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L'arte di camminare sulle acque - XIX Domenica del Tempo Ordinario Anno A - (Mt 14,22-33)

Autore: Don Flavio Maganuco

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

1Re 19,9.11-13 Sal 84 Rm 9,1-5 Mt 14,22-33

L’ARTE DI CAMMINARE SULLE ACQUE

Attraversare la tempesta senza lasciarsi decidere dalla paura

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 14,22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

In queste settimane, basta aprire un telefono per trovarsi immersi in un flusso continuo di immagini estive: spiagge illuminate dal sole, vette di montagne, tavolate in festa, tramonti e sorrisi che raccontano momenti di riposo e di bellezza. Le fotografie hanno questo grande dono: riescono a congelare l’attimo, lo sottraggono al tempo che scorre e ci permettono di custodire un frammento di gioia. È naturale che ci piacciano, ma sappiamo bene che ogni fotografia, per quanto autentica, non ci racconta tutta quanta la storia.

Dietro la cornice di un’immagine perfetta c’è molto di più. L’obiettivo non inquadra la fatica accumulata prima di arrivare a quella meta, non mostra le incomprensioni nate lungo il cammino, né riesce a fotografare le preoccupazioni che ciascuno continua a portarsi dentro, persino davanti al panorama più bello del mondo. Se la fotografia ferma un istante, la vita resta comunque un’altra cosa.

Guardiamo al Vangelo di oggi. Se i discepoli avessero avuto uno smartphone, avrebbero scattato una foto prima della partenza, o nel momento finale, quando Gesù sale a bordo e la traversata diventa piacevole, consegnandoci il ricordo di una giornata perfetta. Il Vangelo, invece, si sofferma sulla scena che nessuno avrebbe pubblicato: la paura, il vento contrario, la tempesta, l’acqua che entra da ogni parte e la sensazione di affondare da un momento all’altro.

Spesso si pensa che la vicinanza a Cristo debba rendere immuni da fatiche di questo genere. Invece la Parola ci dice che anche chi cammina con il Signore conosce le sue notti, i momenti in cui il mare si agita e le forze non bastano più. Tempeste esterne — fatte di imprevisti, salute fragile, tensioni familiari o lavorative — e tempeste ancora più insidiose che si scatenano dentro, quando la paura e le nostre fragilità prendono il sopravvento.

È meravigliosamente consolante vedere come Gesù si muova verso i suoi esattamente mentre si trovano nel mezzo di quel mare caotico, nel punto più buio della notte. Non li aspetta sulla riva al sicuro, pretendendo che siano loro a mettersi in salvo; li raggiunge là dove stanno affondando. È questa la novità del nostro Dio: non si manifesta soltanto nei traguardi raggiunti, ma viene a cercarci nell’ora della stanchezza. E lo fa a modo suo. Come ci ricorda anche l’esperienza di Elia nella prima lettura, Dio non entra nella nostra vita con il rumore del caos o con manifestazioni clamorose, ma con la discrezione di una presenza che si fa vicina e ci dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

Accogliere questo Dio significa allora imparare da Lui un’arte difficile e bellissima: l’arte di camminare sulle acque.
Di fronte ai problemi della vita, anche se involontariamente, la nostra prima reazione è lasciarci trascinare dalla tempesta. Cominciamo a ragionare come ragiona la paura, a parlare come parla la paura, a decidere come decide la paura.

Iniziamo a lottare con tutte le nostre forze, proviamo a nuotare controcorrente, ma è un’esperienza angosciante perché percepiamo di combattere contro qualcosa di più grande di noi. Se affronti il male o la fatica entrandoci dentro fino al collo, finisci per accettare le sue stesse regole del gioco; e giocare con le regole della tempesta è una partita che ci vede sempre perdenti. Il rischio più grande non è il mare agitato. È lasciare che il mare entri dentro di noi.

Cristo che cammina sul mare dice di no a questa dinamica. Lui non elimina il mare. Ci insegna a non appartenere al mare. Le onde possono circondarci, ma non devono entrare nel cuore. Ci mostra come affrontarle, senza farsi assimilare dal caos, senza permettere all’ansia o alla rabbia di modellarci a loro immagine. È questa la libertà dei figli di Dio: vivere dentro la storia senza diventare prigionieri della paura, affrontare il male senza lasciarsi modellare dal male, continuare a guardare Cristo anche quando tutto intorno sembra gridare il contrario.

È quello che sperimenta Pietro. Finché tiene lo sguardo fisso su Gesù, riesce a camminare sopra ciò che prima lo spaventava. Ma nell’istante in cui sposta gli occhi sulla forza del vento, la logica della paura prende di nuovo il sopravvento e comincia ad affondare.

Eppure, proprio mentre va a fondo, Pietro pronuncia la preghiera più semplice ed essenziale del Vangelo: «Signore, salvami!». Non fa discorsi elaborati, non cerca scuse. E Gesù risponde subito con un gesto: stende la mano e lo afferra. È il ritmo della grazia di Dio: non ci fa la morale sulla nostra poca fede mentre affondiamo, ma usa la nostra stessa fragilità come il luogo in cui venire a ricuperarci. Prima ci afferra perché non andiamo a fondo, poi ci aiuta a comprendere dove il nostro sguardo si è smarrito. Senza stancarsi mai di tendere la mano.

Risalendo insieme sulla barca, il vento finalmente si placa. E quella barca è l’immagine della Chiesa: la comunità in cui ci viene ricordato che nessuno deve imparare a camminare sulle acque da solo, ma che ci sosteniamo gli uni gli altri, custoditi dai sacramenti e dalla presenza del Signore.

Tra poco ci accosteremo all’Eucaristia. Saliremo ancora una volta sulla barca del Signore, portando con noi le nostre storie, i nostri “veri” reel, quelli che nessuna foto o video riesce a raccontare fino in fondo. E mentre ascolteremo ancora la sua voce dirci: «Coraggio, sono io», chiediamogli una sola grazia: imparare l’arte di camminare sulle acque. Perché il cristiano è colui che ha imparato, tenendo lo sguardo fisso su Cristo, che nessuna tempesta avrà mai l’ultima parola.

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