Una promessa commestibile - Omelia della XV Domenica del Tempo Ordinario Anno A (Mt 13,1-23)
La parabola del seminatore
Autore: Don Flavio Maganuco
XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 55,10-11 Sal 64 Rm 8,18-23 Mt 13,1-23
UNA PROMESSA COMMESTIBILE
come l’Eucaristia anticipa il frutto di una terra ancora dura
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Oggi abbiamo ascoltato una delle parabole più famose di Gesù, quella del Seminatore; è una parabola che quasi automaticamente ci spinge a chiederci: “Io che terreno sono?”. Oggi vorrei smontare questa dinamica, evitare del tutto questa domanda, non perché non sia legittima, ma perché voglio puntare l’attenzione su qualcosa di più bello e, a mio avviso, liberante. Perché se facciamo l’errore di congelare la Parola di Dio in puro e lapidario giudizio, non le concediamo proprio quella straordinaria libertà di agire in noi. Se ogni volta che leggiamo il Vangelo usciamo solo più schiacciati di prima, probabilmente non abbiamo incontrato Cristo, ma il nostro giudice interiore.
Sappiamo quanto pesi in ogni sua sfumatura il “giudizio”. Spesso si traduce in parole che “ci fotografano” nel momento sbagliato; una fotografia a cui lasciamo il potere di definirci e che ci portiamo dentro per anni: il giudizio di una persona amata, di un genitore, di un figlio, una frase detta da chi ci doveva amare e invece ci ha misurato, il verdetto che ci siamo dati da soli guardandoci allo specchio una sera qualunque. Sono parole che ci fissano lì, in quel punto esatto in cui siamo caduti, come, appunto, una fotografia che non si può più modificare, nemmeno con le applicazioni adatte, nemmeno con l’intelligenza artificiale. Il diavolo ama le fotografie. Dio ama le storie. E ci abituiamo a questo tipo di giudizio. Ecco perché quando apriamo il Vangelo rischiamo di leggere la parabola di oggi allo stesso modo: un catalogo di terreni, una specie di esame per capire dove ci collochiamo.
Bene allora che sia la stessa Parola di Dio a correggerci in tempo. Isaia non descrive un Dio che manda parole per fotografare la terra e bloccarci nei nostri fallimenti. Descrive una pioggia che scende, e scende senza chiedere permesso, senza aspettare che il terreno sia già pronto o perfetto per accoglierla. Scende e basta, sulla terra dura come su quella smossa, e comincia a lavorarla da dentro. “Non ritornerà a me senza effetto, senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata.” Non è la promessa di un frutto immediato o magico. È la certezza che quella Parola non smetterà mai di lavorare e di scavare, per tutto il tempo che serve, anche quando da fuori sembra che non stia succedendo assolutamente niente.
Per questo Gesù racconta di un seminatore che sembra non avere nessun buon senso economico. Semina a perdere, sprecando il seme ovunque: sulla strada, tra i sassi, tra le spine, senza fare calcoli di convenienza. Perché sa che la forza vitale è dentro il seme, non nei meriti del terreno. Persino il terreno roccioso riceve quel seme e lo fa germogliare subito, con gioia. Il problema non è la nostra cattiva volontà; il problema è che quel germoglio ha bisogno di tempo per mettere radici profonde. E la profondità non la creiamo noi a tavolino con i nostri sforzi: si riceve, nel tempo, permettendo alla Parola di attraversare la nostra vita, specialmente quando la vita si fa dura. Dio non si scoraggia
della tua durezza. Tu sì. Lui no. Non siamo davanti a un esame per misurare la nostra bontà di partenza, siamo piuttosto davanti a una Parola che chiede il permesso di rimanere dentro di noi anche quando arriva la fatica, quando si vede se ha avuto lo spazio per spaccare la roccia e scendere in profondità o se è rimasta solo un bel sentimento di superficie.
In fondo, è lo stesso travaglio di cui ci parla San Paolo: una creazione intera che geme e soffre come una madre nelle doglie del parto. Le doglie non sono un’interruzione della vita, non sono un incidente di percorso: sono già l’inizio della nascita. Chi ha visto nascere sa che il travaglio non è un ostacolo al parto: è il parto in corso, anche se fa male, anche se non si vede ancora nulla. Il dolore può assomigliare alla fine. Per Dio spesso è solo l’inizio. Se qualcuno di noi oggi sta attraversando una prova, una fatica che non ha scelto, una terra che sente arida, crepata e spenta… quella fatica non è la prova che il seme è morto o che Dio ti ha abbandonato. È il segno che la Parola sta lavorando nel buio, in profondità, dove l’occhio non può ancora vedere.
Perché la potenza di Dio, quella vera, non è mai stata dominio. Siamo abituati a pensare che sia il male ad avere l’iniziativa, che il bene arrivi sempre dopo, in difesa, a rimediare ai danni. L’amore di Dio invece è inarrestabile, anticipa sempre. Non si ferma davanti alla strada battuta, non si ferma davanti al sasso, non si ferma davanti alle spine che soffocano. Resta, lavora, aspetta non fuori dalla nostra terra ma dentro di essa, paziente come una pioggia che non ha fretta perché sa già, con certezza, che il frutto verrà.
Tra poco, all’offertorio, sentiremo dire sul pane: “frutto della terra e del lavoro dell’uomo.” È la stessa parola di oggi, già compiuta su questo altare. Quel grano è stato terra dura, poi arata, poi seminata, poi attraversata da pioggia, sole, gelo e tempo, e solo alla fine è diventato pane. Eppure noi, oggi, non aspettiamo che la nostra terra interiore sia già arrivata a quella perfetta maturazione per poterci accostare. Noi veniamo all’altare ancora pieni di spine, ancora pieni di sassi, ancora con tanta strada battuta dentro il cuore. Eppure Dio non ci dà quello che siamo riusciti a produrre. Ci dà quello che Lui ha già preparato per noi. Riceviamo il frutto in anticipo, mentre dentro di noi il travaglio è ancora in corso. L’Eucaristia non è solo il momento in cui chiediamo a Dio di lavorare la nostra terra: è il momento in cui riceviamo il frutto che la nostra terra non è ancora stata capace di dare. L’Eucaristia è l’unico raccolto che si può mangiare prima ancora che il campo sia maturo. È la prova, commestibile, che la sua Parola non torna mai a Lui senza effetto — nemmeno quando, dentro di noi, sembra ancora terra dura.