A fondo perduto quando la grazia di Dio supera la nostra contabilità
Omelia della XXV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A - (Mt 20,1-16)
Autore: Don Flavio Maganuco
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 55,6-9 Sal 144 Fil 1,20-24.27 Mt 20,1-16
A FONDO PERDUTO
quando la grazia di Dio supera la nostra contabilità
C’è una sensazione di fastidio che forse, conosciamo tutti; È quella che sentiamo quando qualcuno riceve qualcosa che noi abbiamo faticato ad ottenere, e lui no. Un collega che arriva per ultimo e prende lo stesso riconoscimento di chi c’è da anni. Un fratello che riceve una grazia — una guarigione, un incontro, una svolta — che noi — o altri di nostra conoscenza — aspettiamo da una vita intera, ma senza vederla arrivare. E allora, quasi senza accorgercene, ci prende questo fastidio e cominciamo a fare i conti: Chi ha lavorato di più, aspettato di più, meriterebbe prima, meritererebbe di più.
Il Vangelo di oggi mette in scena esattamente questo momento. Gli operai della prima ora hanno lavorato tutto il giorno, sotto il sole, con la certezza di aver guadagnato qualcosa in più di chi è arrivato alle cinque del pomeriggio. E invece il padrone paga tutti allo stesso modo. Non toglie nulla a chi ha lavorato tutto il giorno: dà semplicemente agli ultimi — che vengono pure pagati per primi, pure questo smacco — molto più di quanto il loro lavoro potesse giustificare. E davanti a questa sensazione di ingiustizia, arriva quella domanda, che è quasi un pugno nello stomaco: «Sei invidioso perché io sono buono?». Il padrone non sta discutendo il conteggio delle ore.
Quello che ha dato agli ultimi non è stato tolto a nessuno, non era dovuto a nessuno. Era un dono, non un premio. E un dono non aumenta se lo meriti di più e non diminuisce se lo meriti di meno. La Parola oggi ci insegna che col nostro Dio è inutile tenere la contabilità, anzi può diventare dannosa, e non solo quando giudichiamo gli altri, ma anche quando la usiamo contro noi stessi. Riceviamo una grazia, una chiamata, un amore che non avremmo mai potuto guadagnare e poi, quando sbagliamo, iniziamo a pensare: «Dopo tutto quello che ho ricevuto, guarda come mi sono comportato. Quanto sto sprecando. Forse non meritavo tutto questo».
Oggi il Vangelo ci libera proprio da questo equivoco: «Non merita, non merito» può essere vero. Ma non è una condanna. Io non ho mai meritato fino in fondo ciò che ho ricevuto e non lo meriterò mai. Perché la grazia è dono. È bontà ricevuta a fondo perduto. Allora il mio errore può chiedermi di fermarmi, riconoscere, chiedere perdono e cambiare strada. Ma non deve convincermi che il dono sia finito. Posso passare dal «non merito» al «grazie». Grazie perché quello che ho ricevuto non me lo sono guadagnato. Grazie perché posso ancora ricominciare. E andare avanti.
Isaia oggi ci ricorda che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri. E forse uno dei suoi pensieri più difficili da accogliere è proprio questo: Dio non ama secondo i nostri criteri di giudizio. Ne ha altri. Tra poco, nell’Eucaristia, riceveremo ancora una volta questo dono. E allora possiamo chiedere la grazia di smettere di fare i conti, con gli altri e con noi stessi. Come Paolo, imparare a dire: «Per me il vivere è Cristo». Niente bilancini, niente paragoni. Solo grazie, detto con la vita.
Link alla fonte »