza di Dio che si fa vulnerabile. Gesù nell’Eucaristia non si presenta a noi come un re d’acciaio o come una dottrina intransigente; si presenta come un chicco che accetta la terra, la notte, la pioggia e, infine, la macinazione. Il Fiore di Frumento è il Cristo che non ha trattenuto gelosamente la sua divinità, ma si è lasciato setacciare dall’umiliazione. Ha consegnato il suo corpo ai flagelli, le sue mani ai chiodi, il suo cuore alla lancia. È Lui che ha accettato di essere stritolato dal torchio del dolore per diventare una polvere finissima, un’ostia pura, un pane soffice capace di adattarsi alla bocca e al cuore di ogni uomo. Guardiamolo oggi, il Fiore di Frumento. È il Figlio che esprime l’obbedienza totale al Padre e l’amore totale per noi. In Lui non c’è traccia dell’amarezza del mondo, non c’è il risentimento di chi si sente sconfitto, non c’è la violenza della rivendicazione. Sulla Croce, mentre i suoi confini umani venivano distrutti, Gesù sprigionava il profumo della misericordia. Cristo è questo Pane che, mentre viene spezzato, non si spezza nell’amore; mentre viene consumato, non si esaurisce; mentre viene rifiutato, continua a donarsi. Egli è il sapore stesso di Dio. Un Dio che non si impone con la forza dei fulmini, ma che entra in noi con la delicatezza del cibo. Attraverso la via dell’umiliazione della Croce, Gesù ha assunto ogni nostra oscurità per trasformarla in luce, e ha dato alla storia umana un retrogusto totalmente nuovo: il retrogusto dolce dell’amore. È Lui il sapore buono della vita, la bellezza originaria che si fa commestibile per guarirci dall’interno. Cristo è il Pane vivo che, entrando nelle nostre anime, riprende il governo della nostra casa con la forza della sua mansuetudine. Non urla, non giudica, non castiga: si lascia mangiare. È Lui la stabilità che cercavamo, il senso ultimo che sazia ogni desiderio, l’Unico in cui la giustizia e la pace si sono baciate. È la persona di Gesù, nella sua carne donata e nel suo sangue versato, la sorgente della piena comunione che alla fine restituisce al mondo la pace profonda.
Accostiamoci allora a questa mensa non come gente perfetta che non ha bisogno di nulla, ma come mendicanti di senso. Abbiamo fame. I nostri confini ci pesano. E proprio lì — in quel punto esatto — Dio ha promesso di portare pace, e di saziarci con il Fior di Frumento. Amen.