Dio non ha paura dei nostri nemici - XVI Domenica del Tempo Ordinario Anno A - (Mt 13,24-43)
Autore: Don Flavio Maganuco
XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sap 12,13.16-19 Sal 85 Rm 8,26-27 Mt 13,24-43
DIO NON HA PAURA DEI NOSTRI NEMICI
ma protegge con pazienza il grano, incurioso della zizzania
Vangelo secondo Matteo 12,14-21
In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni».
Carissimi, domenica scorsa abbiamo ascoltato la parabola del seminatore. Domenica prossima ascolteremo quella del tesoro nascosto e della perla preziosa. In questo tempo estivo, in cui cerchiamo giustamente di staccare la spina e ricaricare le forze, il Signore ha scelto di fare lo stesso con la nostra anima, ma a modo suo: ci accompagna attraverso le parabole. Non sono lezioni di morale, sono piuttosto una sorgente di ristoro. Ci aiutano certamente a fare il punto della situazione sul terreno che siamo diventati, ma soprattutto ci rivelano chi è il Signore a cui stiamo andando incontro. Ci presentano un Dio che non si spaventa del nostro limite, un seminatore che continua a spargere il seme con generosità, perché si fida della forza di vita che quel seme porta dentro di sé.
Il Vangelo di oggi si apre con una scena nella quale è facilissimo riconoscersi. Un uomo semina del buon seme, ma di notte arriva il nemico e semina la zizzania in mezzo al grano. E le due piante crescono insieme. Cerchiamo di essere onesti: quella zizzania non è un concetto astratto. È quella parte di noi che continua a ferirci. Ha il volto di quella rabbia che non siamo riusciti a trattenere, di quel giudizio cattivo che ci è uscito spontaneo, di quell’invidia improvvisa, di quel compromesso a cui siamo scesi, di quella fragilità che ritorna sempre, anche quando avevamo promesso a noi stessi che sarebbe stata l’ultima volta. Quante volte la sera ci diciamo: “Da domani basta. Basta con quella risposta aggressiva. Basta con quel peccato. Basta con quella dipendenza. Basta con quel risentimento”. Eppure, dopo pochi giorni, ci ritroviamo di nuovo nello stesso punto. È proprio allora che nasce dentro di noi il senso di colpa, la vergogna, la paura di essere un campo sbagliato. Ci guardiamo dentro e pensiamo: “Se gli altri sapessero davvero chi sono… Se Dio vedesse fino in fondo quello che porto nel cuore…”. E finiamo per convincerci che il problema siamo noi.
I servi si accorgono della zizzania e chiedono al padrone: «Ma come? Non avevi seminato del buon seme? Da dove viene tutta questa erba cattiva?». E il padrone risponde con una frase che libera il cuore: «Un nemico ha fatto questo». Dare un nome all’origine del male è fondamentale per la nostra vita spirituale. A volte, pur pregando, partecipando ai sacramenti e cercando sinceramente di vivere il Vangelo, continuiamo a sperimentare le stesse tentazioni e le stesse fatiche. E allora cadiamo nell’inganno più grande: pensare che la grazia di Dio non funzioni, che siamo noi ad essere sbagliati e incurabili. Ma il Vangelo oggi ci dice il contrario. Quella fragilità che riaffiora non è il segno che la grazia di Dio ha fallito; è il segno che il nemico continua a seminare. Il suo vero obiettivo non è soltanto farci cadere. È convincerci che non possiamo più rialzarci. Vuole farci credere che siamo ormai irrecuperabili. Ma noi non abbiamo il potere di impedire al nemico di seminare durante la notte. Arrabbiarci con noi stessi, colpevolizzarci continuamente o
disperare della misericordia di Dio non serve. Significa soltanto continuare a giocare la partita secondo le regole del nemico.
A questo punto i servi propongono la soluzione che avremmo scelto anche noi: «Vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?». È la nostra tentazione di sempre. Pensiamo che basti un gesto di forza per sistemare tutto. Vorremmo eliminare immediatamente il difetto del coniuge, il limite del figlio, l’errore del fratello, quella debolezza che non sopportiamo in noi stessi. Vorremmo fare pulizia una volta per tutte. Ma il padrone risponde con un no sorprendente: «No, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano». Le radici del bene e del male, in questa vita, crescono intrecciate. Nel tentativo rabbioso e impaziente di eliminare subito il male rischiamo di distruggere anche il bene che Dio ha già fatto crescere. Se correggiamo qualcuno con durezza, rischiamo di spegnere la sua fiducia. Se pretendiamo di cancellare con la forza una ferita del passato, rischiamo di perdere anche la capacità di amare. Se siamo spietati con noi stessi, finiamo per soffocare anche quel poco di bene che il Signore sta già facendo maturare. Dio non guarda il campo aspettando che sparisca la zizzania. Guarda il grano e decide di proteggerlo. Per questo Dio ha tempo. Non ha l’ansia del controllo. Preferisce un campo imperfetto ma vivo, piuttosto che un campo apparentemente perfetto, ma reso sterile dalla nostra impazienza. Il male ti convince che sei da buttare. Dio vede che sei ancora da coltivare. Ed è lo stesso sguardo che ci chiede di avere gli uni verso gli altri, in questo campo che coltiviamo insieme.
E allora come si gestisce questo campo dove il grano e la zizzania crescono insieme? La seconda lettura ci consegna una risposta bellissima. San Paolo dice che «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza». Non siamo soli a combattere questa battaglia. Dentro di noi non abita soltanto la fragilità; abita anche lo Spirito Santo. Quando non sappiamo più pregare, quando ci sentiamo schiacciati dalla vergogna, quando non troviamo nemmeno le parole per chiedere perdono, lo Spirito prende il nostro respiro affannato e lo trasforma in una preghiera gradita a Dio. C’è una parte profonda del nostro cuore che continua ad appartenere a Dio anche quando noi ci sentiamo perduti. Lo Spirito custodisce quel grano buono che forse noi non riusciamo più nemmeno a vedere. Alla fine non vince la zizzania. Vince Cristo.
Ecco perché, tra poco, prima di accostarci a questo altare, ripeteremo una frase che diciamo ogni domenica, ma che oggi forse ascolteremo con un cuore diverso: «Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa…». Oggi possiamo dirla senza maschere. «Signore, il mio campo è ancora misto. C’è del grano buono, ma c’è ancora tanta zizzania. Ho ancora ferite, contraddizioni, peccati e debolezze che non riesco a sradicare». E la risposta di Gesù non sarà quella di rimandarci indietro a sistemare tutto da soli. Ci chiederà soltanto una cosa: di fidarci di Lui. «…ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Quella parola continua a risuonare anche oggi. È la parola del suo Spirito che guarisce, sostiene e custodisce. Gesù non aspetta che il nostro campo sia perfetto per venirci incontro. Viene proprio lì dove la zizzania ci fa soffrire, per custodire il grano buono che ha seminato in noi e donarci la forza di continuare a crescere nella pace.